È un giardino illuminato che emana un’aria frizzante quello che Ferdinando Bruni mette in scena al Teatro Elfo Puccini di Milano, nel nuovo allestimento 2015/2016. Un intenso lucore rivela aspetti inediti di un’opera che la tradizione ci ha abituato a percepire cupa, tradendo forse le intenzioni dello stesso Cechov che la considerava, invece, una commedia. E nella regia di Ferdinando Bruni, che ha curato anche la traduzione dell’opera, con la supervisione di Rosa Molteni Grieco, i toni comici sono ben visibili anche nella sostanziale fedeltà alla storia della decadenza dell’aristocrazia russa.

Presentata alla stampa e al pubblico la nuova stagione teatrale del Teatro Quirino Vittorio Gassman che punta ad un ventaglio di proposte variegate confermandosi come “Teatro POP”, attento alla tradizione senza perdere di vista i linguaggi della contemporaneità.

Dal 12 al 17 aprile. "La palestra della felicità" è una tragicommedia nonsense alla ricerca di un senso: la ricerca della felicità di un’umanità in cammino. Che cerca l’amore per poi trovare la morte, perché la morte “buca”, lo schermo si sottintende. Teatro nel teatro al tempo dei videogiochi dove gli esseri umani diventano marionette tecnologiche. Il testo di Valentina Diana, interpretato da Elena Russo Arman e Cristian Giammarini, è un gioco violento e ironico, perfino autoironico, ma non per questo clemente. Una regia che mette tutto in mano agli attori, soprattutto all’interprete femminile, notevole.

Sino al 31 dicembre, sul palco del Teatro Elfo Puccini di Milano, va in scena uno spettacolo da non perdere, uno di quelli che incanta da subito grandi e piccoli, per la comicità, la sapiente miscela di straniamento e partecipazione, ed il messaggio pacato ma profondo di libertà: “Mr Pùntila e il suo servo Matti. É stato scritto da Bertolt Brecht nel 1940 in pieno esilio finlandese, insieme all’attrice ed autrice Margarete Steffin e alla scrittrice Hella Wuolijoki, l'ideatrice del personaggio di Pùntila. Fu la prima pièce di Brecht ad essere rappresentata in Germania nella Berlino del 1949, al suo ritorno dall'esilio. Ferdinando Bruni, che firma con Francesco Frongia la regia, è un Mr. Pùntila perfetto: arbitrario, tiranno o socievole a seconda dell'alcool ingerito. Si muove in tuba e frac, ora con la leggerezza dell'ubriaco, ora con la pesantezza mentale dell'uomo d'affari.

Una versione della Tempesta in forma di one-man show, quella concepita da Ferdinando Bruni e Francesco Frongia in scena all'Elfo Puccini sino al 24 maggio, popolata da una corte di inquietanti fantocci che danno corpo a tutti gli eroi, gli uomini e gli spiriti del capolavoro shakespeariano. La Tempesta è l'ultima opera di Shakespeare, un addio al teatro, all'arte, alla vita, un distacco sereno, una riflessione sui temi dell'amore, del perdono e della morte. Tutto si compie, si chiudono i conti, si rimarginano le ferite e si garantisce che il miracolo dell'amore perpetui la vita dopo di noi. Le tempeste si placano, le parole tacciono e diventano musica, le marionette tornano nelle loro casse, le navi ripartono e l'isola dove Prospero ha ordito le sue trame torna a essere dominio degli spiriti.

All’Elfo Puccini, dentro ad una giungla addomesticata, dal 20 gennaio al 1 febbraio è tornato in scena “Improvvisamente, l’estate scorsa” di Tennesee Williams con la regia di Elio De Capitani, il quale per la seconda volta, dopo l’avventura di Un tram chiamato desiderio, interroga l’universo di Williams. “Qui ho messo in scena Williams da un punto di vista molto interno della sua scrittura teatrale, esasperandone e portandone fino in fondo il lirismo disperato” scrive il regista.

Domenica, 14 Dicembre 2014 16:30

Frost/Nixon - Teatro Elfo Puccini (Milano)

Come si assomigliano tutti i "grandi statisti", quegli uomini di potere così carismatici, così abili nel reiterare e coprire le loro bugie da conquistarsi il potere mediatico, l'approvazione delle masse. E' impossibile non ravvisare certe spaventose somiglianze tra il Nixon portato in scena da Elio de Capitani e il Berlusconi che per tanti anni ha spadroneggiato nel nostro Paese, ma una sconcertante differenza li distanzia: messo alle strette da un abile David Frost - interpretato da un'altrettanto geniale Ferdinando Bruni - il politico cede il passo all'uomo e confessa le menzogne che per troppo tempo ha faticato a tenere in piedi. Una prova di teatro civile che sa trasmettere la storia con il cuore, l'energia, la passione, l'ironia, senza mai cedere all'accademismo o ad un approccio didascalico. Imperdibile.

Fosse facile comprendere se l'approccio all'arte - da artista o da semplice fruitore - sia più un vizio o più una virtù. Ma poi in fondo, chi se ne frega? L'essenziale, l'unica cosa realmente importante, è vivere l'emozione, quel trasporto unico che solo un buon prodotto creativo è in grado di regalare, sia esso una poesia di Wystan Auden o una composizione per pianoforte di Benjamin Britten. Oppure Il vizio dell'arte, in scena in questi giorni all'Elfo. Si parva licet, la premiata ditta Bruni-De Capitani sforna, stagione dopo stagione, delle rappresentazioni che un giorno diventeranno classici, al pari di Funeral blues e Death in Venice. Per il momento, in attesa della gloria postuma che arriverà senz'altro, si godono da vivi il successo di pubblico. Sono tanti quelli che seguono le loro peripezie sul palco, e crescono di anno in anno: Il vizio dell'arte ha superato perfino come numero di spettatori (paganti e non, i conti si fanno poi alla cassa) The History Boys, che a suo tempo fu un trionfo all'apparenza irraggiungibile.

Dal 21 ottobre al 16 novembre. Meno male che rimane in scena per quasi un mese: "Il vizio dell'arte" di Alan Bennett, magistralmente interpretato dalle "nozze di smeraldo" che il sodalizio Bruni - De Capitani rappresentano nel teatro italiano, è un capolavoro di ironia, sagacia, malinconia e quel tanto di intellettualismo funzionale a lasciar traspirare sentimenti autentici e nostalgie di un tempo forse migliore, forse non del tutto. Tutta la squadra che ruota intorno ai due grandi attori è formidabile, e non potrebbe essere altrimenti per raccontare con intelligenza e perfezione millimetrica la figura del grande poeta inglese Auden, affiancato nella prima parte da quello che sarà il suo futuro biografo e invece immaginato, nel secondo atto, in un ipotetico incontro/scontro con l'altrettanto grande Britten.

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