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Rock band assolutamente internazionale che fa perno su una donna “estrema” e “guerrieri queer” da sempre, i Betty Poison suonano frequentemente in tutta Europa e sono reduci da un fortunatissimo tour negli Stati Uniti. La presentazione di “Beauty Is Over”, loro nuovissimo disco, è avvenuta nel segno della lotta all'omofobia, tema che sta loro particolarmente a cuore.
Chi sono i Betty Poison? Mi raccontate qualcosa di voi? I Betty sono Lucia Conti, Nunzio Falla e Mirko Caiazza, fondamentalmente tre disadattati con le palle di cemento. Nati nel 2005 e dopo due cambi di line-up si presentano oggi più temprati che mai. Non essendo nati miliardari e sapendo di vivere forse nel peggior contesto possibile per un musicista alternative, cioè l’Italia, hanno capito sin dall’inizio che non potevano limitarsi a suonare e sono quindi subito diventati quello che molti altri gruppi semplicemente aspettavano: manager, ufficio stampa, booking di se stessi. In pratica hanno coltivato con un certo successo una discreta autarchia. Musicalmente si fanno coccolare da Iggy Pop, Nina Hagen, Nick Cave, Smashing Pumpkins, Hole, Bauhaus, Inger Lorre e molti altri, ma potete vedere in loro ciò che volete, di fatto è la cosa migliore. Avete presentato il vostro nuovo disco al Rising Love (Roma), in una serata sulla lotta contro l’omofobia: cosa ne pensate di questo argomento? Perché vi sta tanto a cuore?
Siamo da sempre molto attivi nella lotta per il riconoscimento dei diritti dei gay e imbestialiti con un’Italia anacronistica in cui i legami omosessuali sono ancora considerati fenomeni imbarazzanti da tenere lontano dagli occhi della gente perbene, in cui gay e lesbiche vengono portati dal medico affinché li guarisca, guardati con ribrezzo e dolore dalle famiglie di origine, insultati e persino aggrediti se osano tenersi per mano per strada, come la cronaca tristemente dimostra, ridotti a stereotipo desolante, come se potessero essere tollerati solo in quanto simpatiche macchiette o pelouches da salotto di Barbara D’Urso e socialmente castrati in ogni legittima aspirazione a una vita normale. In sintesi siamo in guerra con l’Italia degli psichiatri televisivi cattolici e omofobi, di chi considera “oscena” la bisessualità e di tutti coloro che stanno forgiando la peggiore coscienza collettiva dai tempi del ventennio, anche e soprattutto politicamente. Nel vostro nuovo disco c’è anche un brano “Lie forever” che tratta del dramma di chi nasconde la propria omosessualità. Me ne parlate? “Lie forever” parla di una donna, madre di famiglia, che ha nascosto a tutti di essere lesbica e vive svuotata di ogni felicità o emozione, costretta a ingurgitare sedativi e dormire appena può per dimenticare la miseria della sua vita. Da qui il verbo “lie”, usato nel suo duplice significato di “mentire” e “sdraiarsi”. Purtroppo lo spunto è una storia vera. E ce ne sono migliaia. Mi parlate del nuovo disco “Beauty Is Over”? Come mai questo titolo? “Beauty Is Over”, la bellezza è finita. Siamo dei pirati con troppe cicatrici addosso per poter ancora sognare di essere smaglianti. E ci dà un po’ fastidio che il mondo continui a chiedere questo: bellezza, apparenza, innocenza. La vita è spietata e l’amore, come diceva Bukowski, è un cane venuto dall’inferno. E’ per questo che abbiamo scelto questo titolo. Siete stati due volte opening act per gli Hole di Courtney Love: com’è stata questa esperienza?
