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La cantautrice toscana Susanna Parigi ci parla del suo novo disco “L’insulto delle parole” uscito il 6 Novembre. Un disco emozionante, avvolgente, che ruota attorno alla parola: le parole sono insultate quando non sono rispettate nella loro verità e insultano quando sono menzogna.
Ciao Susanna, cosa hai fatto dalla pubblicazione di “In Differenze” ad oggi? Mi sono portata in giro abbastanza inutilmente ma nel frattempo ho scritto i brani per “L’insulto delle parole”, mi sono indignata quasi ogni giorno per l’insulto continuo alle parole e per il linguaggio volgare, pieno di ingiurie e di basso profilo culturale non solo dei programmi televisivi dove il litigio e la sottrazione dell’intimità sono ignobile esempio per i deboli che ne sono plagiati, ma, e lo dico con grande dolore, anche della classe politica. Mi spieghi brevemente la filosofia che c’è dietro il titolo del disco? Le parole sono insultate quando non sono rispettate nella loro verità e insultano quando sono menzogna. Questo spesso ha percorso la storia: manipolare le parole a proprio vantaggio. Ma sta accadendo qualcosa di più pericoloso ancora. Si cambiano le cose mantenendone il nome o si cambia il nome mantenendo le cose come stanno. Ci mettiamo molto ad accorgerci di questo e intanto la fregatura c’è già stata. Io scrivo solo canzoni e non ho presunzione di denunciare o pensare di cambiare qualcosa, però sento, sento fortissimamente l’offesa e, essendo la mia musica parte di me, questo non poteva non attraversare le mie canzoni. Verso metà del lavoro di scrittura mi sono resa conto che in ogni canzone facevo riferimento alla parola, parola sacra per me, parola come fossile che contiene la storia, parola che può fare la differenza tra vivere o morire, parola che comanda, contratta, deride o illude, parola che salva. Il potere della parola è smisurato. La parola ci distingue davvero dagli animali? Sentendo parlare qualcuno non ci distingue per niente. Sarebbe molto più elegante il ruggito di un leone. Hai scritto sei brani del disco con Kaballà: mi parli della consolidata collaborazione con lui? Collaboriamo da nove anni insieme, dal secondo Cd “Scomposta” e siamo anche molto amici. Abbiamo una complicità collaudata e lo stesso pensiero sui segnali che ci arrivano dall’esterno, qualche volta arriviamo anche alle mani, ridiamo come pazzi, giochiamo, a volte capita persino di piangere insieme quando abbiamo la certezza di aver trovato la parola perfetta per quel momento armonico e melodico, per quella emissione di voce e soprattutto per quello che davvero volevamo dire. Sembrerebbe un rapporto d’amore, ma lo è. Scriveva M. Yourcenar: capita che “...nell’esistenza di uno scrittore fortunato ci sia stato qualcuno, un poco in disparte, che non lascia passare la frase inesatta... qualcuno che ci sostiene... qualche volta ci contraddice... e non è né la nostra ombra, né il nostro riflesso... ma sé stesso... e... ci costringe ad essere pienamente ciò che siamo”. Nel disco c’è la presenza del quartetto d’archi Arkè String Quartet: cos’ha aggiunto ai brani? Solo quello che serviva, né più, né meno, ché altro sarebbe stato una forzatura. Grazie per la loro disponibilità e abilità, grazie alla mano malinconica e struggente di Valentino Corvino che ha scritto le parti e al suo modo di entrare completamente nella mia musica. E’ più facile parlare d’amore o di odio? Non so se sbaglio dicendo che spesso si scrive di una mancanza. Se fosse vero quello che dico, sarebbe molto più facile scrivere di amore. In “Un basta” concludi con: “Annièntati, Uomo Sapiens”. Mi spieghi questa frase? E’ una citazione liberamente tratta da “Apostrofe all’uomo” di E. Millay. Non basterebbe un libro per analizzare queste sue parole. Produrre più in fretta, spingere, usurpare, costruire bombe e poi cantare inni, permettere le guerre e commercializzare batteri, espandersi, annientarsi e poi accarezzare i propri figli. Di quali opposti è capace l’uomo? Eppure nonostante questo, la verità, prove e statistiche alla mano è che, come scrive il prof. Pino Arlacchi nel suo splendido libro “L’inganno e la paura”, le cose vanno migliorando e non stiamo andando sempre di più verso la catastrofe, come “il grande inganno” dei mezzi di comunicazione vuol farci credere. Nel disco c’è anche la cover di “La canzone dei vecchi amanti” di Jacques Brel, riarrangiata da Vince Tempera. Come è stata scelta? Amo questa canzone e il rispetto totale dell’autore verso la parola, che non significa necessariamente essere sinceri, ma ricercare fino alla maniacalità quella parola, e solo quella, per arrivare fino in fondo, anche a costo della non approvazione. Vuoi aggiungere qualcosa? Sarebbe così bello se si abbassasse il tono della voce, se si parlasse piano ai bambini, io so che quando urli si allontanano, quando parli piano vengono più vicini per ascoltare. Se si abituano a una soglia di rumore alta non saranno più in grado nella vita di percepire le sfumature e le piccole cose, che in fondo sono quelle che fanno la vera differenza. Intervista di: Ilario Pisanu Grazie a: Susanna Parigi, Angela De Simone (Ufficio Stampa Parole & Dintorni) Photo di: Max Chianese Sul web: www.susannaparigi.it |
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