Sanremo 2018: musica e parole, un matrimonio riuscito

Scritto da  Domenica, 11 Febbraio 2018 

Record di ascolti per Sanremo 2018, musica al centro ma anche parole e teatro, con il focus sui testi. Il Festival di Sanremo 2018 tenta una via nuova e convince con un record di ascolti: il direttore artistico Claudio Baglioni premia la musica, vera protagonista della kermesse e Pierfrancesco Favino si rivela un ottimo compagno di viaggio sperimentandosi come uomo di spettacolo a 360 gradi, unendo ironia e divertimento alla capacità di commuovere. I testi sono forse la parte migliore di quest’edizione, valorizzati soprattutto dalla novità dei duetti. Pur con qualche incertezza interpretativa qua e là, è stato un festival al maschile nel quale il quadrifoglio femminile ha scelto l’amore autobiografico, spiccando per le voci. Smentito l’annuncio di un Sanremo focalizzato sull’amore, dimostra soprattutto negli interpreti più giovani una grande attenzione al sociale, mentre l’amarcord un po’ autoreferenziale domina i campioni storici. Interessante l’urgenza dei giovani ragazzi di confessarsi senza diventare autobiografici ma interpretando la musica come un linguaggio universale.

 

Il mio diario di bordo si conclude qui, rileggendo le tappe del viaggio, lungo e faticoso indubbiamente, anche fisicamente. “Ci vuole un fisico bestiale”, è il caso di dire, per reggere le 5 serate. Quest’anno la stampa - che ha inciso con il proprio voto per il 30% - ha votato tutte e cinque le sere, con un record da quando è stata istituita questa giuria, assegnando anche i premi “Mia Martini” e della Sala Lucio Dalla.

Vivendolo dall’interno Sanremo è una grande maratona dove ognuno fa il proprio percorso, certamente meno aggregante di festival letterari e teatrali che sono il mio mondo, anche perché i giornalisti rappresentano un villaggio nel villaggio, anzi due villaggi - la Sala Stampa Lucio Dalla e il Roof dell’Ariston, dove la sera ci si riunisce per seguire il festival e votare - con non poche rivalità. Certamente la Sala Lucio Dalla è strutturata su misura della radio con molti speaker non giornalisti, per non dire fans, che hanno uno stile e una richiesta da intrattenimento, estremamente confidenziale, qualche volta goliardico e tutto centrato sull’immediato che scorre come un nastro in trasmissione. Nessuna richiesta di approfondimento, con interviste che invecchiano nel giro di qualche ora, fatto che penalizza altre testate che ne condividono lo spazio.

L’incognita quest’anno era il trio con un cantante per la prima volta a fare da nocchiero. Claudio Baglioni, all’inizio un po’ impacciato, si è prestato allo scherzo, all’autoironia, e ha cantato - qualcuno dice troppo - brani che comunque raccontano l’immaginario collettivo e sempre bene; affiancato da Michelle Hunziker, raccontata soprattutto dalla bella presenza e dalla sontuosità degli abiti ben portati, con grande naturalezza, effetto principessa e un po’ Barbie, qualche volta ridanciana; e Pierfrancesco Favino con la mission di portare cultura al festival. Ha superato se stesso perché si è saputo mettere in gioco, con il coraggio di sbagliare, con umiltà, dote sconosciuta ormai ai più, e con una versatilità non da poco. Con quel modo giocoso di fare, “canticchio”, “ballicchio”, “suonicchio”, ha divertito in modo intelligente quanto fresco e immediato e ha saputo commuovere.

Forse il pezzo migliore del Festival è stato proprio il monologo dell’attore, tratto da “La notte poco prima della foresta” di Bernard-Marie Koltès, che si fa interprete del dolore e del senso di esclusione di un immigrato, monologo sul quale si sono inseriti Fiorella Mannoia e poi Claudio Baglioni con “Mio fratello che guardi il mondo” di Ivano Fossati. Il matrimonio tra musica e parola auspicato dal “dittatore” artistico, com’è stato soprannominato, è stato dunque perfettamente sigillato in questo passaggio della serata conclusiva.

