Storie di quartiere per una riflessione sulle relazioni 2.0 - Conversazione con Alessandro Bini

Scritto da  Mercoledì, 29 Gennaio 2020 

Alessandro Bini, fiorentino, autore di storie e scrittore ironico di testi cominci per il teatro è uscito in libreria con I Fracassati, romanzo edito da Mauro Pagliai Editore, un quadro senza sconti di un quartiere fiorentino, quello del Mercato Centrale, che conosce molto bene. Un intreccio di storie che si coagulano intorno al bar, vite minute, con gioie e affanni quotidiani, che riflettono però il mondo delle relazioni al tempo di Internet e soprattutto dei sociale e di un mondo mediatizzato, vero bersaglio di Alessandro. Il punto di vista è quello delle relazioni, non solo sentimentali e familiari ma anche lavorative, in un divenire precario e spesso inconsistente. Il romanzo, quasi un reportage, non sviluppa tesi, come se il narratore non ci fosse o meglio lo si scorge nei personaggi, nella voce che racconta, quasi mai realmente esterna, senza diventare un occhio giudicante. La critica però c’è, sottile tra le righe, e prende di mira l’incapacità di saper usare il proprio strumento migliore per vivere, secondo Bini, la ragione, delegando l’autocoscienza. Una lingua parlata che sorge spontanea come un flusso di coscienza, nutrendosi di quello che ascolta, una lingua spontanea, che sembra senza rilettura. Certamente più spontanea di quella studiata ad effetto dei messaggi che sembra diretta ma non lo è.

 

Lo abbiamo incontrato per capire qualcosa di più del suo punto di vista e della sua scrittura. Chi è Alessandro Bini?
“Sono nato a Firenze, dove vivo e mi sono laureato in Filosofia con una tesi sulla massificazione del consenso nella Scuola di Francoforte, dopodiché ho ricevuto una proposta per collaborare con l’università. Nel frattempo però avevo vinto un concorso alle Poste dove sono entrato avviando così il mio percorso professionale. Ho coltivato una passione per la scrittura inizialmente scrivendo per il teatro con un tono prevalentemente umoristico. Mi sono formato alla scuola di scrittura di Barbara Nativi e ho scritto a quattro mani con Bruno Magrini, pubblicando Teatro in Movimento - Zollette di Zucchero, Copriti, ti si vede la Psiche, Good Bye Kareggi!, Bus and the City, Avevo un sentimento, ma ora sto meglio.

Poi arriva la narrativa
“Nel 2011 il romanzo Siete Qui (premio «Palazzo al Bosco»), nel 2012 Pronto dottore? Ho un dolore intercostiero seguito nel 2016 da Pronto dottore? Ho un Golden Retwitter. Nel 2013 con Pagliai ho pubblicato la raccolta di racconti Mi trovo bene ma non mi cerco mai.
Ma spero di riprendere la scrittura teatrale.”

Cosa racconti nei tuoi libri?
“Descrivo la realtà, quella che conosco, senza avventurarmi in nulla di strano. Parlo della città dove vivo, anzi del quartiere che conosco bene. Non sono autobiografico ma gli spunti dei personaggi e delle vicende sono tratti da storie che conosco e non potrei fare altrimenti. Per questo ho adottato sempre una scrittura maschile di un uomo con molti dubbi, come nella passione che divampa ad un certo punto del libro. Non ho mai pensato di mettermi nei panni di una donna.
Racconto il mondo che ho sott’occhio di ‘fracassati’ appunto. Nello specifico il protagonista è un laureato in psicologia, precario che per vivere fa il consulente viaggiatore. Ha un contratto on-line per una multinazionale che offre assistenza psicologica a chi ha subito dei rovesci personali e solo alla fine capisce realmente di cosa si tratta. Mi sono documentato e on line ho scovato professioni insospettabili, anch’esse tutte reali. Nel libro c’è una madre single che gestisce un bar, sottoposta a tutta la pressione esistenziale e fiscale di un piccolo imprenditore autonomo nell’Italia del 2015; una bambina problematica che le stravolge la vita; un’adolescente che fugge dal padre iperprotettivo per raggiungere il suo ragazzo in Val di Susa, assaporando la libertà di schierarsi per il proprio pianeta; e ancora una donna indecifrabile e affascinante, letta attraverso lo sguardo del mondo emotivo maschile.
C’è la fragilità delle persone che emerge a poco a poco da quello che accade, attraverso gli errori di gestione della vita”.

Perché scrivi?
“Perché mi pare utile a studiare un modo di guardare il mondo, pessimista che cerca di far ridere; guardare gli altri è anche un po’ guardarsi allo specchio.”

La scrittura è in qualche modo terapeutica?
“Sì, In generale io sono una persona che "non ha fiducia”, più ancora che non crede. Non ho fede religiosa, politica e non credo nell’essere umano, una sorta di nichilismo che si stempera nell’ironia. Sono un razionalista, con la convinzione però che la ragione non venga quasi mai applicata nelle faccende importanti, che poi sarebbero quelle dove serve di più. Detto ciò penso che la razionalità non escluda certo il calore, la solidarietà, l'affetto o sentimenti simili. Per restare al libro, che si stava per intitolare Epucuriamoci o Epicurami, l'io narrante non si aspetta molto più di un buon periodo, buone sensazioni. Qualcosa che gli dia pienezza per un po', ma non ha il coraggio di sperare altro. Mi limito a descrivere quello che vedo, ecco perché i miei personaggi sono spesso contraddittori.”

Cosa cerchi nell’osservazione e su cosa focalizzi la tua attenzione?
“Cerco l’autenticità e la realtà offre talmente tanti spunti se la si sa guardare che non vale la pena inventare. Forse anche per la mia formazione culturale mi sento di scrivere solo di quello che sento vicino e familiare. Certamente nei miei scritti è sempre presente il mio bagaglio di studio sui mezzi di comunicazione, in particolare i social dei quali mi interessano le dinamiche e la mia critica è impietosa perché sono convinto di una manipolazione generale accanto una sorta di auto manipolazione legata all’incapacità e alla mancanza di volontà e di assunzione di responsabilità nelle scelte. Non c’è però la voglia di mettere in ridicolo o alla gogna i personaggi perché rifuggo ogni sguardo di superiorità.”

Nuovi progetti?
“Sto pensando a una denuncia cruda sulla realtà che mi sembra sia dominata dalla barbarie con l’obiettivo di scuotere la coscienza anche se in partenza non credo servirà a molto, d’altronde non posso far altro. L’occhio universale che controlla la società, che ci controlla, già ne I Fracassati con tecnica cinematografica mostra come il collettivo, in questo caso del bar, non è un elemento, un luogo che riesce ad aggregare le persone, che purtroppo restano monadi.”

I Fracassati
Alessandro Bini
Mauro Pagliai Editore
Ottobre 2019
18.00 euro
Romanzo

Articolo di Ilaria Guidantoni

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