Amedeo Minghi live @ Teatro Ghione (Roma) - 24/11/2009

Scritto da  Simone Vairo Sabato, 28 Novembre 2009 
amedeo minghi

La voglia di ricercare il calore di un’emozione in una serata d’inverno è un sentimento non facile da gestire poiché deve sussistere il giusto profeta che meglio sappia rapportare i suoi seguaci ad un dialogo, perduto da anni, con il sentimento che muove tutto: l’amore. Trovato questo si rivelerà tutto il resto. Una lezione di dialettica impartita da Amedeo Minghi, il 24 Novembre, al Teatro Ghione per il recital “Di Canzone In Canzone”.

 

 

 

Il buio di una stanza, a volte, sa essere di conforto contro quello che dimentichiamo. Sembra essere un’affermazione assurda, ma nasconde una verità: il mondo in cui viviamo è solo una facciata mista che racchiude tutte le emozioni dell’animo umano e, non in pochi casi, sembra confonderle mettendo in mostra un insieme confuso e indecifrabile di esse. Questo genera il non comprendersi e l’arrivare a perdere il contatto con la bellezza del reale che ci circonda. Non si vuole intendere, però, soltanto una mera parte estetica di questo giudizio, ma bensì qualcosa di più intenso che coinvolge l’universo poiché anche la creazione dello stesso pare sia stata opera di un sentimento che fa muovere anche tutto ciò che gli è intorno. Gli uomini, troppi presi nelle guerre di conquista e nell’uccidersi tra di loro, sembrano aver dimenticato cosa sia l’amore. Quindi, se l’orrore si svolge in pieno giorno, dove andare a ricercare quello che abbiamo dimenticato? Nel buio, inteso anche come la parte più profonda di noi stessi. Occorre comunque, lì dove noi decidiamo di migliorare, che ci sia un profeta che ci indichi la via giusta da seguire. La sera del 24 Novembre, al Teatro Ghione, Amedeo Minghi ha saputo coinvolgere tutto il suo pubblico in un’atmosfera intima e rassicurante insegnandoci, ancora una volta, cosa significhi la parola massima della sua poetica: l’amore.

Il cantautore romano è ben noto al pubblico per canzoni molto celebri (“Vita Mia”; “Vattene Amore” con Mietta; “1950”) le quali hanno accompagnato varie generazioni rendendo evidente quella che è la grande abilità poetica di Amedeo nel comporre, non solo musicalmente, ma  anche attraverso un grande uso delle parole basate su delle assonanze, canzoni che risultano piacevoli ad ogni ascolto. Un’impronta d’autore non facile di questi tempi, ma che appunto mette subito in risalto con chi si sta “dialogando”. Quest’ultimo verbo non è stato usato in maniera impropria poichè è esattamente questo il tipo di contatto che Minghi voleva avere con il suo pubblico, ovvero presentando un recital (che rimanda, volontariamente, a quello dell’Aprile 1989 chiamato “Forse Si Musicale”) che avesse come protagonisti il piano e la fusione completa delle arti: un progetto che si chiama “Di Canzone In Canzone” e che toccherà, come anni fa, il Teatro Ghione almeno una volta al mese (prossimi appuntamenti: 21 Dicembre – 18 Gennaio – 15 Febbraio – 8 Marzo) e, se ci saranno altre richieste, il tutto verrà portato avanti senza problemi.

Il Teatro Ghione è un edificio abbastanza singolare di Roma poiché risulta essere un “mix” perfetto di classe ed efficienza: possiede uno tra i palcoscenici migliori a livello di visibilità, nonché abbastanza spazio per “trattenere” molte persone e immergerle in un ambiente quasi aristocratico che è dato non solo dalla sua collocazione urbanistica (vicino San Pietro), ma anche dal tipo di struttura che lo definisce come un teatro di altri tempi. Infatti, la sera del 24 Novembre, quest’affermazione è stata confermata anche grazie alla presenza di ospiti d’onore come Luca Barbarossa, Katia Ricciarelli, Michele Cocuzza e molti altri che hanno assistito al concerto con grande interesse confermando il rispetto che tutti hanno per il cantautore romano. Logico che, oltre ai vip, Amedeo ha potuto esibirsi davanti ad un pubblico numeroso che, fin dalla prima canzone, è rimasto estasiato per l’insieme d’emozioni che ha saputo regalare tra vecchi ricordi e piccole pietre miliari. Infatti il recital “Di Canzone In Canzone” risulta essere molto particolare per il fatto di cambiare ad ogni “appuntamento”, anche addirittura per quanto riguarda gli ospiti, poiché il tutto dipende dalle esigenze di Minghi sul cosa voglia cantare in quella determinata data; su questo punto Amedeo insiste molto poichè, secondo quanto affermato dal cantautore romano, esistono canzoni che lui deve assolutamente fare (per rispetto al pubblico), mentre, per la prima parte del concerto, può scegliere di raccontare quelle che lui considera adatte non solo alla serata, ma anche ad esprimere al meglio la sua vena artistica. Questa parte sottintende il fatto che Minghi, al Teatro Ghione, è libero di fare ciò che vuole e questa è la “condizione” migliore che si possa dare ad un artista.

