Peppe Barra, la musica va in scena @ Auditorium Parco della Musica (Roma) - 22/04/2016

Scritto da  Mercoledì, 27 Aprile 2016 

Uno spettacolo, musica in scena, che chiamarlo concerto sarebbe una diminutio, che riunisce la tradizione classica della musica popolare napoletana e nuove sperimentazioni, con note jazz e neologismi. In scena Peppe Barra con il gruppo formato da Paolo Del Vecchio - chitarra e mandolino; Luca Urciuolo - pianoforte e fisarmonica; Ivan Lacagnina - percussioni; Sasà Pelosi - basso; Giorgio Mellone - violoncello e Alessandro Maria De Carolis - fiati.

 

Due ore di musica e teatro, favole e filastrocche popolari, accenni all’opera buffa e alle tammuriate, popolari e d’autore con brani che vanno da “Tammurriata nera” a “Piccirè” e “Il mondo dei sogni” tratti dal disco N’attimo. Soprattutto una narrazione, colta, ironica, a doppio senso, sottilmente allusiva, intrecciando percorsi noti che strappano l’applauso con sentieri insoliti…sempre alla ricerca di un altrove; costringendo il pubblico a uscire dai binari per tuffarsi con l’artista nella storia del napoletano antico e nel Mediterraneo, chiasmo di culture.

L’artista è la voce dello spettacolo in un viaggio fluido tra le onde e la spuma del mare di cui parla, morbida e avvolgente come una madre, densa anche se liquida, dove la parola è narrazione dotta, sberleffo mai piegato ad un andamento becero ed ammiccante - sempre vigile sul filo della metafora che sfiora solo il doppio senso - voce usata come uno strumento, quindi canto.

Sono due ore filate con due stacchi musicali che fanno da soli un piccolo spettacolo: la musica del gruppo strumentale non è un accompagnamento, un intermezzo: è da sola una regia, di raffinata classicità e di innesti di sperimentazioni che illustrano senza parole la poetica di Peppe Barra, la sua attenta ricerca e studio sul versante delle sonorità che non si accontenta mai della ripetizione, del virtuosismo, della variazione, ma traducendo contamina e ricrea in modo inedito, a suo modo inattuale e quindi nuovo.

L’inizio è con un’invocazione al sole, su un testo del Seicento, nel quale il popolo napoletano in una metafora chiede anche il buon governo, una guida illuminata per la vita civile oltre che per la natura e, sottolinea Barra, siamo ancora fermi a quei tempi, di corruzione e miopia, “inguaiati”, soprattutto noi che amiamo la cultura. Tornerà sul tema, sorvolando leggero, con una pennellata veloce, d’autore che lascia il segno, perché resta un artista militante sottile dietro la poesia e la canzone che parlano al posto dei proclami, senza scivolare nel teatro del cabaret o mostrarsi eccessivamente innamorato dell’attualità, che sempre più va di moda. Il suo percorso è piuttosto nel solco della satira antica, dotta ma non per questo meno feroce.

Così vola sulle note di una canzone dell’Ottocento che racconta di un bacio e “prende a prestito” poi la canzone dell’amico napoletano Enzo Gragnaniello, nella versione originale di “Besame”.

Lo spettacolo di Barra è un teatro in musica e musica che diventa teatro, dove la visionarietà scaturisce dall’antico, da quell’ancora della storia che svela l’anima del popolo napoletano nella sua intimità, non la veste esteriore, la maschera che tutti conosciamo. Il primo passo è nel segno di un autore antico, poco noto, Antonio Petito (attore e drammaturgo ottocentesco, interprete d’eccezione di Pulcinella), che ha lasciato a Napoli un patrimonio culturale tra pochade, operette e interpretazioni a vario titolo della figura di Pulcinella, che oggi non conosce quasi più nessuno; Barra ci propone un pezzo che si interroga su cosa sia l’amore, un dolore che punge ma che è forza vitale della quale non si può fare a meno, sembra dire. Per alcuni è un’ape, per altri una mosca, o una sanguisuga o ancora un verme che divorando, scarnificando, nutre.

