Conversazione con Marcin Öz

Dai club di Berlino ai vigneti di Pachino. Musicista, nato in Polonia e cresciuto nella capitale tedesca, Marcin Öz è stato bassista del gruppo The Whitest Boy Alive, band di musica elettronica che ha fondato con Erlend Øye, il norvegese smilzo dei Kings of Convenience. Dopo la musica elettronica che resta tuttora una passione, anzi una su dimensione di essere, si è innamorato del sole Mediterraneo e dell'arte di Ortigia rivoluzionando la propria vita.

Se dal freddo Nord è finito in Sicilia è anche grazie all’amico cantante: tra i primi stranieri a innamorarsi di quest’angolo d’Italia, qualche anno fa si è trasferito a Siracusa, una scelta netta, che non lo allontanava troppo dalla sua Germania e dal cuore d’Europa. Così dopo un amore forte ma passeggero per il Messico, troppo lontano ci ha confidato, si è rimesso in gioco, rivoluzionando i ritmi quotidiani. Spesso si alza all’alba per andare nella vigna, più o meno quando un tempo andava a dormire, poi va in cantina a Cassibile, quindi si ritira nel cuore di Siracusa, tra campagna e mare dove spiagge chiare si alternano a scogliere. Ma nel vino c’è molta creatività, fantasia e tecnica, come nella musica ci ha raccontato. Non ci ha messo molto a capire che, al di là delle specifiche tecniche che ha dovuto imparare con molta umiltà accanto ai suoi operai, sono due mondi dove gusto e piacere; sapere e cultura vanno insieme, quello delle note siano esse musicali o floreali e fruttate come quelle che si incontrano in un bicchiere.
Quando mi sono imbattuta in un servizio giornalistico dedicato al suo sottotetto nel cuore di Ortigia che ha acquistato e ristrutturato completamente, portandovi – almeno stando alle foto – qualche nota colorata e un gusto un po’ nordico, giovane e rivoluzionario, in mezzo al barocco del tufo bianco, mi sono incuriosita. Da scrittrice e sommelier con una formazione nordica, innamorata del sud, mi è venuta voglia di saperne di più di questo ragazzo che ha osato una rivoluzione mediterranea.
Ci siamo incontrati a Ortigia parlando di Mediterraneo, tra sapori e saperi, anche se fermarlo non è stato facile, sempre in movimento e tra mille impegni.

Com’è nata la passione per la musica?
«Ho cominciato a studiare musica classica a sei anni per volontà dei miei genitori che hanno ritenuto che avessi una certa predisposizione per questa disciplina e ci hanno indovinato. A sei anni non si sceglie ma quando ho finito il mio percorso a diciassette – ho suonato il pianoforte e il violoncello – li ho ringraziati e ho capito che quella era la mia strada.»

Poi c’è stata la “conversione” per la musica elettronica a Berlino, un luogo d’elezione: cos’è venuto prima?
«Berlino e, ancora una volta, la scelta felice è stata dei miei genitori. Siamo polacchi e nel 1987 ci siamo trasferiti; poi nell’89 è caduto il Muro e sono stati anni di effervescenza e grande creatività. Mi sono trovato nel posto giusto al momento giusto e con l’età giusta per fare queste scelte. Allora Berlino era il cuore internazionale di un movimento musicale innovativo molto di nicchia e io ero curioso e ho intuito che in questo ambito c’era molta creatività. Gli anni Duemila sono stati di grande crescita sia personale sia per la musica, poi verso il 2010 il vento è cambiato e anch’io di lì a poco ho preso un’altra strada.»

A Berlino cos’è successo?
«Nel 2003 ho incontrato un musicista norvegese, poi diventato uno degli amici più cari, Erlend Øye - che è anche parte del duo acustico norvegese Kings of Convenience - con il quale abbiamo cominciato a suonare al Cafè Moscow, techno-club dove proponevamo musica basata su sintetizzatori e batteria elettronica finché abbiamo fondato The Whitest Boy Alive, un gruppo indietedesco, in attività fino al 2014. Musica techno con un’influenza del rock indipendent e dell’ini pop. In effetti nel 2012 abbiamo annunciato che ci saremmo presi una pausa. I membri erano, oltre a Erlend Øye, voce e chitarra; Sebastian Maschat alla batteria; Daniel Nentwig alla tastiera Rhode e sintetizzatore Crumar e io al basso.
La nostra fama cresceva ma era sempre di nicchia perché allora il pubblico di quel genere musicale era molto ristretto. In ogni caso abbiamo suonato in tutta Europa, fatto tournée in Asia e in Sud America.»

