Martina Marongiu. La fragile e combattiva sacerdotessa di Ares.

Scritto da  Francesco Mattana Martedì, 16 Aprile 2013 

Può darsi che Martina storcerà un po' il naso di fronte a questo parallelo, magari lo troverà pure un tantinello irriverente. Però, in fin dei conti, che male c'è? Ha un viso i cui lineamenti ricordano la cantante Alessandra Amoroso. Che peraltro è una ragazza molto graziosa, indipendentemente dal giudizio sulle sue canzoni. Ad ogni modo, possiamo tranquillizzare la nostra amica: qui finiscono le affinità tra loro due. Laddove difatti la cantante galatinese si esprime in un linguaggio basic, fatto di emozioni immediatamente percepibili dal pubblico adolescenziale, Martina è tutta un'altra musica: scandaglio approfondito delle proprie emozioni, linguaggio che si adegua alle curvature dell'animo, parole non conformiste in libertà (ma sempre con un alto standard qualitativo). In vacanza dalla vita (edizioni Cenacolo di Ares) è una raccolta di poesie che coglie nel segno: diletta e regala importanti spunti di riflessione. Questo è il compito universale del poeta: valeva ai tempi di Omero e vale a tutt'oggi. Buona lettura dell'intervista. Ma soprattutto, buona lettura della raccolta.

 

 

 