Poi è la volta di un’aria del 1720 che attinge all’Opera buffa, nata a Napoli, altra sorgente alla quale si è abbeverato Barra nel corso della sua carriera, e nella quale si sono cimentati grandi nomi come Domenico Cimarosa, Giovan Battista Pergolesi o lo stesso Leonardo Vinci (compositore napoletano nato a fine Seicento), “Vurria diventar”. Questo incipit, ci racconta Barra, è particolarmente frequente nella canzone popolare perché il popolo napoletano vuole sempre diventare qualcosa d’altro e in questo caso il protagonista vorrebbe trasformarsi in un topolino per incontrare un’amata altrettanto piccola come lui.

E’ sempre nel segno della poesia con Salvatore Di Giacomo, drammaturgo e scienziato, che continua con “Monasterio”, la storia di un ragazzo che si chiude in convento dopo che l’amata lo ha lasciato e che poi lo va a trovare.

Nello spettacolo c’è lo spazio anche per le filastrocche, la memoria prima degli “aggeggi elettronici”, come li chiama Peppe, questa volta sugli animali da cortile.

E dal giocoso al fantastico con Giambattista Basile e la sua opera il Pentamerone, 50 fiabe - fatte tradurre dalla sorella nelle lingue delle corti di allora, francese e spagnolo - tra le quali Lo cuntu de li cunti e La gatta cenerentola, rappresentata da Barra nel 1976. Quest’anno - ci annuncia in diretta - per i quarant’anni a giugno ci sarà una festa in piazza e per l’occasione si riunirà la Nuova Compagnia di Canto Popolare.

E ancora il tema del tempo - che cos’è? - con il testo scurrile di Ferdinando Russo (di cui fu acerrimo rivale Di Giacomo, vissuto tra fine Ottocento e il primo Novecento), tratto dall’Inferno della poesia napoletana.

Senza tregua, Barra spazia nella sua ricerca, con una versione napoletana, ironica e sferzante della canzone “Lo shampoo” dell’amico Giorgio Gaber.

Saluta il pubblico con “Tammurriata nera”, versione d’autore di un genere napoletano, scritto nel dolente 1945, a Napoli periodo di violenze, soprattutto sulle donne. Dai versi emerge la rabbia e l’angoscia del popolo, grido di dolore che Barra dedica a tutte le donne oltraggiate e violate.

Ma il pubblico non vuole andarsene e il finale è un omaggio alla madre, Concetta, artista di teatro che cantava spesso per l’amico di famiglia Eduardo De Filippo, per chiudere il cerchio e tornare alla propria matrice di emozioni.

La cornice è essenziale, nel disegno delle luci e della scena, con l’artista che regala una narrazione continua in un gesto che è vibrazione, misurato in qualche modo, interiorizzato dalla stratificazione del tempo, un porte-bras, come lo definisce lui stesso ironicamente, e il disegno delle mani traccia le figure della sua voce. Entra ed esce dal palcoscenico quasi insinuandosi, come un gatto, ma la sua presenza è comunque possente, sia nell’abito-mantello dell’inizio, mosaico delle contaminazioni delle culture mediterranee e delle sue ricerche, sia nei completi nero e bianco, del prosieguo.

Resta alla fine l’energia temperata della parola nelle sue diverse forme e la curiosità di sapere dove lo porterà il nuovo viaggio.

 

Auditorium Parco della Musica - viale Pietro de Coubertin 30, 00196 Roma
Biglietteria: telefono 892.101
Orario spettacoli: venerdì 22 aprile ore 21

Articolo di: Ilaria Guidantoni
Grazie a: Massimo Pasquini, Ufficio stampa Fondazione Musica per Roma
Sul web: www.auditorium.com

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