In particolare c’è stata l’avventura del Messico che ti ha lasciato un segno.
«Le atmosfere, i colori e anche il gusto della cucina locale, mi sono rimasti. A dire il vero porto tutto il mio bagaglio con me anche quando cucino come nella musica ma il Messico è un paese difficile e molto lontano dall’Europa dove comunque sono cresciuto. Quando ho visto la Sicilia ho ritrovato qualcosa di molto simile ma a solo due ore di distanza da casa. Non mi sembrava vero. Ancora oggi non riesco a credere che la mia vita sia cambiata così.»

Con il gruppo musicale hai fatto un lungo percorso.
«In seguito all'incontro con Sebastian Mashat e Daniel Nentwig, abbiamo realizzato “Dreams”, il primo CD. Verso la fine del 2007 la collaborazione con Daniel Nentwig diventa definitiva (in “Dreams” il batterista offre il proprio contributo solo in due tracce) ed è il momento del viaggio in Messico: ne esce “Rules”, il secondo CD studio della band.»
Inciso nel 2009, di tutte le tracce a dire il vero solo una è stata interamente composta in Messico (Keep A Secret). Il singolo “1517” è stato inserito nel videogioco FIFA 10. Complice anche la diffusione dei brani via Internet attraverso i blog musicali, il gruppo acquista popolarità e seguito e si esibisce in Europa ed in America, collimando la propria attività con gli impegni di Erlend Øye assieme ai Kings of Convenience. La band ha inoltre fondato una propria casa discografica, la Bubbles. Lo scioglimento ufficiale avviene nel giugno del 2014.»

Ma la musica resta con te?
«Sì fa parte di me e io di lei. Posso lasciarla per un po’ ma torna fuori. Ora di tanto in tanto suono con delle persone ma per puro divertimento, nelle notti di Siracusa: tutti amici che non sono professionisti del settore.»

Come hai preso la decisione di trasferirti nel siracusano e di cambiare vita?
«L’Italia non sembrava un mercato musicale adatto al mio genere almeno da quello che avevo assaggiato quando venivo per i concerti. Solo che il mio amico che aveva deciso di tornare in Norvegia dopo l’avventura berlinese veniva spesso nel Belpaese dove era stato invitato da degli amici a suonare. L’idea di una casa mi sembrava folle. Dopo un po’ quasi per gioco e per sognare aggiungemmo l’indirizzo di Siracusa sulla nostra etichetta. Il fatto è che quando sono venuto a trovarlo mi sono innamorato e ho deciso che sarebbe stata qui la mia vita. Il progetto enologico è venuto spontaneamente perché sono rimasto affascinato dalla possibilità di mettere il mio impegno in un progetto che si sviluppa totalmente sul territorio ma fatto per il mondo, un po’ come accade per la musica e per quella musica che io ho sposato. In fondo nel settore musicale ero già abituato ad occuparmi di tutto il ciclo produttivo, dal momento creativo fino al confezionamento, produzione e promozione. I due mondi, fatte salve le specifiche tecniche, non sono così lontani: c’è in entrambi un lavoro di fantasia, creatività, sperimentazione; un lato sensoriale, legato al piacere; e un aspetto molto tecnico.»

L’azienda, Vini Campisi, ha un nome italiano: come nasce?
«Il nome è fittizio nel senso che non appartiene né a me né ai miei due soci amici, Sergio e Marco Mazzara, che producono limoni biologici – Limone di Siracusa IGP - ma al loro nonno, Sebastiano Campisi che l’ha fondata come azienda agricola Campisi Italia nel 1950. Cavaliere del lavoro, un personaggio di spessore, che è riuscito a trasmettere ai nipoti la passione per la terra, che a loro volta, ha contagiato me. Mi è sembrato un nome con un buon karma e abbiamo deciso di adottarlo.»

Nuovi progetti?
«In autunno esce un syrah battezzato Halleluja, tributo alla canzone di Leonard Cohen e che è un vino per Natale. E forse c’è anche l’idea di una nuova avventura musicale.»

Intervista di Ilaria Guidantoni

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