Sonya Orfalian, scrittura e teatro per la memoria. La storia di una donna che è una storia armena

Scritto da  Domenica, 12 Aprile 2015 

Il centenario del genocidio armeno che si sta avvicinando è l’occasione per ripensare la ricchezza culturale di questo popolo sconosciuto e dimenticato. Cent’anni fa, infatti, il 24 aprile 1915 aveva inizio uno dei più feroci genocidi che la storia moderna ricordi dopo, non in ordine cronologico, lo sterminio degli ebrei della Seconda Guerra Mondiale. Il genocidio, o il Metz Yeghérn, cioè il Grande Male come viene definito, riguarda il popolo armeno. Tuttavia già negli ultimi anni dell’Ottocento da parte dei Turchi, in verità, era iniziata la persecuzione degli Armeni, ultimo baluardo del Cristianesimo alle porte orientali del mondo. Una cultura ricca, in gran parte orale, difficile da tramandare soprattutto dopo la diaspora che la scrittrice Sonya Orfalian sta recuperando. Dopo aver recensito su queste pagine “A cavallo del vento”, una raccolta di fiabe armene appunto, siamo tornati ad incontrarla. Il racconto della sua storia e del suo impegno sembrano una novella dove i confini tra vero e autentico tracciano la fantasia.

Le abbiamo chiesto la sua storia e il significato di essere armeni oggi e in particolare qual è il suo impegno in vista di un anniversario che non basta di per sé a risolvere il problema della memoria ma può essere un’occasione preziosa anche per chi non conosce il mondo e la storia armeni.

Se ti chiedessi da dove vieni cosa risponderesti?
«Sono armena. La mia è una tipica famiglia armena della diaspora. Mio padre è nato a Gerusalemme nella grande e antica comunità armena di Palestina. I suoi genitori sono miracolosamente scampati al genocidio che nel 1915 i Turchi hanno messo in atto nei confronti del popolo armeno e si sono ritrovati a vivere a Gerusalemme. Mio nonno materno invece fu deportato dal sultano Abdul Hamid in Libia dopo i grandi massacri del 1895 perpetrati dal sultano nei confronti della popolazione armena di Urfa, oggi in Turchia. La Libia dell’epoca era una colonia ottomana, e solo quando sono arrivati gli italiani mio nonno venne liberato. Ecco questa è la nostra diaspora: la terra persa per sempre ci ha portato forzatamente a viaggiare e muoverci di città in città, di paese in paese in cerca di sicurezza. Dall’epoca del genocidio che abbiamo subito per mano dei turchi che ci hanno tolto alla nostra terra l’Armenia, siamo diventati in gran parte un popolo errante.»

Mi piacerebbe capire il senso di appartenenza quando si è ontologicamente profughi.
«Essere armeni nati in diaspora, da un lato ci pone di fronte a una porta chiusa, quella della ritorno alla terra dei padri, ma dall’altro ce ne apre un’infinità: possiamo comprendere meglio e anche condividere i destini, spesso ingiusti, di altri popoli: palestinesi, libici, turchi, curdi, circassi, greci. Vivere fuori dalla propria terra e spostarsi di continuo da un paese a un altro a causa di vicende storiche che accompagnano la vita di una famiglia come la mia, porta con sé un insieme di nostalgie. Paesi e luoghi sono tutti belli, in uno nasci e diventa il tuo paese natale; in un altro è nato uno dei tuoi genitori e diventa parte di te; in un altro ancora scopri l’amore e hai dei ricordi per la vita; altrove hai un amica d’infanzia, e da un altro infine - pur detestando certe realtà - sei comunque affascinato. Insomma, si vive una condizione diversa da quella degli altri: non solo si è stranieri, ma si stabilisce un rapporto diverso con la realtà, col cielo, con i profumi, con le cose che sembrano più banali. Tanti sentimenti si sovrappongono: il primo è la nostalgia che come dice Eva Hoffman "si cristallizza attorno alle immagini come ambra". Non sono tornata più in Libia fisicamente, ma ci torno continuamente col pensiero di giorno e con i sogni di notte. In Libia, dato che ero figlia di un armeno, (Mio padre era nato a Gerusalemme, nella antica comunità armena di Gerusalemme.) titolare di un documento di Profugo palestinese rifugiato in Libia non avevo diritto alla cittadinanza libica, questo perché nei paesi arabi non si naturalizzano i figli dei palestinesi per tenere alto il numero dei cittadini palestinesi.
Però per questioni burocratiche interne, ero titolare di un lasciapassare libico, che serviva per viaggiare e per risiedere in Libia come straniera, pur essendo nata in quel Paese. Quel documento veniva rinnovato ogni anno, come fanno gli stranieri col permesso di soggiorno.»

