Come un aquilone sull’ex Dogana

Scritto da Giovedì, 14 Aprile 2016

Il volo dell’aquilone sorvola idealmente la città fino ad arrivare su i grandi spazi dell’ex Dogana in via dello Scalo di S. Lorenzo a Roma.
Gli edifici e capannoni, realizzati nei primi anni del '900, sono un esempio di “archeologia ferroviaria”.

Sono giornate tristi per il mondo dell’architettura. Zaha Hadid ci ha lasciati…e idealmente un aquilone l’accompagna in un viaggio sopra le sue architetture: dal London Olympic Aquatic Centre, al Rosenthal Center for Contemporary Art di Cincinnati, dalla Guangzhou Opera House in Cina....
Un volo sui lavori italiani dal quartiere City Life, all'ex Fiera di Milano, fino al MAXXI di Roma.
Un piccolo omaggio ad una straordinaria donna che ha regalato al mondo grandi architetture.
Di seguito l’articolo scritto in occasione della conferenza stampa inaugurale del MAXXI con tutte le emozioni intatte di allora.

Un’edizione che vede come fil rouge il tema della donna e il suo dialogo con i bambini e con il mondo maschile, talora lo scontro, l’isolamento ma pur sempre la forza interiore, determinante quand’anche non si traduce in potere. Al centro dei film il rapporto tra generazioni, l’intreccio e la fragilità delle relazioni sentimentali e familiari, tra passato e presente, in una complessa dialettica fra tradizioni ed esigenza di modernità, di libertà.

Atmosfera desolata e densissima di gente, rumori, affollata di violenza, quasi atti casuali di ordinaria follia. Il qualunquismo dei sentimenti in un dramma plumbeo, girato quasi sempre di notte, in interni da favelas e dall’atmosfera cupa e opprimente. Un affresco impietoso di un mondo che sopravvive a se stesso e soprattutto alla propria miseria interiore. Perfino l’amicizia è in qualche modo congelata dalla logica del quotidiano. Un po’ lento, un mondo davvero lontano. Ben girato, comprime i personaggi nell’ambiente che li sovrasta tra riti arcaici e una modernità tecnologica alla deriva.

Neorealismo in salsa marocchina, con quel tocco di nazional-popolare, tanta musica e frastuono, generazioni a confronto, regole fissate dall’inizio dei tempi e infrante di nascosto. La storia di un gruppo familiare e di vicinato che a modo suo sfida l’occhio di mondo e vive quel tentativo di rinascita degli Anni ’60 tra voglia di emancipazione e credo politico, con molti retaggi antichi e una censura che è soprattutto interiore.

“Gli uccelli migratori”, traduzione letterale in italiano, racconta la storia tenera di un’amicizia tra due bambine, ognuna con le proprie fragilità, anche se l’una è più apparente, costretta in carrozzina. Il pretesto è la cura di un anatroccolo, uccello migratore anche se indifeso che diventa metafora del bisogno di cura e di accudimento di ognuno di noi – essere madri e figli al contempo – e della necessità altrettanto forte di lasciare il nido. Dolce, surreale in certi momenti, eppure credibile, per l’infanzia i giochi sono una cosa seria.

TOP