Aprire per Courtney Love e gli Hole è stato come ritrovarsi protagonisti di un immaginario che quando eravamo ragazzini vivevamo da spettatori… o almeno questo vale per la cantante e per il chitarrista, che attraversarono gli anni novanta facendosi spettinare dai fragori di “Pretty on the inside” e “My Body The Hand Grenade” e blandire dalla violenza in forma canzone di “Live Through This”. Anni dopo è stato quasi irreale dividere il palco con Miss Love in carne (pochissima) e ossa, lunga quanto un’autostrada e bella come una bambola di porcellana, molto di più di quanto appaia dalle foto e dai video. Abbiamo suonato insieme sia a Milano che a Roma ed è stato davvero gratificante. Ci hanno scelto loro tra più di venti candidati e la signora Love in persona ha detto cose bellissime sulla band e sulla voce di Lucia in occasione dell’intervista che La Repubblica XL le fece prima del concerto di Milano. Ce lo ho ha riferito Gigi Roccati, autore e regista che in quella occasione svolse la funzione di interprete. Qual è la differenza, se c’è, nel suonare in Italia e nel suonare all’estero? Suonare nel mondo, come viaggiare, banalmente ti apre il cervello e ti mette davanti agli occhi la verità su scala internazionale. In Italia chiunque faccia musica è costretto a confrontarsi con un sistema simile a un orologio rotto. Non mancano persone e realtà che cercano di cambiare le cose, e parlo sia di bands che del pubblico più attento e partecipe, ma la concorrenza di un’intera nazione involuta e pigra è spietata. In Europa la situazione è relativamente migliore, ma soprattutto in alcuni Paesi si sta diffondendo sempre di più il fenomeno dei grandissimi festival pieni di grossi nomi. E questo, accadendo con una certa continuità, ostacola la programmazione dei piccoli clubs, soprattutto nel periodo estivo. La situazione è comunque abbastanza buona. Gli USA sono stati l’esperienza migliore mai avuta. Un pubblico caldissimo e dei circuiti vivi e stimolanti oltre ogni aspettativa. Negli Stati Uniti chi viene a sentire un concerto è normalmente davvero interessato e se la band rende una buona prova live riceve sudore, entusiasmo, grande attenzione e anche supporto materiale, che è poi la cosa che ti permette di sperare di poter vivere di musica. E’ andata talmente bene che a settembre torneremo sull’East Coast e non neghiamo che non ci dispiacerebbe muoverci in quella direzione. Mi dite qualcosa su "Time", primo video estratto dal nuovo album?
Con “Time”, preview del nuovo album, abbiamo fatto una scelta abbastanza folle, scegliendo di puntare su un brano assolutamente atipico, lungo sei minuti e quindi antiradiofonico e assolutamente non catalogabile. Lo abbiamo fatto per il semplice motivo che lo riteniamo bello come uno scorcio di mare in tempesta e il mare in tempesta se ne fotte di tutto. La Minimal Cinema è stata dello stesso avviso producendo il video del brano e arrivando a dei picchi di poesia visiva assoluta. E a quanto pare non siamo stati poi tanto pazzi perché “Time” è stato colonna sonora di una recente performance tenuta a New York da Anton Perich, fotografo storico di Andy Warhol ed artista insigne della celebre “Factory” e degli anni Settanta. La performance, ripresa sempre dalla Minimal, è stata proiettata a Berlino, Copenaghen, alla White Gallery, al Pitti e in tutte le fiere europee della moda a cui ha preso parte il brand a cui Perich ha associato la performance. Volete aggiungere qualcosa? Veniteci a cercare. Vi daremo tutto quello che siamo. Guarda il video di “TIME” http://www.youtube.com/watch?v=8Tufi26DTyg&feature=channel_video_title BETTY POISON sono: Lucia Rehab - Voice/Guitar Nunzio Falla - Guitar Mirko Caiazza - Drums BETTY POISON on tour 30 aprile @ Rising Love, Roma (Italia) 19 maggio @ White Rabbit, Freiburg (Germania) 20 maggio @ White Trash Fast Food, Berlin (Germania) 21 maggio @ Give Me Noise Festival, Göppingen (Germania) 26 maggio @ Jekyll Club, Cesenatico (Italia) 27 maggio @ Ambient Pub, Tolentino (Italia) 3 giugno @ Musiktheater Bad, Hannover (Germania) altre date presto on-line! Intervista di: Ilario Pisanu Grazie a: Betty Poison - Angela, Ufficio Stampa Annozero Foto tratte dal profilo ufficiale Facebook dei Betty Poison Sul web: www.myspace.com/bettypoison1 |