Com’è avvenuto il tuo radicamento in Italia?
«Ho avuto la cittadinanza italiana dopo circa venti anni di attesa e due rifiuti. Ma ho sempre avuto fiducia e ho atteso con ansia la mia cittadinanza. Però credo che in fondo resto sempre una cittadina del mondo, è questione di abitudine… Sono arrivata in Italia per studiare, un anno dopo la rivoluzione di Gheddafi, nel 1970, quando il Colonnello decise di espellere tutti gli italiani dalla Libia e chiuse le scuole italiane. La mia famiglia, priva di cittadinanza, non venne cacciata da Gheddafi, ma per continuare gli studi sono stata costretta a venire in Italia ed è stato un caso arrivare a Roma. Dal 1970 al 1980 ho vissuto a Roma solo per frequentare la scuola: appena terminava l’anno scolastico tornavo a casa, a Tripoli. Quando arrivo in Italia dopo la rivoluzione, arrivo con il lasciapassare libico e chiedo e ottengo il permesso di soggiorno per un anno in Italia. Poco tempo dopo il mio arrivo a Roma scopro che un passo utile per ottenere una cittadinanza in Italia era richiedere lo status di rifugiato presso l'Alto Commissariato per i Rifugiati che in base alla risoluzione dell' Onu del 28 luglio del 1951 concedeva un lasciapassare ai sopravvissuti armeni del genocidio e così ottengo questo documento di viaggio rilasciato questa volta dalle autorità italiane. Lo rinnovavo ogni anno insieme al permesso di soggiorno. Insomma ero straniera in Libia e titolare di un documento di viaggio in quanto figlia di profugo palestinese; straniera in Italia e titolare di un documento di viaggio in quanto figlia di sopravvissuti armeni al genocidio.
Alla fine ho richiesto la cittadinanza italiana con il documento rilasciato dall'Alto Commissariato per i Rifugiati. Quindi senza nessuna cittadinanza né libica né armena (all'epoca non c'era ancora la Repubblica d'Armenia bensì la Repubblica socialista Sovietica d'Armenia con cui io non avevo niente a che vedere).»

Perché hanno rifiutato, per tanto tempo?                                                                                                                                                              «Perché sei un senza patria, senza nessuno che possa garantire per te. Infatti solo dopo che i miei fratelli si sono sposati e hanno ottenuto la cittadinanza italiana e hanno potuto garantire per me... alla fine l'ho ottenuta.»

Come si sono trascritti i tuoi sentimenti nell’arte delle immagini e delle parole?
«Per anni oltre alla scrittura mi sono dedicata soprattutto alla pittura, poi col tempo ho iniziato ad avere un rapporto più libero con i materiali, le tecniche, gli oggetti, i segni e le azioni: tutto entra nel mio lavoro, visto che l'esperienza e il vissuto di rifugiata, di apolide, di transfuga hanno un ruolo nella mia quotidianità e anche nei miei gesti, nel rapporto con le cose e le persone. Le mie installazioni hanno dunque spesso l'aspetto di un percorso da compiere, seguendone le diverse direzioni, le tracce, le impronte, come in un cammino.»

Qual è il tuo rapporto con la lingua?
«Ho iniziato le scuole elementari senza sapere una parola di italiano, in casa si parlava l’armeno, la mia lingua madre. Dunque ho imparato l’italiano a scuola. E’ la lingua della scrittura, ma non è la sola lingua: essere nati in una comunità multietnica, come era quella della Libia, significa essere esposti a una molteplicità di culture e di idiomi diversi. Dunque oltre l’armeno parlavo anche l’arabo, l’inglese, il francese, lo spagnolo, qualcosa in greco e in turco. E forse non è un caso che nelle mie performance e installazioni io abbia spesso inserito lettere e segni appartenenti ad alfabeti diversi: nei miei lavori attingo dalla realtà e dalla memoria ciò che mi sembra più adatto per l’occasione. Tuttavia quando scrivo uso prevalentemente l’italiano, anche se spesso mi vengono in mente espressioni e modi di dire intraducibili che cerco di rendere al meglio in italiano, una lingua difficile e bellissima. Certo, con questo sistema si perde sempre qualcosa: le molte lingue della mia vita conservano significati e danno importanza agli eventi e agli oggetti in modi differenti. La cosa che mi piacerebbe molto ora sarebbe quella di poter padroneggiare i dialetti: mi piacciono i dialetti, rendono più immediati tanti aspetti della quotidianità. Si restituisce la visione delle cose in un modo diretto, colorito, e si dà un profumo speciale a ciò che si vuole raccontare.
Non mi pongo il problema: scrivere in italiano o in altre lingue non è così importante, l’importante è arrivare a esprimere un concetto il più direttamente possibile. Certo è che scrivere in una lingua che eredita una straordinaria tradizione di cultura, la lingua di Dante, è qualcosa che infonde direi naturalmente uno speciale senso di responsabilità: si diventa più consapevoli, si ha il massimo rispetto nell’affrontare le profondità e le stratificazioni storiche e culturali che le parole portano con sé e con cui costantemente ci si ritrova a fare i conti.»

