Teorema Fornasari: il sogno nel segno

Scritto da  Domenica, 01 Giugno 2014 

Ogni donna, è noto, conserva dentro di sé un mistero. Ma c’è anche chi come Teorema Fornasari custodisce più di un segreto nello scrigno della sua anima. A cominciare dal nome di battesimo: cosa si cela dietro il nom de plume Teorema? Io lo so, perché me lo ha confidato in un soleggiato pomeriggio genovese, ma me ne guardo bene dal rivelarlo ai quattro venti.

Dunque l’enigma si affaccia a partire dai documenti d’identità. Ma un temperamento poliedrico come il suo, perennemente teso a esprimere il proprio universo interiore con risultati artistici sempre spiazzanti, è tutto un arcano. Lei stessa è la prima che, ogni giorno che Dio manda in terra, si pone delle domande sul senso e sulla finalità delle opere che ha partorito; sta cercando, con pazienza e costanza, la sua personale “Stele di Rosetta” che le consenta di decifrare quei geroglifici a cui, tra astratto e figurativo, ha dato vita in tutti questi anni di lavoro.


Artisti si diventa o si nasce? Altra bella domandina di quelle facili facili, talmente facile che fino a oggi nessuno è stato in grado di fornire una risposta credibile. Ci sono però alcuni dati certi e inoppugnabili, che non si prestano a interpretazioni. Ad esempio il fatto che la prima mostra di Teorema risale a quando aveva quattordici anni; che negli anni ha dato corpo a progetti di grande spessore, giustamente premiati dall’attenzione del pubblico e della critica. “Ricordi d’infanzia”, “Passione”, “Progetto Spaziale”, “Arlecchini”: sono solo alcune delle tappe di una peregrinazione instancabile. In particolare “Progetto Spaziale” rappresenta un punto nodale nella sua biografia: in questo contesto è nato Teoremino, l’alieno bambino che osserva con sguardo vergine le brutture del mondo.


Finché c’è Teoremino c’è speranza: questo è il messaggio che Teorema ha voluto lanciare. Ma tutto il discorso artistico che ha elaborato finora esprime un sentimento di ottimismo verso il futuro, pur nella piena consapevolezza che il presente è un paesaggio desolante. Nel caso degli “Arlecchini” c’è un evidente tentativo di donarsi una fettina di felicità e donarla agli spettatori: c’è tanto bisogno a questo mondo della maschera bergamasca; c’è bisogno dei suoi colori che mettono allegria, della sua astuzia nel risolvere i problemi pratici della vita. Ma anche quando lei si interroga sull’eterno irrisolto nei rapporti uomo-donna, c’è sempre nei suoi segni la convinzione di un riscatto possibile, di una potenziale uscita dalle sabbie mobili facendo affidamento alle proprie risorse interiori.


E a proposito di speranza, può capitare perfino questo: un’artista che per sua stessa ammissione non ha mai seguito lo sport si è ritrovata a incrociare il basket. Questo incontro - invero piuttosto insolito - tra Teorema e la pallacanestro sta prendendo forma proprio in queste ore, mentre scriviamo questo articolo. A Roma, in occasione delle semifinali e delle finali del primo torneo dedicato al grande Maurizio Martolini - scopriremo di che si tratta. Scommettiamo che anche questo approdo capitolino, a partire dal 7 giugno, sarà un bel canestro da tre punti? Fermo restando che, trattandosi di una ragazza così indipendente e dalla mentalità così aperta, non mancheranno di certo i tiri liberi.