La serata era perfetta: fuori faceva freddo, le luci erano appena soffuse, l’atmosfera riportava a quelle serate malinconiche dell’inverno e gran parte della capitale era rinchiusa in un teatro per ascoltare un concerto; una circostanza che aveva qualcosa di magico. Sembrava, fin dall’inizio del recital, come se il resto del mondo non girasse più poiché si aveva la convinzione che lì venisse dato un attimo per riflettere su qualcosa d’importante. Si spalanca il sipario e una sorta di quadro scenico barocco ci si apre davanti agli occhi: alla destra una grande cornice con dietro un drappo bianco in verticale e alla sinistra un pianoforte elettronico. Tutti attendono con ansia che esca Amedeo che, invece , sorprende tutti proiettando, sul telo della cornice, un videoclip della prima canzone della sua carriera : “La Fine” del 1968, completata, nella seconda parte, dal vero Minghi, quasi a voler creare un collegamento tra il passato e il presente. Il concerto, più o meno, a livello di movimento di palcoscenico è stato abbastanza statico: Amedeo alternava la sua presenza tra il piano e il centro del palco dietro a un leggio, ma qui bisogna prendere in considerazione il fatto che il protagonista del recital non era il cantautore romano ma piuttosto i testi delle sue canzoni, perché questi si facevano portatori della motivazione del recital stesso; l’artista è soltanto un uomo che deve mettere in evidenza una realtà per il suo pubblico ed infatti, in quella cornice, sono stati cantati molti brani che meglio hanno identificato Minghi come un artista che sa descrivere l’amore in senso compiuto. Questo l’ha mostrato soltanto verso la seconda parte del concerto attraverso il brano “Un Uomo Venuto Da Lontano” (dedicata a Papa Giovanni Paolo II; accompagnata dalla proiezione del videoclip) e che ha rappresentato uno dei momenti più alti del concerto. Ma, tornando all’inizio, Minghi ha continuato ad offrire un grande spettacolo attraverso la fusione delle arti: dopo “In Sogno” e “Qualcosa Di Lei” (le quali venivano eseguite con delle basi registrate e dal piano elettronico con l’ausilio di luci colorate che mettevano in risalto il sentimento predominante della canzone), si è passato ad un brano intramontabile per molte generazioni, ovvero il tema della serie televisiva “Fantaghirò” che è stato accompagnato da un balletto e da un monologo (sono note ai fans, prima di determinate canzoni, queste sezioni intimistiche di Minghi), canzone in cui richiedeva ad una donna se e come amerà il suo sposo in futuro. Si passa così a “I Ricordi Del Cuore” (estratta dall' album omonimo del 1992, dal quale vengono prese in prestito anche altre canzoni come “Il Perché Non So” e “Vicino Vicino”) fino ad arrivare ad un monologo sulla musica che introduce uno dei brani migliori del repertorio di Amedeo: “Io E La Musica”, canzone che parla del rapporto di amore e odio con un’arte semplice, ma anche complicata poichè si sa fare accarezzare lentamente o prendere al volo a seconda della sua scelta di giungere o meno all’orecchio dell’artista (da notare come dalle sonorità africane della versione originale si è passati ad un’esecuzione molto più vicina alla cultura folkloristica dell’Irlanda per l’uso dei fiati). Dopo “Per Sempre”, invece, viene proposto al pubblico il monologo più lungo della serata che, con l’aiuto anche di un mimo, fa apparire sulla cornice un Vittorio De Sica giovane e, dopo di lui, una serie d’immagini sul nostro glorioso passato artistico che hanno accompagnato “Vivere Vivere”. Subito dopo viene proposta “Mari”, un brano (dedicato all’attrice Marisa Merlini) che è un crescendo  in cui, però, l’implosione del suono genera un momento di grande intensità. Subito dopo Amedeo ci riporta indietro nel tempo con “Anni 60 (canzone che ha, come motivo ricorrente, “She Loves You” dei Beatles), fino ad arrivare (sempre con l’introduzione del monologo) al brano più recente della sua discografia ovvero “Distanti Insieme”. Al momento della canzone sull’uomo venuto da lontano il pubblico si alza in piedi per applaudire il cantautore romano senza rimettersi seduto. Grazie a questo episodio, Minghi apre il bis (senza andare dietro le quinte e tornare) con la canzone che gli ha dato la “patente” di cantautore ovvero “L’Immenso”, per elencare poi, nell’ordine: “Cuore Di Pace”, “1950” e “Vita Mia”. Il Pubblico non vuole sapere di andarsene così Amedeo regala ancora tre canzoni: “Vattene Amore”, “La Speranza” e “…Rivederci E Grazie”.

La serata si è conclusa nell’entusiasmo e nella commozione di chi, almeno per una sera, ha assistito ad uno spettacolo che le persone farebbero bene a vedere per ricordarsi la semplicità e l’intensità che scaturisce dal provare un sentimento.

Grazie a: Riccardo per avermi permesso di seguire il percorso dettato da Amedeo.

 

Articolo di: Simone Vairo

Grazie a: Maya Amenduni, Ufficio Stampa Teatro Ghione

Sul web: www.amedeominghi.com

 

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