Come tradurre in teatro un testo puramente poetico e raccontare la storia di una donna dell’Ottocento la cui esistenza appare a noi lontana mille miglia? Ci ha provato Elena Russo Arman che ha costruito uno spettacolo breve ma intensissimo, tutto basato su un minimalismo che affonda nell’assoluto. Il bianco è assoluto e racconta di neve, i colori raccontano dei cieli all’alba, i verdi parlano di boschi in cui passeggiare, osservando fiori e uccellini, pettirossi e lumache, rane e insetti con cui entrare in contatto empatico e umano, affettivo, emozionante. Al Teatro Elfo Puccini, in Sala Fassbinder, è andato in scena "La mia vita era un fucile carico (being Emily Dickinson)"; lo spettacolo, il cui titolo si ispira ad un libro sulla vita della poetessa scritto da Lyndall Gordon, dipinge un impressionante affresco dei pensieri e dell’attitudine di una donna lontana, che avrebbe forse voluto essere altro ma, considerando la realtà nel New England nella prima metà del 1800, dove la condizione femminile non permetteva alcuna fantasia, si rinchiuse in casa coi genitori, la sorella Vinnie, il fratello Austin e la di lui moglie, Susie, che sarebbe diventata sua cara amica.

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