"Trecentoventi" motivi per rimanere svegli. Il nuovo album di Emanuele Dabbono

Scritto da  Lunedì, 05 Dicembre 2011 
Trecentoventi

L’epoca del web 2.0 non è poi così male. La prova? In questo periodo di stragrande confusione per tutti, di meritocrazia (questa sconosciuta) velenosa, di non sei nessuno se non hai un cognome o una conoscenza importante, cercando cercando alla fine uno spiraglio arriva ed è accecante. Non esiste crisi in grado di fermare il senso della vita di un vero artista che, visto lo scatafascio delle cose, involontariamente o meno diventa il punto di riferimento per tutti noi che ci lamentiamo, che non sappiamo quello che vogliamo, che lo sappiamo ma raggiungerlo è proprio così difficile. Chiedetelo a Emanuele Dabbono e ai suoi Terrarossa, nuovo nome autentico e puro del cantautorato italiano.

 

E adesso si spiega il 2.0: andate su iTunes, cercate tra la classifica della musica rock più scaricata e lo troverete al quarto posto, al fianco di Led Zeppelin e Pink Floyd. In quella generale, al numero 19. Poi cercate il suo nome su Facebook e leggete con quanta poesia – e con i congiuntivi giusti, le virgole al loro posto, ormai cosa rara per chi comunica qualcosa – dà un senso alle sue canzoni. Cercate di Emanuele Dabbono su Google e vi si aprirà tutto un mondo. Quello di un ragazzo genovese, ex educatore per minori, che incontra una band di Siena e che con una dignità intatta e mai un compromesso (o un album di cover altrui) mette in musica dei pezzi di vita per far capire, passo dopo passo, chi è.

Troverete di un libro scritto e pubblicato, Genova di Spalle (ed. Albatros), che rappresenta la narrativa italiana nei più prestigiosi festival letterari mondiali: Torino, Londra, Il Cairo, New York. Leggerete di interviste in cui racconta di essere appena diventato papà e lo fa citando Springsteen, secondo il quale la vita di un uomo si divide in due metà, prima e dopo aver avuto un figlio. Una passione, la musica, che proprio non gliela togli.

Scoprirete di Trecentoventi, album appena nato di Emanuele Dabbono e i Terrarossa, lontano da ogni fenomeno commerciale dissacrante ma che significa qualcosa. Rock e padronanza di un testo pieno di valori e temi tosti come l’antimilitarismo.

Un fenomeno, Emanuele, sì, ma positivo, intatto, che domina su iTunes. L’epoca del web 2.0 non è poi così male.

Trecentoventi sono i chilometri che separano Genova (Emanuele) da Siena (i Terrarossa). Distanza che racconta di come questo cantautore dopo piazze, festival, singoli, collaborazioni autorevoli (Planet Funk o Bandabardò) sia arrivato a pubblicare quattordici inediti dai titoli a dir poco impegnativi: Disertore, Ho ucciso Caino, Io rimango mio. O a intonare cose del tipo Corpi alla discarica o sul tetto di una fabbrica Corpi diplomatici con fucili automatici nel singolo di liberazione Corpi, inno alla vita e critica per chi rimane in superficie, come se trecentoventi fossero qui le anime ardeatine, le grida di rabbia per il sacrificio degli innocenti, i partigiani che combattono per arrivare alla fine di una guerra.
Trecentoventi chilometri di sudore, più che di parole, serviti per realizzare un sogno romantico molto americano. Perché ce l’ha fatta – dominare iTunes con il suo cantautorato rock di un certo peso mica è uno scherzo – e senza distribuzione o la spinta di una major, tutto autoprodotto.
Nessun cliché o raccomandazione. Con la devozione a Fossati, De André e al capoluogo ligure, la sua città natale. Devozione di cui una Genova in ginocchio di ora, a causa dei recenti disastri climatici, ha fortemente bisogno.
Ora, al di là dell’ammirazione nei confronti di un lavoro discografico che indubbiamente provoca stupore e della storia di un ragazzo ‘qualunque’ ma di rara cultura, entrambi condizioni soggettive, quello che rende questo cammino così degno di lode è il barlume di speranza che riesce a far intravedere: con il solo passaparola Emanuele è l’unico nome italiano – insieme ai Negrita – arrivato in classifica, in un posto così alto. Insomma, non è ancora finita. Insomma, ma quale crisi e quali giovani disillusi e arresi di oggi. In parte, poi, è anche merito del potere dei social network, del “www” intelligentemente abusato per far girare la cultura, perché si sa, l’epoca del web 2.0 non è poi così male.

