Il viaggio nel tempo di Marco Masini

Scritto da  Martedì, 17 Novembre 2015 

Concerto al Teatro Nazionale di Milano
Lunedì 16 novembre 2015

Cronologia ma non solo, il viaggio nelle emozioni che Marco Masini regala al suo pubblico con due ore generose di spettacolo dove il respiro batte all’unisono dalle due parti del teatro. Non è solo un cammino che ripercorre venticinque anni di carriera, sofferta, travagliata e riuscita. E’ un andare a ritroso, provare a riavvolgere il nastro, lasciarsi trasportare nei deragliamenti per raccontarsi e riflettere sull’uomo, sul bisogno disperato d’amore che alla fine è l’unica cosa che conta e sulla musica come vocazione che anche e proprio nei momenti più duri non lascia solo nessuno e fa sentire come un piccolo Chopin chi si mette a un pianoforte. Uno spettacolo di teatro, di parole e non solo quelle cantate: un uomo che si mette a nudo con il suo coraggio senza rinnegare le paure e senza dimenticare un mondo che sembra andare in rovina. Una bella prova di energia e di garbo, una voce calda e rotonda che mostra senza esibizione lo studio e la versatilità del suo muoversi sul palco, lasciando la rabbia alle spalle dei primi anni di carriera. Protagonista certamente, riesce però a farsi avvolgere in un tutto che si muove in armonia: i compagni di viaggio che lo accompagnano sul palcoscenico e i video che non scorrono alle spalle come una “decorazione” o una didascalia ma dialogano come personaggi e voce narrante di questo teatro musicale.

Data unica al Barclays Teatro Nazionale di Milano per Marco Masini, il 16 novembre scorso, tappa di un tour fitto di appuntamenti che si è esibito con il suo Cronologia Tour: il cantautore fiorentino, nato il 18 settembre del 1964, ripercorre a ritroso 25 anni di carriera citando le tappe musicali più significative da “Ti vorrei” a “Vaffanculo”, da “T’innamorerai” a “Bella stronza”, da “L’uomo volante” (con cui ha vinto il 54° Festival di Sanremo nel 204) fino all’ultimo successo sanremese “Che giorno è” nello spirito del suo ultimo triplo album antologico “Cronologia” (Sony Music). Ma c’è anche spazio per “Disperato” dedicato al padre, una canzone struggente e una confessione coraggiosa con la quale si aggiudicò la vittoria a Sanremo nel 1990 per la categoria giovani. Marco Masini è accompagnato sul palco da una band composta da Massimiliano Agati (batteria), Cesare Chiodo (basso), Antonio Iammarino (tastiere), Alessandro Magnalasche (chitarra elettrica ed acustica) e Stefano Cerisoli (chitarra elettrica ed acustica). RADIO ITALIA è la radio media partner ufficiale del “Cronologia Tour – Teatri”.

Non è solo un cammino a ritroso, un racconto di narrazione, né un omaggio a un percorso travagliato che finalmente lo ha portato al successo, ormai da anni. E’ uno spettacolo di teatro canzone nella migliore tradizione italiana, reinventata con il ritmo di un concerto dove generazioni diverse siedono in sala – almeno tre e con stili ben distinti – dove la tecnologia, gli arrangiamenti, il rituale di un happening non dimenticano la poesia struggente delle parole e non solo quelle delle canzoni ma quelle dette e citate dal cantautore fiorentino che fa un bilancio sì di tanti anni di lavoro e un buon tratto di vita, senza perdere però l’entusiasmo dell’adolescenza, la voglia di lottare e di pensare che il viaggio migliore è quello che resta ancora da fare.

