Spandau Ballet in concerto @ Palalottomatica (Roma) - 30/03/2015

Scritto da  Lunedì, 06 Aprile 2015 

Spandau Ballet, un amore lungo trent’anni. Si chiude a Roma il trionfale tour italiano degli Spandau Ballet: appuntamento a luglio. Che gli anni '80 abbiano lasciato il segno nel cuore di tanti è un fatto innegabile, ma il successo clamoroso riscontrato dagli Spandau Ballet nel nostro Paese (e non solo) con il recente “Soul Boys of the Western World Tour” è qualcosa di magico, inaspettato e forse epocale, che passerà alla storia della musica quale fenomeno - una reunion ed un ritorno in grande stile dopo vent’anni di separazione - al quale probabilmente mai si era assistito prima.

 

La famosa e storica band britannica, formata nel 1979 da Gary Kemp, e scioltasi nel 1989, dopo dieci anni di incredibili successi che l’avevano consacrata in tutto il mondo come una sconvolgente realtà musicale, è rimasta per sempre tatuata nell’anima e nel cuore di chi all’epoca era adolescente o poco più; un amore che non è mai cessato, ma che forse per molti - loro malgrado - si è soltanto sopito; restavano i dischi, i poster, le foto, l’eco dei concerti, il ricordo delle battaglie con chi parteggiava per i Duran Duran, la sensazione nostalgica di aver vissuto qualcosa di memorabile ed irripetibile. E mentre ciascuno di quegli adolescenti urlanti diventava adulto, mentre i capelli bianchi spuntavano impietosi, mentre quel periodo dorato rischiava di sbiadire nella memoria di chi l’aveva tanto amato, i cinque “Spands”, come purtroppo spesso accade alle band di successo, si facevano la guerra in tribunale per problemi legati alle royalties delle loro canzoni. Dunque, se una riappacificazione sembrava impossibile, figurarsi una reunion. Ed invece, nel 2009 il primo colpo di scena: superati i dissapori, la band torna insieme, contestualmente esce “Once More”, raccolta di successi con due inediti che, dopo vent’anni, insieme al “Reformation Tour”, riaccende i cuori degli indomiti fans.

E l’Italia? Come Tony Hadley stesso ha di recente affermato, “le nostre fans italiane sono le più pazze del mondo”, pertanto il minitour appena conclusosi, che ha toccato - registrando sempre il tutto esaurito - Milano, Torino, Padova, Firenze per poi concludersi il 30 marzo a Roma, può essere definito come una marcia trionfale, consacrato da una memorabile notte di musica che la Capitale non dimenticherà.

La stabilità del Palalottomatica è stata più volte a repentaglio: un pubblico strabordante di amore e di passione, come se mai fossero trascorsi 30 anni, ha accolto Tony, Gary, Steve, Martin e John che, più in forma che mai, hanno infiammato i cuori, fatto brillare gli occhi e deliziato le orecchie di un pubblico adorante. Un pubblico sorprendentemente misto: chi si aspettava solo over 40 si è sbagliato di grosso, perché accanto agli ex sedicenni dell’epoca c’erano tanti, tantissimi adolescenti di oggi, emozionati di assistere ad un evento epocale: ascoltare dal vivo ciò che avevano ascoltato grazie ai loro genitori. Così come si è sbagliato di grosso chi credeva, ironicamente, che si trattasse di una triste e squallida “operazione nostalgia”: l’effetto Spandau è stato travolgente, energico, attuale, più vivo che mai.