Resta illuso chi pensa che si tratti dell’ennesimo caso di cantautorato nell’ombra. Qua si ascoltano riflessioni in musica di serial killer che al posto del microfono hanno un megafono e arrivano a intonare manifesti sui diritti umani (Ho ucciso Caino, traccia numero 10), o lo sdegno verso una nazione e una classe politica che chissà se ci appartiene ancora (Io rimango mio, traccia 4). Si ascolta l’ipocrisia che forma e manipola i grandi interessi, che provoca guerre di cui neanche siamo al corrente e distacchi chilometrici, ben più di trecentoventi, tra chi patisce la fame e chi piange miseria con ancora la bocca sporca di torta.
C’è il dolore della gente visto dagli occhi di chi ascolta chi sta male e non di chi soffre (Gli angeli non piangono, traccia numero 6), inno che chiunque può comprendere a seconda delle proprie debolezze (su Facebook c’è gente che ha realizzato video su questa canzone vestendola di ricordi e sensazioni personali, realizzando interpretazioni diversissime, ed è proprio questo il bello, se pur virtuale, l’epoca del web 2.0 non è poi così male).
Ci sono note addirittura per chi vuole fortemente un figlio ma che per ragioni sociali, economiche, fisiologiche o leggi stupide non riesce ad averlo e così in Trecentoventi (Mio figlio sarà, traccia 5) non si ascolta la sua lotta per l’ennesima volta ma il leggero fantasticare di un futuro alternativo.

Banalità? Affatto. La risposta arriva dalla musica: tra le cavalcate elettriche spuntano armonie che provengono da Crosby, Stills, Nash & Young. Titoli che s’ispirano a Nicolò Fabi, accenni a De Gregori, il ghiaccio e il fuoco dei Sigur Ròs, gruppo islandese di musica fragile dalle strofe quasi parlate, emotiva, sensibile e tormentata come la vita del loro cantante Jónsi, orfano di madre, omosessuale e cieco da un occhio, per questo discriminato e per questo genio, che suona la chitarra con l’arco di un violoncello.
Per non parlare di quando, con Emanuele Dabbono e i Terrarossa, si mescolano i riferimenti a Paul Simon con i sapori indie-afro beat dei Vampire Weekend (Capo di buona speranza, traccia numero 13) e via di xilofono, marimba, melodie di un’Africa sognata.
Non è ancora finita per davvero. C’è chi ci dimostra che qualcosa batte ancora. Che ci sono trecentoventi motivi almeno per rimanere svegli in questo momento di stragrande confusione, grazie a chi non dorme affatto per dimostrare che non è poi tutto così in crisi come sembra. Producendo un lavoro davvero apprezzabile e raro. Dimostrando che il successo arriva anche con la tecnologia massacrante di oggi, se qualcuno se lo merita. E Trecentoventi poi, che è così rock, si può scaricare su iTunes al costo di un aperitivo, che è così cool. L’epoca del web 2.0 non è poi così male.

 

TRACKLIST

   1. L'oro si aspetta

   2. Tienimi sveglio

   3. In viaggio

   4. Io rimango mio

   5. Mio figlio sarà…

   6. Gli angeli non piangono

   7. Pacifico

   8  La città verrà distrutta all'alba

   9. Universi paralleli

  10. Ho ucciso Caino

  11. Disertore

  12. Quando non ci sarò più

  13. Capo di BuonaSperanza

  14. Corpi

Hanno suonato:

   Emanuele Dabbono - voce

   Alessandro Guasconi - basso

   Giuseppe Galgani - chitarra

   Senio Firmati - batteria/percussioni          

              

Articolo di: Andrea Dispenza

Grazie a: Ufficio Stampa Gabardi Ramon

Sul web: www.dabbono.com

 

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