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Enrico Melozzi: il musicista traduce le emozioni in musica Stampa E-mail
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Interviste musica
Scritto da Giovanni Villani   
Venerdì 21 Ottobre 2011 00:00

Enrico MelozziEnrico Melozzi, classe 1977 è compositore, arrangiatore, violoncellista. “La Sinfonia Concertante in Do Minore”, composta nel 2007 compie, nei suoi quattro movimenti, un percorso complesso di continuità e contrasto con cambi di tema, colore, velocità, metro, facendo emergere un’energia classica bruciante.

 

 

La tua biografia recita "…inizia a comporre da giovanissimo"; quand'è stata la tua prima composizione? E prima ancora, come hai conosciuto la musica?

Ho iniziato a comporre molto presto, a circa 11-12 anni. Grazie all'utilizzo di un vecchio Amiga 500, e a un semplice software per comporre (un antenato del moderno Finale). Siccome non ero in grado di leggere la musica, ci copiavo sopra il Clavicembalo Ben Temperato di Bach, perché volevo ascoltarlo. E così facendo, copiando e copiando, ho imparato le regole della musica. Il mio primo brano “pagato” su commissione risale al 1989, quando una mia compagna di classe delle medie mi chiese di scrivere un pezzo per il compleanno di sua madre. Mi fruttò ben 10.000 lire! Composi una fuga per organo. Poi tanti altri brani, messe, sinfonie, trii quartetti. Che però con l'età ho disconosciuto, ovviamente, e rimangono in un cassetto della mia casa natale di Teramo.

Chi è Michael Riessler per Enrico Melozzi?

Per me Riessler rappresenta la salvezza. L'uomo, il musicista più incredibile che abbia mai conosciuto, mi ha salvato dalla noia del conservatorio, e mi ha aperto la porta della musica vera, quella suonata, scritta ed eseguita pochi giorno dopo. Mi ha insegnato le regole della musica interessante, i trucchi del mestiere. Ossia tutto quello che purtroppo in conservatorio non insegnano. Ho lavorato per tanti anni con lui, e tutt'ora collaboriamo alle sue nuove composizioni. C'è sempre da imparare. E con lui ho calcato importanti palcoscenici come il Teatro Volksbunhe di Berlino, l'Opera di Francoforte e l'Auditorium Parco della musica di Roma. Grazie a lui sono entrato in contatto con i mostri sacri della musica contemporanea come Vinko Globokar, Michel Portal, Pierre Charial, Markus e Simos Stockhausen. Da loro ho imparato tutto.

Com'è stato il passaggio dalla musica più classica a quella elettronica? A tuo parere sono così diverse ed inconciliabili?

Il passaggio è stato a dir poco naturale, quando il lavoro è compiuto a regola d'arte sia l'elettronica che la classica hanno degli altissimi valori espressivi ed emotivi. Approcciando seriamente all'elettronica si riesce ad evocare altissime sensazioni, e alla fine il lavoro del musicista è solo quello di tradurre le emozioni in musica. Spesso ho cercato di fondere gli strumenti acustici con l'elettronica, e il bello è quando si usano strumenti classici che sembrano elettronici, e quando l'elettronica sembra musica acustica. Il trucco c'è ma non si sente!

In una conferenza di due anni fa in memoria di Nino Rota, l'illustre regista Mario Monicelli ha esordito dicendo “Per me, il cinema dovrebbe essere muto; aver bisogno della musica per sostenere una scena significa che il regista non è riuscito a trasmettere con le immagini le emozioni, quindi ha fallito”. Come commenti?

Monicelli ha sempre ragione. Tra l'altro ho avuto modo di conoscerlo quando anni fa mi hanno chiamato a dirigere l'orchestra della Rai per il Premio Valentino a Lecce, e lì facemmo una bella chiacchierata sul futuro della cultura. Di fatto è vero. Un film perfetto funziona senza suono. E sono troppi i registi che si affidano al musicista per “salvare il proprio film”. La verità è che la musica può solo aggiungere degli stati emotivi al film, può dire il “non detto”, ma non può cambiarne il senso, a meno che non si tratta di opere di basso profilo. Il grande Monicelli ha sempre ragione, anche ora che non c'è più. Certo che però mi sarebbe piaciuto molto che proprio lui non fosse riuscito a trasmettere il giusto in un suo film, e che si fosse rivolto a me...

Come si scrive una colonna sonora? La scrittura della musica va di pari passo alla lavorazione del film?

Solitamente si scrive la musica a film finito e montato. Io cerco di tradurre in musica il peso della fotografia, dal quale fondamentalmente si deduce l'organico orchestrale che si userà. Il tema musicale viene da se. Dal cuore. Molti registi invece vogliono la musica prima di girare il film. In modo da influenzare le riprese con la musica e non nascondo che questa tecnica la apprezzo molto. Adriano Giannini nel suo “Gioco” (vincitore del Nastro d'Argento) mi ha chiesto molto prima di girare la musica, e poi una volta finito il film, ci siamo trovati a ricomporre la musica sulla base dei provini. E' stato un bellissimo lavoro!

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ho composto un balletto per la West Symphony Australian Orchestra dal titolo “Pinocchio – The Ballet”. E' un opera complessa per circa 90 musicisti e 35 danzatori. Sarà rappresentata nel 2012 a Perth, e sono entusiasta e curiosissimo di partecipare alla prima. E' un sogno che si realizza, e inoltre si tratta del primo balletto mai composto sul personaggio di Collodi. Spero che mi porterà fortuna!

 

Intervista di: Giovanni Villani

Grazie a: Enrico Melozzi e Valentina Corna - Ufficio Stampa Parole e Dintorni

Foto © Facebook fan page di Enrico Melozzi

Sul web: www.myspace.com/enricomelozzi - Facebook fan page

 

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