Quando l’acrilico racconta dimensioni esistenziali. Paesaggi urbani e inserimenti umani di Chiara Smirne

Scritto da  Ilaria Guidantoni Martedì, 14 Maggio 2013 

Paesaggi urbani che ricordano la pittura metafisica ma insieme al rigore si introducono volti ed elementi umani abnormi, proporzioni oniriche e visioni esistenziali. Le tinte accese dell’acrilico, la matericità della stesura del colore definiscono la versatilità della pittura di questa artista alla ricerca di una dimensione esistenziale che raccolga l’universo in un rimando tra interiorità e proiezione: pensiero, parola e visione. Non è un caso che Chiara si sia avvicinata alla scrittura oltre che alla pittura con un percorso intrecciato dove il respiro della cultura classica e lo studio della storia della pittura e dell’arte in generale si fondono con quella dimensione tradizionale della ‘artigianalità dell’artista e della sperimentazione tecnica.

 

 

 

 

 

 

 

Abbiamo incontrato Chiara Smirne alla vigilia della sua prima esposizione personale, a Milano, un momento di grande emozione e di tensione, un inizio ma anche un traguardo. Questa occasione è nata dal fatto che l’artista ha vinto il concorso internazionale di arte contemporanea, ArtGallery, giunto alla terza edizione nel 2012, per il quale è stata selezionata da Stefano Cortina. L’opera vincitrice tra l’altro è quella dell’invito dell’esposizione. Un risultato inaspettato per lei che aveva ricominciato a dipingere nel 2010 e che poi ha incontrato il Gallerista che l’ha stimolata a produrre. Per una personale occorrono almeno 15 opere le ha detto. Questo Chiara lo sapeva già e in effetti ne aveva sì e no dieci. Non si è data per vinta e dalla scorsa estate ha lavorato senza sosta tanto che ha aperto la mostra il 14 maggio con 17 opere. “Un tour de force – mi ha confessato – durante il quale ho cambiato anche in parte il mio punto di vista”.
Chiara SmirneCosa racconta questa esposizione? Per lo più paesaggi urbani che sono la mia tematica centrale anche se ci sono almeno cinque opere nelle quali l’elemento umano, come un’inserzione, diventa fondamentale e si dilata nelle proporzioni, fuori da ogni realismo, per diventare elemento simbolico”.
Come nasce il desiderio di introdurre l’umano nell’architettura? “A dire il vero fin dall’inizio del mio lavoro questo elemento è stato presente anche se soprattutto attraverso i cartelloni pubblicitari, in un certo senso in modo mediato; per diventare adesso più evidente e acquistare una dimensione integrata con gli aspetti architettonici”.
Qual è il suo significato? “Mi interessa raccontare gli stati d’animo e soprattutto la condizione esistenziale dell’uomo nel suo rapporto, non solo, con il mondo da lui stesso costruito, la città che è il cuore della civiltà”.
Come sono le tue città e cosa vuoi che siano? “Come i miei volti non sono soltanto un insieme di linee e proporzioni in parte anche molto rigorose, quanto visioni oniriche, rimandi alle atmosfere e alle suggestioni che comunicano agli stessi personaggi che fluttuano in esse. Quanto ai volti, spesso sono personaggi noti che io non ho voluto rendere particolarmente riconoscibili, come David Lynch. Si tratta di persone che hanno avuto un ruolo importante nella mia vita anche se non li ho conosciuti e che rappresento per quello che significano in una dimensione universale del contributo che hanno dato alla cultura”.
In termini di tecnica qual è la tua scelta? “Utilizzo soprattutto l’acrilico soprattutto per i colori decisi dei quali dispone e la capacità di definizione. Ultimamente mi sto anche avvicinando alla pittura ad olio che impiego con tecnica mista. Esiste infine una ragione pratica, per il fatto che dipingendo prevalentemente in casa, l’acrilico non sporca e si asciuga in fretta”.
Cosa vuoi comunicare con l’acrilico a livello emozionale? “In primis la versatilità ma anche la consistenza del colore che su campiture relativamente circoscritte può avvicinarsi all’effetto olio. L’aspetto intrigante dell’acrilico è che può essere più o meno definito: si possono sovrapporre più mani fino ad ottenere una stratificazione consistente con macchie di colore vivo per mettere a fuoco una parte dell’opera o, al contrari, una diluizione fino all’effetto acquarello (che io però non uso)”.
Chiara SmirneQuando hai cominciato a dipingere e com’è nata questa passione? “Fin da piccolissima amavo disegnare e ricordo che ritagliavo e coloravo bambole di carta. Poi ho affrontato un percorso di studi non lineari, iniziando il liceo artistico che non ho terminato per diplomarmi al Liceo Sociale; quindi, all’università, ho scelto di seguire Lettere e filosofia per avere una cultura generale di natura umanistica. Non è un caso che abbia scoperto la scrittura che rappresenta una parte importante per me e mi abbia spinto per un periodo ad accantonare la pittura. In ogni caso ho seguito molti corsi di pittura all’Accademia delle Belle Arti di Milano che è la città dove vivo”.
Quando hai cominciato a dipingere facendone un’attività? “Nel 2010, dopo aver scritto un romanzo che uscirà entrò l’anno con Viatur e al quale ho dato il tiolo provvisorio “Gli amici”, nel quale la protagonista, guarda caso, è una pittrice. E’ stato uno stimolo a sentire ancora più forte l’esigenza di tornare a dipingere. Ho avuto una grande soddisfazione, quella di esporre alla mia prima collettiva a Berlino nell’autunno del 2011. Essere selezionata all’interno di un gruppo di artisti internazionali, molti dei quali già relativamente affermati è stata una sorpresa ed è diventato uno stimolo; poi confermato dal risultato che mi ha portato a questa mostra”.
Allora la pittura è diventata una vocazione, relativamente recente? “Sì, trasformandosi da atto liberatorio a scelta di attività. La vocazione c’era già. E’ accaduto tutto molto in fretta”.
Non è forse il momento per chiedertelo ma hai già nuovi progetti, a parte l’uscita del romanzo? “Ho il desiderio di sperimentarmi con altre tecniche e di non fermarmi solo alla tela ma arrivare ad un prodotto più finito, che comprenda ad esempio anche la cornice. In generale la voglia di sperimentazione è forte in questo momento. Inoltre accanto ai paesaggi urbani che mi interessano, nel segno della continuità, sento che ho ancora molto da esplorare sulla figura umana”.

 

 

Intervista di: Ilaria Guidantoni
Sul web: www.chiarasmirne.com

 

 

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