Martedì, 01 Agosto 2017 19:09

“La più amata” di Teresa Ciabatti

A volte l’epigrafe scelta per un libro può rivelare molto sul senso profondo della narrazione, altre volte no, ma non è questo il caso. La più amata di Teresa Ciabatti si apre con una citazione di Philip Roth, da Pastorale Americana: Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Questo romanzo dai tratti marcatamente autobiografici si apre con le molte certezze identitarie della protagonista/autrice bambina - Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho quattro anni, e sono la figlia, la gioia, l'orgoglio, l'amore del Professore – incrollabili come solo le convinzioni infantili sanno essere. Presto però i piani narrativi si confondono e le certezze vengono meno: Teresa, quarantaquattro anni, una vita apparentemente normale e vissuta invece, per sua stessa ammissione, in una insofferente solitudine, si mette alla ricerca della vera “storia” della sua famiglia. Chi era suo padre? Quella figura così centrale nel suo percorso di formazione, così centrale da minare, con la sua scomparsa tutte le certezze che l’hanno resa ciò che è: una donna indipendente, fiera, scostante.

Un percorso all’inverso, dal film del 2012 al libro per raccontare con gli occhi di una bambina il sogno di libertà, fatto di piccole cose ma soprattutto del bisogno e del diritto alla felicità, a godere della vita che una cattiva interpretazione della religione asservita alla politica nega. Ma non a tutti: alle bambine perché il maschile possa trionfare. Una storia quotidiana in Arabia Saudita con il sapore di una fiaba dove la bicicletta come in molte società diventa il simbolo di libertà. Scritto con passione e tenerezza, diventa un manuale di educazione sentimentale e sociale alla vita.

Sei stata l'unica promessa mantenuta che abbia mai conosciuto in tutta la mia vita. Lo sai quant'è raro che una promessa venga mantenuta? Una promessa mantenuta è come una balena bianca! Ma quando tu sei diventato astronauta hai mantenuto la promessa, una cazzo di promessa enorme, e ho avuto la sensazione che da lì in poi ogni promessa avrebbe potuto essere mantenuta. Che tutte le promesse potevano essere mantenute...dovevano essere mantenute.

Lunedì, 31 Agosto 2015 14:32

“Il cerchio” di Dave Eggers

Qual è il prezzo della nostra libertà? Che valore attribuiamo alla riservatezza? Cosa siamo disposti a sacrificare in cambio di una vita tranquilla, dove ogni cosa funziona a dovere, un mondo in cui siamo sicuri potremo trovare risposta a tutti i nostri bisogni? Mae è una giovane impiegata che vive una vita ordinaria: da poco laureata, trascorre la sua esistenza fra un ufficio asfittico e il piccolo appartamento che condivide con una coinquilina. Giornate tutte uguali e prive di prospettiva, ma la svolta arriva grazie all'intervento della sua migliore amica ed ex compagna di college Annie: il Cerchio, un'azienda dai contorni futuristici, l'assume come addetta al servizio clienti. Un compito apparentemente semplice, che le da però la possibilità di entrare a far parte di un universo dorato, dove efficienza e spirito d'intraprendenza sono patrimonio di ciascun dipendente e dove la vita lavorativa si svolge in spazi curati in ogni minimo dettaglio, forniti di tutti i servizi che si potrebbero desiderare. Il Cerchio non è solo un luogo di lavoro, ma un vero e proprio modo di vivere differente, improntato alla salute e al benessere. Ci si diverte e si socializza nel corso di eventi creati apposta per i dipendenti, si rimane costantemente in contatto attraverso social network dedicati e sofisticati apparecchi di monitoraggio e condivisione delle singole esistenze. Tutto questo però ha un prezzo.

Nutro sempre un po' di timore nel confrontarmi, da adulta, con quelle che sono state le colonne portanti della mia formazione di ragazzina. Rivedere un film che ha significato tanto per i miei tredici anni, ascoltare una canzone che al tempo pensavo parlasse un linguaggio unico e completamente originale, visitare luoghi che sono – ad oggi – meno veri dei ricordi.
Per questo quando ho visto sullo scaffale l'ultimo libro di Bianca Pitzorno, la scrittrice che mi ha insegnato cosa significhi dimenticarsi del tempo quando si è immersi completamente nella lettura, ho provato un'immensa gioia e, allo stesso tempo, mi sono chiesta se dovessi davvero acquistarlo. Perché è difficile superare Ascolta il mio cuore, impossibile ricreare gli spazi de La casa sull'albero o far rinascere il senso di affinità elettiva che mi aveva legata alla Bambina col falcone.
Non potevo però esimermi dalla lettura, la curiosità era troppa e valeva il rischio d'incontrare il semplice tepore di un incontro fra vecchi amanti. Ma La vita sessuale dei nostri antenati è un libro per “grandi” capace di parlare alle bambine cresciute e alle donne che ancora conservano quella frenesia del leggere che, per certi versi, si perde con l'età.

Incontriamo Daniele Cobianchi in occasione dell’uscita del suo terzo romanzo, edito da Mondadori, La sindrome di Hugh Grant, dopo aver pubblicato nel 2013 Dormivo con i guanti di pelle (sempre con Mondadori) e nel 2006 Il segreto del mio insuccesso (Mursia).

Il sentimento di esterofilia in Italia in questo periodo va sicuramente di moda e anche nel campo della letteratura si sente spesso dire che romanzi, scrittori e generi stranieri sono più floridi e brillanti di quelli nostrani: tale affermazione è di una miopia che va drasticamente smentita.
In Italia, nel secolo passato, si sono susseguiti una serie di scrittori che non solo hanno fatto la storia recente del nostro paese, ma che hanno anche arricchito il panorama letterario internazionale. Probabilmente un elemento che non gioca a nostro favore nell'immediata conoscenza delle opere a livello globale è l'utilizzo di una lingua che, se pur meravigliosa, viene parlata solo nel nostro bel paese.

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