Sanremo 2019, il trionfo di Mahmood

Scritto da  Domenica, 10 Febbraio 2019 

Arrivederci a Sanremo 2019 che incorona Mahmood, seguito al secondo posto da Ultimo e da Il volo al terzo posto. Voci al centro, trionfo di ospiti con una conduzione lenta.

 

Cinque giorni e cinque notti di spettacolo, ascolto, chiacchiere, dichiarazioni e commenti, fitti fitti. Il sipario si era aperto con l’occhio vigile al confronto su Baglioni contro Baglioni a un anno di distanza: in termini di numeri l’andamento sembra sia stato positivo, soprattutto per il consenso dei giovani – obiettivo di questa regia, raggiunta - e qualche record di ascolti, esaltato dagli organizzatori, a cominciare dalla forte interazione sui social. Al di là dei numeri l’edizione 2019 ha presentato bei testi, che però spesso arrivano poco, sono esibizioni vocali più che canore; una conduzione lenta, disarmonica, che non trova la quadra fra i tre conduttori; un eccesso di parole, con gag pop, anzi popolaresche, datate e troppo lunghe; mentre il vero palco è per gli ospiti, quasi tutti di calibro e di qualità nell’esibizione.

Standing ovation a non finire, perfino per uno dei momenti migliori di Claudio Bisio, che non ha trovato il ruolo giusto di spalla al quale è abituato, con Michelle Hunziker. Virginia Raffaele non è a proprio agio nel ruolo di conduttrice schiacciata tra i due Claudio, senza il suo ruolo di imitatrice che ne caratterizza il profilo e il successo, non evidentemente quello di cabarettista. Finalmente arriva, nell’ultima notte. Claudio Baglioni resta un passo indietro, forse meno agguerrito, con molta presenza canora, qualche volta eccessiva, anche se ben realizzata soprattutto quando si esibisce da solo e le canzoni diventano spettacoli. La conduzione però non funziona, è lenta, prolissa, a tratti ingessata, a tratti sgangherata, datata, con gag da varietà vecchio stile. Non c’è anima, innovazione, stile, né ritmo. Basterebbe molto meno: la parola d’ordine è semplificare, dosare la luce senza effetti speciali per non rischiare il corto circuito.

Le canzoni sono tornate al centro come già lo scorso anno, ma 24 sono tante, soprattutto quando diventano delle mise en espace con i duetti e il ritmo si spezza con interventi eccessivi e ospiti che confondono le acque musicali. Lo stesso Claudio Baglioni nella conferenza prima della serata finale ha dichiarato che se oggi rifacesse il festival ne sceglierebbe 20.
Visto il successo della presenza dei cosiddetti super ospiti viene voglia di pensare a un Festival o a una serata dedicati loro.
Più di un dubbio si è acceso sulla competizione unica tra nuove proposte e cosiddetti big, ché forse non rende giustizia alle tante anime della kermesse. Venendo più direttamente alle canzoni, i testi sono decisamente interessanti, qualcuno anche originale – li abbiamo commentati nei diversi articoli – sebbene manchi il guizzo che fa volare un brano. I testi raccontano il mondo dei sentimenti, con l’amore al centro senza dimenticare i problemi sociali, spesso nello stesso testo e questo mi pare un aspetto interessante, anche per il modo con il quale una storia d’amore è affrontato, non più necessariamente secondo canoni lirici. Forte la presenza, come già lo scorso anno, soprattutto nei giovani, del tema della famiglia che per lo più è legata al dolore, espressione di un’assenza, di violenza o di nostalgia per la perdita. Trasversalmente c’è una sacralità nuova che emerge, una preghiera filosofica e la voglia di far trionfare la vita, un valore da rimettere al centro.
Una canzone è però un insieme, un testo, esibizione vocale (spesso la sola) e canora, presenza scenica e anche look, quest’ultimo soprattutto al femminile spesso addirittura disturbante. Un festival del kitsch ma non è un’edizione speciale – è da anni che il festival ha un andamento discendente in fatto di stile - che colpisce soprattutto le donne e le giacche improbabili degli uomini. Molti testi possono diventare una promessa con nuovi arrangiamenti o allestimenti scenici. Non premia in tal senso la ricerca del marketing che è smaccata: questa voglia a tutti i costi di brani che funzionino. Che cosa significa? Che vendano, che passino bene in radio, comprensibile - è certamente prioritario il canale radiofonico per la musica – ma non di sola radio vive una canzone e la spinta dei discografici che puntano solo su vendita di dischi e biglietti per i concerti. Altro elemento che ha guidato i pronostici l’impatto sui social di un brano o più spesso del suo autore. Tutti parametri leciti se non si fosse persa la critica alla qualità artistica di una canzone, al di là della vendibilità.
Nondimeno credo ipocrita affermare che si entra in gara per partecipare: l’essenziale è aspirare a vincere come nella vita, godersi quello che si ha è saggio.
E dunque qualche parola su Premi e vincitori.
Ricordo il Premio intitolato a Pino Daniele, consegnato alle figlie e i Premi della Sala Stampa Lucio Dalla assegnati alla miglior interpretazione - “Sergio Endrigo” e al miglior brano, premio della critica “Mia Martini” che sono andati entrambi a Daniele Silvestri. A Daniele Silvestri anche il Premio Bardotti per il miglior testo assegnato dalla Giuria d’onore.
Sul podio sono saliti, rispettivamente, al primo posto Mahmood; al secondo Ultimo; e al terzo Il volo. Ma l’ovazione del pubblico è per Bertè.
La mia classifica, non perché abbia un valore critico ma per trasparenza con i lettori, è per i duetti: Nek e Neri Marcorè; seguito da Ultimo con Fabrizio Moro e Daniele Silvestri con Rancore e Manuel Agnelli.
Sul podio avrei fatto salire Loredana Bertè, per l’interpretazione e l’energia; (Alessandro) Mahmood, per il ritmo e il tipo di testo e sonorità; e Daniele Silvestri, per la qualità del testo e il coraggio di affrontare un tema doloroso e originale.

Articolo di Ilaria Guidantoni

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