Canta senza sosta, senza pause, come in una dissolvenza canora che gli consente con fluidità di passare da una canzone all’altra con grande morbidezza. La prima parte del concerto è più scandita: c’è lo spazio per le emozioni iniziali, per portare il pubblico sul palco. Apre la sua voce, calda, profonda, rotonda, appena un’inflessione fiorentina: è la voce “educata” dall’esercizio e dallo studio che senza retorica non fa sconti né a se stesso, né al mondo. Con emozione evidente dice che non c’è modo per far finta che non sia successo niente – non cita Parigi, né Beirut né altro fronte di guerra – ma recita solo i versi del poeta Ungaretti scritti per l’appunto dal fronte per raccontare come si sente: si sta/come d’autunno sugli alberi/le foglie. E si affretta a dire che questo appuntamento, non celebra la precarietà, anzi è una prova di coraggio e di speranza ma, come ripeterà più volte nel corso della performance, nell’uomo la paura non è una vergogna, solo che dev’essere sempre accompagnata dalla voglia di resistere e ricominciare. E cita Paolo Borsellino. Sono tante le parole di questo concerto nel quale dialoga con i grandi e con se stesso, ammettendo le proprie sconfitte, le sue difficoltà iniziali, di un ragazzo che per la discografia italiana aveva la faccia da perdente. E’ questo il senso del viaggio che è metafora della vita, un viaggio nel tempo che, come confessa Marco, è pericoloso perché significa aprirsi alla malinconia, riaprire vecchie ferite, ricordare un’Italia tra gli anni Settanta e Ottanta quando l’amicizia nasceva spontanea intorno ad un falò sulla spiaggia, che allestisce in diretta sulla scena con una fiaccola e dei cuscini attorno dove si siede a cantare insieme alla sua band. Ancora una volta sono le parole che colpiscono: quelle di denuncia all’Italia, un paese dove tutto va male e all’amore del quale abbiamo paura, che poi ha paura del tempo e quando cresce e diventa adulto, resistendo ai colpi della vita, sembra che il tempo abbia paura dell’amore. Si guarda in sala e nella costante alternanza di disperazione, senso di smarrimento e fiducia nella vita, dice che quando vede una coppia che sta insieme da cinquant’anni ha una visione bellissima. L’uomo può mettere in scacco il tempo, tessitore segreto di trame.

La voce accompagnata dal gruppo si alterna a momenti in assolo al pianoforte nel quale, come un pianista di piano bar, si racconta: una narrazione in versi musicali, che parte da quando, a tre anni, riceve in regalo, per Natale, una pianola-giocattolo: ci mette le mani e, a orecchio, riesce a suonare le note di “White Christmas”. Dietro consiglio dello zio, qualche anno più tardi, Marco comincia a prendere lezioni di pianoforte. C’è allora il momento della conversione alla musica che lo porta lontano e lo spinge a interrompere gli studi, tra dissensi e rabbia dei genitori e perfino degli amici. Marco però è deciso a non tornare indietro. C’è lo spazio per il confronto duro, a tratti violento, con il padre, la tenerezza per la madre e poi l’incontro con l’amore, cantato in tutte le stagioni e in tante sfumature, dalle canzoni più esplicite – con le quali gioca con il pubblico - a quelle più mature, dall’iniziazione, al dramma, eppure la passione è sempre il centro vitale . E si capisce chiaramente quanto abbia sofferto e quanta fantasia abbia il dolore per non ripetersi mai uguale neppure nell’ispirazione e nella traduzione musicale che ne esce. Ascoltando si avverte con nitore la continuità del sentire di Marco tra prosa e musica, tra accompagnamento musicale e voce, come piani diversi quanto indissolubili, proprio come accade nella vita, dove a volte si mette a fuoco il primo piano ma l’orizzonte non scompare mai e viceversa. In fondo anche nella presenza scenica Marco non si traveste, si rende quasi trasparente, mimetizzato con la scena, per ritagliarsi una visibilità che non è una maschera da palcoscenico: è semplicemente voce. In questo senso il film – non solo un montaggio di video - che si vede alle spalle in una modulazione di parole e di immagini accompagna nel viaggio diventando la rappresentazione della voce stessa.

A breve su queste pagine la nostra conversazione con Marco

Articolo di Ilaria Guidantoni

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