Se ti dovessi descrivere oggi che cosa diresti di te?
«Attualmente vivo a Roma ma viaggio molto. Ho sempre viaggiato, mi considero una viaggiatrice per destino. E’ la mia storia, sono un’armena della diaspora. La mia terra è stata violata e occupata. Da quando sono nata sono in viaggio e la cosa più assurda è che su quella terra mi è vietato far ritorno. Sono apatride come si dice in francese, e mi sembra che il termine centri perfettamente la condizione dei ‘senza patria’. E’ per preservare la memoria del mio popolo e per mettere un punto fermo da cui ripartire che ho scritto il libro La cucina d’Armenia. Viaggio nella cultura culinaria di un popolo (https://www.facebook.com/pages/Sonya-Orfalian-La-cucina-dArmenia/110545964805). Credo che il cibo sia un veicolo eccellente di conservazione e di integrazione. Dal libro è nato uno spettacolo teatrale: Paola Ponti ha scritto un bellissimo testo per la messa in scena e insieme al regista e agli attori ho vissuto una nuova formidabile esperienza.

Ci racconti qualcosa di questo spettacolo?
«“Una Cena Armena” ha debuttato al teatro Petruzzelli di Bari e ha proseguito con spettacoli nei maggiori teatri stabili italiani: a Torino (alla Cavallerizza Reale), a Milano (al Teatro Menotti), a Roma (al Teatro India), a Genova (al Teatro Archivolto), a Pistoia (al Teatro Mauro Bolognini). Lo spettacolo mostra, fedelmente allo spirito del libro come attraverso gli ingredienti della tradizione, che permettono all’autrice la ricostruzione della vita quotidiana in terra d’Armenia, prenda forma il passato del padre, armeno palestinese, rifugiato in terra di Libia e vissuto senza avere mai avuto una cittadinanza, né un passaporto, ma solo un lasciapassare verde con la scritta: “Palestinian Refugee in Libya”. Così, dando sfogo al ricordo di luoghi, usi, proverbi, leggende e ricorrenze, si mescola il peso dolce a quello amaro di un’eredità da onorare. Una cena armena, in particolare, racconta la storia di due generazioni che hanno la forza di guardarsi in faccia, di affrontarsi e di passarsi il testimone. La regia è affidata a Danilo Nigrelli che, insieme con la giovane Rosa Diletta Rossi, ne ha anche interpretato il testo. Danilo è Aram, Rosa Diletta è Nina, rispettivamente un signore armeno e una ragazzina italiana, i quali destini si incrociano in una notte qualunque, al calore dell’ojàkh, il focolare, mentre fuori impazza una tormenta di neve. I due personaggi si muovono nello spazio come due bestie in gabbia, che lentamente cominciano ad annusarsi. Entrambi nascondono un mistero, entrambi con lo stesso profondo bisogno di conoscere le proprie origini. Una cena armena è una commedia dolorosa e insieme divertente, a tratti comica, a tratti profondamente commovente. È la summa di due storie, antitetiche e insieme riflesso l’una dell’altra, che hanno alla fine la forza di guardarsi, di affrontarsi e di passarsi il testimone, stemperando, attraverso il cucinare insieme, le oscurità del proprio passato. (Prenotazioni e informazioni: http://www.iteatri.re.it/Sezione.jsp?idSezione=3450).»

La scrittura ha sostituito o solo preso il sopravvento sulla tua arte pittorica?
«Sono, come si dice oggi, un’artista visiva che si lascia “contaminare” dalla scrittura e da tanto altro ancora, ma non mi piacciono le etichette perché restringere e irrigidire gli ambiti non mi è mai sembrata una buona idea. Amo i racconti di tradizione, da qualsiasi paese e da qualsiasi cultura provengano: qualche anno fa ho anche tradotto dall’armeno e pubblicato un libro di fiabe antiche. Il mondo favolistico armeno è stata una scoperta tardiva ma illuminante.»

A cosa stai lavorando in questo momento?
«Attualmente sto lavorando a una mostra che inaugurerà il prossimo autunno a Roma. Questa volta, oltre a lavori su carta e tela, presenterò un video che ho preparato negli ultimi mesi. Ed è in cantiere un nuovo libro, in cui cercherò di raccontare le vicende complicate che mi hanno portato qui.»

Per l’anniversario che cosa ci sarà?
«Per Radio 3 ci saranno due puntate di “Passioni” che andranno in onda il 18 e 19 aprile, un documentario audio con voci dei sopravvissuti. Il 24 aprile in sala A diretta radio in occasione del centenario andrà in onda la lettura di un mio testo scritto per l'occasione dal titolo L'eclisse con la voce recitante Maria Paiato e le musiche di Komidas dell'Anahid Ensemble.»

Intervista di Ilaria Guidantoni

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