I brividi percorrono tutto il Palalottomatica quando Tony Hadley, qualche chilo in più ma elegantissimo ed in forma smagliante, attacca l’inedita “Soul boy”: il miracolo si è già compiuto. Accanto a Tony Hadley, la cui splendida ed unica voce non è stata minimamente toccata dal tempo ma è ammaliante come allora, potente, limpida e senza incrinature, gli altri membri della band supportano il frontman in maniera egregia, senza sbavature o esitazioni, dimostrando di essere ancora oggi dei musicisti di elevata qualità, qualcuno addirittura oggi più di allora. Martin Kemp e il suo basso sono una cosa sola, e lui, ben consapevole della sua abilità (e del suo indiscutibile fascino), sorride sornione ed accattivante; Steve Norman suona il sax e le percussioni meglio di trent’anni fa, e i suoi assoli sono tra i momenti più emozionanti della serata; John Keeble è il solito simpaticone e grande maestro alla batteria, mentre Gary Kemp, il duro del gruppo ma anche la colonna portante, con la sua chitarra infonde sicurezza e grinta al resto della band.

La scaletta del concerto è studiata ad arte per emozionare, ed è di quelle che fanno venire la pelle d’oca: “Highly Strung”, “Only when you leave”, “How many lies” e “Round and round”, sono i classici senza tempo che il pubblico scopre in quel momento di ricordare ancora a memoria. Mentre il maxischermo rimanda le immagini dei giovanissimi Spandau, tratte dal film “Soul Boys of the Western World”, seguono “This is the love”, l’inedita e raffinata “Steal” e l’irresistibile “Chant n. 1 (I don’t need this pressure on)”, il cui ritmo incalzante trasforma il palazzetto in una discoteca d’eccezione. Ora che l’ambiente è sufficientemente caldo, è il momento del medley legato ai tempi del “Blitz”, storico locale in cui gli Spands mossero i primi passi: “Reformation”, “Mandolin”, “Confused” e “The Freeze”, forse meno celebri ma stupendamente arrangiate, suonate ed interpretate. Sicuramente cibo per palati fini. Si viaggia ad un ritmo elevato, da far invidia a parecchie delle moderne band che, permettetemi di dirlo, non potrebbero minimamente mettersi in competizione con questi straordinari musicisti, né per capacità, né per energia né per carisma.

Si va da “To cut a long story short”, un gioiello della musica elettronica, a “Once more”, per arrivare ad una bellissima versione strumentale di “Glow”, in cui Martin, John e Steve non si risparmiano; non si fa in tempo a riprendersi che Tony e Gary, scomparsi dalla scena e riapparsi su un palchetto più distante, regalano al pubblico una versione solo voce e chitarra di “Empty spaces”, e un piccolissimo accenno di “Gold”, e stavolta la botta emotiva è davvero forte. Sulla scia delle emozioni, è la volta della stupenda “I’ll fly for you”, e qui il Palalottomatica trema, il sax di Steve Norman riempie l’aria e dà il colpo di grazia anche a coloro che non avevano ancora ceduto alle lacrime. Seguono “Lifeline”, “Communication”, “Instinction”, poi di nuovo il pathos sale grazie a “True”, che il pubblico intona a memoria dall’inizio alla fine. Il Palalottomatica è un tripudio di telefonini accesi, di applausi e di grida mentre la band esce.

Solo due minuti di pausa, ma “Through the barricades” è in agguato, e non dà scampo a nessuno. Una voce unica, quella dei 10.000 presenti, accompagna la voce calda di Tony, mentre si ride e si piange allo stesso tempo. Si conclude con l’inno generazionale “Fight for ourselves”, una botta di adrenalina, e “Gold”, che fa finalmente saltare dalle sedie anche i più timorosi. Il pubblico non vorrebbe mai andare via, e gli Spands generosamente si concedono per qualche attimo in più sulla scena, salutando i 10.000 con affetto e calore. Un grande ed entusiasmante concerto, con cui gli Spandau Ballet si impongono nuovamente e senza esitazioni, nel panorama musicale internazionale. Un trionfo per nulla scontato, vista la delicatezza e l’incognita dell’operazione, ma che prelude ottimamente alle prossime date italiane, previste per luglio, in cui il gruppo tornerà in Italia. Tre saranno le tappe: Verona (6 luglio), Roma (14 luglio) e Taormina (16 luglio).
Inutile dire che per i fans il conto alla rovescia è già cominciato.

 

Articolo di: Stefania Ninetti
Sul web: www.spandauballet.com

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