L’obiettivo di restituire al Festival la musica come protagonista è stato raggiunto ed è anche stata convincente la scelta degli ospiti, tutti legati al mondo dello spettacolo se non proprio alla musica, come Fiorello che apre la manifestazione nel ruolo di “scalda pubblico”, diminutio forse da lui stesso voluta per sedare l’ansia da prestazione: infiamma al contrario il pubblico; è in grande forma e qualcuno già ne parla come del possibile prossimo conduttore di Sanremo.

Ottime la scelta di aver cancellato le eliminazioni, probabilmente per la sensibilità di un cantante verso altri artisti, e la trovata dei duetti che rappresenta per il pubblico un’occasione per ascoltare e rileggere da un punto di vista nuovo la canzone ma anche per gli interpreti di sperimentarsi, con risultati che in quasi tutti i casi sono stati migliorativi, basti pensare al duetto di Annalisa con Michele Bravi o all’intervento di Simone Cristicchi con il duo Ermal Meta e Fabrizio Moro. Qualche scivolone c’è stato ma probabilmente non ha influenzato più di tanto l’esito, semmai confermato la prestazione iniziale.

I testi sono stati il focus del festival, anche se forse non sempre con interpretazioni all’altezza, dimostrando nei giovani in generale originalità e un bisogno forte di raccontarsi: sul versante femminile diventa confessione amorosa, senza grande originalità. Belle però tutte le voci del quadrifoglio femminile.

Sul fronte maschile, tra i Giovani, molto interessante nei tre personaggi sul podio, Ultimo, Mirkoeilcane e Mudimbi - classifica che rispetta il mio voto, contenta del premio assegnato dalla sala stampa giovani al secondo classificato che riceve un meritato premio anche come miglior testo - che il proprio disagio o storia diventi un messaggio universale: del resto la musica è per eccellenza il linguaggio universale che supera molte barriere, arriva ai più giovani e anche ai bambini (è il nuovo pubblico del 2018 del festival) e conquista facilmente anche un pubblico non dotto, pronto però a nuove contaminazioni e rivoluzioni.

I Campioni storici, per quanto i testi siano interessanti soprattutto dal punto di vista poetico, hanno talora un tono da confessione ed eccessivamente nostalgico che forse meriterebbe una valorizzazione fuori concorso, pensando a Vanoni-Bungaro-Pacifico, testo peraltro indovinato che sembra un vestito su misura per l’intramontabile Ornella; così come l’inedito di Lucio Dalla, interpretato egregiamente da Ron nel solco di un’adesione al modello, diventa una rievocazione e infine anche i “nuovi” Pooh, con Red Canzian da una parte e Roby Facchinetti e Riccardo Fogli, dall’altra, sono narrazioni che riecheggiano tanti brani del gruppo, senza più la vitalità originaria.

Smentito l’annuncio di un festival nel segno dell’amore - che quando arriva raramente è ricco d’energia nelle canzoni - perché due delle tre canzoni sul podio parlano di sociale, in modo lirico o giocoso che sia.

Indiscutibile a mio parere il primo posto ad Ermal Meta e Fabrizio Moro; mentre, pur avendo apprezzato lo spettacolo e il tono de Lo Stato Sociale, il gioco è stato fin troppo palese e ammiccante: un modo intelligente e una bella trovata per drenare consenso. E ci sono riusciti. Decisamente sanremese nello stile più recente. Annalisa ha rappresentato probabilmente il desiderio di mettere insieme aspetti diversi delle canzoni in gara, completando il panorama con una canzone al femminile che parla di sentimenti.

Visto che ho citato il duo della discordia del festival per presunto plagio, quasi subito smentito, e poi comunque per il dubbio di originalità e novità del testo che riprendeva la strofa che dà il titolo alla canzone in gara da un brano precedente degli stessi autori, spendo due parole sulla faccenda. La stampa ha cavalcato la polemica invocando rigore e gridando allo scandalo, con il sospetto che si trattasse di un’ottima occasione per mettersi in mostra e fare notizia. Poi proprio la sala stampa ha premiato i due autori di “Non mi avete fatto niente”. Com’è stato detto durante più di una conferenza stampa, in un mondo che ha sperimentato di tutto, con una produzione musicale incessante è ormai quasi escluso il plagio musicale perché è facile anche per la probabilità delle combinazioni che escano frammenti dello stesso testo o partitura, fatto che oltretutto i rapper che ormai partecipano a Sanremo hanno sdoganato da tempo. Certo un ripensamento sul regolamento potrebbe essere fatto proprio perché il tempo cambia alcune regole. A tal proposito mi permetto una riflessione sul voto della stampa. Potrebbe essere reso più incisivo e coerente: una volta accreditati i giornalisti, questi dovrebbero avere l’obbligo di votare tutte le serate in modo da avere un campione stabile come nel caso della giuria di esperti. Diverso è ovviamente lo spirito del voto demoscopico e del televoto.