 

Ciò che colpisce, sfogliando la tua biografia, è che hai scoperto da giovanissima la tua vocazione da artista. Hai capito qual era la tua strada in età molto precoce.
Ci sono delle esperienze biografiche molto dolorose che hanno segnato il mio futuro. Da bambina, oltre ad aver vissuto in un contesto familiare molto difficile, è capitato un episodio davvero spiacevole, che mi ha creato un trauma. Avevo appena sei anni e la reazione a quel trauma è stata il silenzio, rinchiudermi in un totale mutismo. Una psicologa dell'età evolutiva aveva trovato la chiave giusta per convincermi a parlare di nuovo. Mi disse “disegnami un fiore, disegnami il sole”; poi via via “disegnami la paura, le emozioni”. Attraverso il disegno, insomma, la dottoressa mi aveva permesso di ritrovare fiducia in me stessa. Da allora, l'arte è diventata lo strumento per raccontare al mondo il mio universo, il mezzo col quale riesco a dipanare i grovigli della mia anima.


“Ricordi d'infanzia” è stata la prima tappa importante del tuo percorso artistico.
Esatto. È un peccato che se ne parli poco perché tutto è nato da lì. “Ricordi d'infanzia” ha avuto per me un'importanza nodale: raccontando i primi anni della mia vita attraverso l'arte mi sono riappacificata coi fantasmi del passato. “Progetto spaziale” è nato per andare definitivamente oltre quegli spettri: c'era l'intenzione, proiettandomi nell'universo, di superare i turbamenti della terra. Per rendere più efficace questa mia idea così ambiziosa avevo bisogno di un "testimonial": Teoremino, l'alieno bambino, è nato in quell'occasione. Nessuno meglio di lui poteva farsi portavoce della mia battaglia per un mondo più giusto: estraneo alle cose terrene come un alieno, limpido e trasparente come un bimbo. Non è stato facile spiegare alla gente comune il senso di questo mio progetto: le menti più semplici potevano scambiare il pupazzo Teoremino per un Gabibbo qualsiasi.


Il nome Teorema da dove deriva?
Io dico sempre che quando avrò risolto il mio teorema sarò finalmente riuscita a portare a compimento un'opera d'arte. Sarei felice se nella vita riuscissi a farne almeno una. Purtroppo non è ancora successo.


A che punto sei nella risoluzione del teorema?
In una fase divertente. Quando la tela ritorna bianca vedo una serie di sfaccettature, una poliedricità da rivelare nella mia espressione artistica.


Cosa accomuna due progetti artistici così differenti come “Arlecchini” e “Progetto Spaziale”?
Sono due facce differenti della mia personalità. Arlecchino è un prodotto di massa, giocoso, che dice allo spettatore "se non sai sorridere non guardarmi". Progetto Spaziale è diverso: chiede agli ascoltatori di prestare un attimo di concentrazione, di fermarsi e riflettere.


È più difficile il mestiere di mamma o di artista?
È difficile anche darti una risposta. Diciamo più in generale che è molto difficile guardarsi dentro.


Quando fai le performance emerge anche la tua componente esibizionistica. Parliamone.
Quando, come nel mio caso, diventi tutt'uno con la tua espressione artistica non riesci più a diversificare il corpo e la mente. Il tuo corpo diventa una tavolozza. Mi piace entrare dentro le mie opere, vestirmi coi colori e le forme dei miei quadri. Il problema delle performance in Italia è che non hanno sbocchi: anche tra gli addetti ai lavori, a parte Marina Abramović, non ti sanno citare nessun altro nome. Il rischio nel nostro Paese è che chi fa performance venga visto un po' come un fenomeno da baraccone.


C'è un progetto sul quale stai lavorando in questo periodo che riguarda la condizione della donna.
In particolare mi sto soffermando su un elemento che non viene trattato a sufficienza: la violenza sottile per cui una donna, al fine di soddisfare le aspettative maschili, deve avanzare con il proprio corpo. La peculiarità di questo mio progetto consiste nell'attribuire anche alle donne la responsabilità di questo stato delle cose. C'è tutto un gioco, che io lascio intravedere, di "voglio ma non voglio", "mi ribello ma non mi ribello", “non voglio essere una preda ma la cosa in fondo mi piace”.


