Rufus Wainwright in concerto @ Monk (Roma) - 25/07/2014

Scritto da  Venerdì, 26 Settembre 2014 

Certe volte la genetica (o dio, se preferite) è davvero ingiusta. Prendete il dna di Rufus Wainwright, ad esempio: rasenta la perfezione. Bello, simpatico, talentuoso, come del resto tutta la sua famiglia (i genitori Kate McGarrigle and Loudon Wainwright III, così come la sorella maggiore Martha e le minori Lucy e Alexandra, sono tutti cantanti di successo). Roba da chiedere a chi di dovere perché non abbia tenuto da parte almeno un po’ di quel ben di dio per qualcun altro.

I fortunati che hanno potuto assistere al concerto del cantautore canadese nei giardini del Monk (pochi, anche perché l'evento era stato promosso in modo relativamente modesto, nonostante restasse ancora spazio a disposizione per ospitare qualche posto in più) hanno avuto davanti agli occhi un'ora e mezza di puro distillato di questo dna. Tutto contribuiva a creare una sensazione di completa intimità tra Rufus e il suo pubblico: la cornice bucolica, il meteo frizzantino di una serata di inizio autunno ("come se fossimo in Canada", ha esordito), lui da solo sul palco insieme a un piano e a una chitarra.

Sembrava, in effetti, di essere seduti in casa di un amico che si divertiva ad allietare un dopocena con la sua musica. Rufus è salito sul palco all'improvviso, alle nove in punto, e ha iniziato a inanellare una dopo l'altra le versioni acustiche di tutte le sue canzoni più famose (da "Cigarettes and Chocolate Milk" a "Going to a Town", da "The Maker Makes" a "Poses" passando per la sua cover di "Hallelujah" che non fa rimpiangere Jeff Buckley: unico neo l'assenza del suo capolavoro "Go or Go Ahead"). E le occasionali stecche alla chitarra, le confusioni negli accordi al piano o nella scaletta non hanno fatto altro che accrescere la spontaneità dell'esibizione. Un'autentica anti-performance.

Vocalmente, in compenso, Rufus è apparso nella sua forma migliore, intenso e commovente. E lo stesso si può dire della sua parlantina: ogni occasione (dagli intermezzi tra una canzone e l'altra alla pausa forzata per accordare la chitarra, anche questa nel bel mezzo del concerto) era buona per scambiare una battuta con il pubblico, meglio se nel suo stentato ma adorabile italiano. Lo si è sentito così chiacchierare amabilmente della sua famiglia, dell'opera sull'antica Roma che sta componendo ("parlerà di Adriano e Antonio, ma non sarà pronta prima del 2018"), delle sue ultime scoperte cinematografiche ("ieri sera ho visto Amarcord di Fellini, la gente dovrebbe rivalutare i culoni"), o della sua incursione sanremese di quest'anno ("mi hanno chiamato 'lo scandaloso', ma a contestarmi c'erano solo tre persone. Mi è piaciuto, speravo fossero di più...").

Eppure una nota stonata, davvero una sola, a ben guardare c'era. Il look sfoggiato da Rufus era a dir poco improbabile: giacca da domatore di leoni, camicia a pois e zoccoli ai piedi. Dopotutto, la perfezione non esiste.


Articolo di: Fabrizio Corgnati
Grazie a: Big Time
Sul web: www.rufuswainwright.com

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