Musicalmente spicca il brano di Max Gazzè (che io avrei voluto sul podio), raffinato cantastorie, con un pezzo non sanremese, che non rinuncia alla preziosità della partitura, premiato meritatamente come migliore musica; interessante anche la ricerca di Diodato e Roy Paci e de Le Vibrazioni, che suonano senza trucco e senza inganno.

Sull’andamento generale del festival, dopo qualche lungaggine la prima sera, lo spettacolo ha preso un buon ritmo, per fortuna con ospiti e intermezzi di natura musicale, che forse potrebbero essere ridotti o meglio organizzati in capitoli per non distogliere l’attenzione e non sovrapporsi alle canzoni in gara, anche se questa è certamente un’osservazione legata a chi fa un lavoro di critica più che indirizzata allo spettatore classico.

Con le serate anche siparietti e gag si sono ridotti, cancellando quell’aspetto nazional-popolare spesso molto datato e alla fine poco divertente. La scena di Baglioni e Favino carponi alla ricerca della scarpa perduta della Hunziker, il momento più basso del festival, francamente è da cancellare.

E visto che il festival è anche un fatto di costume, una parola sugli abiti. Di Michelle Hunziker si è già detto e la linea scelta è stata classica e di grande raffinatezza, con qualche incursione di troppo negli anni Ottanta e nell’effetto Cenerentola al gran ballo - a parte l’ironia forse un po’ kitsch che però ci sta dell’abito a guisa di mazzo di fiori – mentre il capitano è stato vestito in stile damerino, datato che, se poteva accordarsi con la dama che lo ha affiancato, forse è risultato retrò e appena impacciato. Favino è così dinamico e ironico che in fondo può permettersi tutto perché la sua interpretazione mette a tacere l’interesse sull’abito. Sul palco la fiera della pacchianeria che ha poche volte reso gustoso l’insieme, come ad esempio per l’interpretazione di Lorenzo Baglioni. Incredibile il cattivo gusto con il quale sono state vestite le donne, tutte giovani, e in sala stampa all’apparizione di un’interprete - della quale non farò il nome - si è levato il grido “in carcere lo stilista”. Mi chiedo come delle persone di cultura e giovani abbiano potuto cedere a tentazioni di reinterpretazioni vecchio stile, molto cariche. Tra gli ospiti signorilità fa rima con semplicità e raffinatezza da Giorgia alla Mannoia, da Laura Pausini a Virginia Raffaele, che scelgono un abito da sera vistoso ma finalmente di classe.

Festival meno televisivo di altri, senza il classico presentatore, necessita di qualche messa a punto tecnica che un conduttore come Conti era per forza in grado di gestire al meglio, dai filtri e le luci alla regia delle telecamere un po’ fisse e sempre centrate sui volti e con i primi piani. Non credo del tutto voluta.

Con le luci che si spengono un saluto alla città, ormai stretta in un vestito di almeno una taglia sotto la propria vestibilità, che si è stretta coralmente intorno al festival con un dialogo forte nel nome del no alla violenza contro le donne, offrendo la ricchezza del proprio territorio, i fiori, in un modo nuovo: non più solo un prodotto economico e una tradizione, ma un linguaggio universale come la musica. Vetrine allestite con oggetti a tema, libri musicali, dischi, vecchie radio e strumenti musicali ovunque e al Casinò una mostra di strumenti musicali e documenti storici, spartiti e foto, molti dei quali recuperati alla memoria.

Articolo di: Ilaria Guidantoni

Commenti   

 
#1 Sanremo 2018 musica e parole un matrimonio riuscitoGuest 2018-02-11 21:46
È stato più che piacevole leggere questo articolo. Ottime osservazioni. Equilibrio e gusto raffinato di dire la verità, descrivere Grande evento e Musica. Ho scoperto una Giornalista spettacolare. Condivido maggior parte delle vedute. Complimenti Ilaria!
 

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