Veronese di origine, vivi a Genova da molti anni. Che colori avrebbe un quadro sulla città della Lanterna?
Un quadro dai colori grigi, con puntini sullo sfondo colorato che sono le persone variopinte: Genova è una città multietnica di porto, con gente che va e che viene.


Milano invece?
Milano ha sicuramente dei colori più accesi ma è anche più dispersiva. È una metropoli come New York, ma nella Grande Mela l'intreccio è più ordinato, ha una sua organicità maggiore. Devo dire che mi sarebbe piaciuto molto realizzarmi professionalmente oltreoceano. Non sono di quei creativi che ci tengono a lasciare un segno nel Bel Paese: dall'Italia prendi giusto il colostro, ma l'artista deve essere nel mondo. Per quanto mi riguarda il mondo è troppo piccolo, io ambisco piuttosto allo spazio.


Sei soddisfatta in questa fase?
Per la prima volta vivo una fase di consapevolezza, non era mai capitato prima. Sto perfino trovando un certo equilibrio, pensa un po’.


Credo che tu abbia imparato ad essere indipendente. Sai farti compagnia, hai una ricca “socievolezza interiore”.
Ho cullato Teoremino per un po', ma ora la fase del bambino è terminata, può camminare con le proprie gambe. Adesso posso prendermi il piacere di vivere anche la mia femminilità, di liberare la mia sensualità.


Qual è il complimento più bello che hai ricevuto?
"Ti chiedo scusa". Me lo disse una persona che all'inizio non aveva capito lo spirito di Teoremino. Una volta che ha intuito tutto il discorso che c'era dietro, si è sentito in dovere di chiedere scusa e dirmi grazie. Per me è indispensabile la conferma del pubblico, è un colore che sulla mia tavolozza non ho. Le conferme arrivano perché per fortuna sulla terra non c'è un solo Teoremino, ce ne sono tanti. Quando i teoremini si riconoscono si scambiano le energie positive, è una cosa molto bella.


E la critica che più ti ha ferito?
Quando parlando di una mia opera dissero “non si sposa bene col colore del mio divano”. In quei casi ci rimango male perché significa che non è arrivato il messaggio.


Questo tuo oscillare tra astrattismo e figurativo che cosa significa?
I miei quadri sono figurativi quando voglio evidenziare i concetti come punti esclamativi; l'astrattismo corrisponde invece ai puntini di sospensione: solo lo spettatore può decidere, in assoluta autonomia, come riempire quei puntini.


Concludiamo con Teorema che si cimenta col basket. Piuttosto insolito come accostamento, non trovi?
Molto insolito, però è una sfida davvero interessante. Mario Arceri, che oltre ad essere un grande giornalista sportivo è anche un amico, qualche anno fa ha descritto la mia arte con queste parole davvero lusinganti: «Nelle fulminanti intuizioni di Teorema vedo lo scatto bruciante di Bolt; nella sua instancabile produttività l'anelito del maratoneta; nell'eleganza incisiva del suo tratto e nell'evoluzione del suo percorso pittorico l'intuito del playmaker; nella realizzazione delle sue opere la precisione del tiratore da tre punti; nella sua duttilità espressiva l'atleta che sa coprire più ruoli ed è dunque il più apprezzato e insostituibile nell'ambito di una squadra». Mario ha voluto che la mia arte colorasse il Torneo Martolini a Roma, io ho accolto più che volentieri il suo invito. Sicuramente vivo l'arte in maniera molto decoubertiana: credo che l'importante sia partecipare. Anche perché, esigente come sono, prima di considerare una mia opera come una vittoria passerà ancora tanto di quel tempo…

 

 

PalAvenali Roma, 7/14 giugno 2014
L'esposizione delle opere prosegue presso la Galleria D'arte Pavart di Roma dall'1 luglio 2014

 

Intervista di: Francesco Mattana

 

 

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