“Suono fantasma” t’aiuta quando sei solo, è il mezzo per non distrarti, è il calore di una tempesta, è il disco che ti accompagna nel sogno!

[al volo] Potenza espressiva inaudita, questo è quanto posso dire per semplificare i motivi del mio amore per l’ascesa dei Twoas4. Da qualche parte in “Audrey in pain english” troviamo reminiscenze Edgeiane, colori utopici dei migliori Giardini di Mirò, e poi tutta la New Wave, ma proprio tutta, dai Joy Division agli Interpol.

[al volo] Una sintesi fra le parti più sperimentali dei Calibro35 e le scorrerie No-Wave degli Uzeda. Gli argini della memoria delineano contorni serrati di antologie Kraut memorabili, affreschi che parlano di Jazz nascondendo senza nasconderla la vera attitudine Punk. Gli Upon camminano all’ombra, con passo lento, ma di certo andranno lontani!

[al volo] Potenti, violenti, saggi esploratori del suono i Sixthminor percuotono con successo l'aria e la musica che gira intorno, riuscendo a mixare l'elettronica e lo stupore, l'enfasi che scatena le folle e l'intimità che sussurra ai pensieri. Fantasiosi e liberi, prendono spunto da una qualsiasi situazione armonica e ne fanno lentamente, inesorabilmente, un quadro allucinante, tridimensionale, inquieto e vibrante. "Wireframe" è un album da ascoltare con molto riguardo.

[al volo] Il primo album dei Maddai: “Non è facile essere alla moda”, denota un uso spinto e convinto dei ritmi dance tanto da sembrare un radicale tentativo di far ballare l'ascoltatore. Ma, nonostante i suoni da videogame scherzosi, moderni e spensierati come il sorriso di un adolescente, nonostante l'eleganza stilistica decisamente e graziosamente “pop”, le musiche mancano della grande melodia e i testi tendono ad essere ciniche e impietose descrizioni di personaggi o situazioni. L'effetto finale è quello di aver ascoltato un album feroce, cocciutamente dipinto con colori adolescenziali non appropriati. Ma i Maddai sono molto bravi. Quando la butteranno sul drammatico, saranno inarrestabili.

[al volo] “Neve”, dei Le case del futuro, l'inizio fragoroso, la vocina esile e graziosa del cantante, il divertente coretto sul ritornello della title track, il fantasma dei Baustelle che aleggia muto su ogni angolo del disco, l'arcano insondabile di "Tungsteno" e l'ipnotica, ondeggiante ultima canzone che, mezza stonata, quasi ci addormenta. Interessanti.

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