Quando ci si trova 'in vacanza dalla vita' quali luoghi dell'anima si incontrano?
Inquietudini, angosce, paure. Sensazione di inconsistenza: ci sei ma non hai ancora realmente deciso di esserci. Sono i luoghi del passaggio all'età adulta, coincidono con un periodo psicologico frastagliato. Il termine vacanza potrebbe ricordare qualcosa di positivo, in realtà vacanza va inteso nel senso letterale di posto vuoto.
La poesia che sesso ha?
Nella scrittura vesto panni maschili, quando devo esprimere sentimenti forti mi viene spontaneo usare parole maschili. La poesia è ermafrodita, può entrare nei panni di chi vuole.
Gassman senior diceva che la recitazione è 'spogliarello dell'anima'. Vale anche per chi scrive poesia?
Più che altro è scegliere il vestito giusto per l'anima. La sensazione di nudità la senti di fronte agli altri, non di fronte a te stesso. Ad esempio, alla prima presentazione della raccolta ho provato un grande disagio, non era facile condividere il proprio percorso interiore di fronte a una platea.
Il destinatario delle tue poesie che sentimento deve provare attraverso la lettura? Acquietamento oppure un sentimento di rivolta dentro di sé?
La poesia deve sempre suscitare, tirare fuori qualcosa che è sopito nell'anima. Se uno ha urgenza di calmarsi esistono delle ottime camomille in commercio, oppure può ascoltare musica rilassante, conciliante. Il compito della poesia di contro è risvegliare qualcosa che appare in sordina nella vita di tutti i giorni. Deve rapire, essere anche violenta se necessario.
Al giorno d'oggi, i nemici della poesia chi sono?
La fretta, il caos. Ma il caos origina anche la poesia, quindi è un'arma a doppio taglio. La verità però è che la poesia puoi trovarla dappertutto: contrariamente a ciò che pensano i qualunquisti la poesia è un qualcosa che senti nell'aria, anche nel più piccolo e insignificante elemento dell'atmosfera. Quindi, concretamente, è impossibile che la poesia abbia dei nemici.
Ti è capitato più volte di declamare in pubblico le tue poesie. Che facce hai visto?
Sul momento, presa dall'emozione, non ho cercato subito il feedback. Di fronte alla poesia ci si sente meno competenti, non arrivano mai critiche aperte perciò fai anche più fatica a migliorare. Facce turbate, attonite, silenziose: a differenza di altre forme d'arte la poesia va gustata lentamente, deve sedimentare. Può attecchire, come può non attecchire.
Il tango ti appassiona ancora?
In questa fase non lo pratico, ma mi interessa ancora. Che cos'è il tango? Una filosofia di vita. Impari attraverso il tango che non ci si può appoggiare totalmente sull'altra persona, bensì bisogna stare ben saldi sul proprio asse. Anche nel ballo mi piace interpretare il ruolo del maschio: può non piacere alle donne ballare con un'altra donna, ma se ci si lascia andare un attimino diventa un gioco entusiasmante. Grazie al tango, ho vissuto la poesia in maniera più sensuale, più femminile, più convinta di me.
Hai un passato da studentessa di filosofia. La 'Consolatio philosophiae', di cui parlava Severino Boezio, ti appartiene?
Per niente. La filosofia mi dispera. Uno dei libri che mi ha sconvolto maggiormente è l'Elogio della follia di Erasmo. Per come sono fatta io, non cerco dalla filosofia risposte ma soltanto nuovi interrogativi. Le risposte, se ce le ha, le dà la scienza, la filosofia ha il compito di pungolare.
Nel 'cimitero dei libri dimenticati' di Zafon quale poeta sottovalutato 'adotteresti'?
Mi viene in mente Le affinità elettive di Goethe. Che ovviamente non è sottovalutato, però ha una caratteristica: lo trovi sempre nelle librerie e lo snobbi perché è uno di quei classici che pensi già di conoscere. Invece è tutto da scoprire: l'estate scorsa mi sono perdutamente innamorata di quel modo di scrivere. Ti perdi nella storia, è molto attuale. Un modo di scrivere, un'intelligenza che permea ogni descrizione.
C'è qualcosa che la poesia non potrà mai raccontare? Zone d'ombra dentro le quali anche la scrittura più brillante non potrà mai accedere?
Ci sono zone d'ombra che probabilmente non riusciamo a raccontare neanche a noi stessi. La poesia è un cerotto che descrive quell'area geografica ma non la nomina. Penso di aver scandagliato a fondo la mia anima ma ne voglio uscire. La scrittura è stata il lamento delle mie ferite, non certo un medicamento.
Le tue poesie hanno una grande forza teatrale. Quale attrice potrebbe essere interprete dei tuoi sentimenti su un palcoscenico?
In questi giorni sto apprezzando molto la prova di Kasia Smutniak nella serie In treatment. Ma anche attrici più in là con gli anni potrebbero immedesimarsi perfettamente nei miei versi. Mi viene in mente l'intensità di Monica Guerritore, ad esempio.
Scrivi per la casa editrice Il cenacolo di Ares, un dio che porta scompiglio. Ti identifichi con lui?
Mi chiamo Martina, che significa 'sacro a Marte'. Direi che era scritto nel destino l'approdo in una casa editrice dedicata ad Ares.
Si avverte, in quest'ultima fase della tua produzione, un disincanto maggiore nei confronti della vita, una maggiore reattività.
Solo di recente sto scoprendo l'importanza dell'ironia, mi piacerebbe emulare le invettive acute di Trilussa. Ho scelto la strada delle poesie più brevi, più essenziali; ricerco molto l'effetto sorpresa, la poesia deve stupirti per il suo contenuto, che deve arrivare in maniera dirompente.
Il modello femminile dello Stil Novo (Beatrice, Laura e annessi) oggi che valore ha?
Troppo spesso ci siamo identificate in donne rappresentate dagli uomini. Questa immagine della donna immacolata, pulita ha depistato, perché in realtà la donna è una creatura col fuoco nelle vene. Sono modelli, quelli creati dalla letteratura medievale, che hanno fatto più male che bene.
Quali sono le condizioni meteorologiche di Martina in questa fase? Sereno variabile, precipitazioni improvvise, nubi all'orizzonte?
In questo momento il cielo si apre: c'è la voglia di uscire fuori, anche aiutata dall'arrivo della primavera; condividere, mettere il naso qua e là.
Sei una ragazza matura, con maturità hai fronteggiato l'assenza della figura paterna nella tua vita. Questa assenza -che è impegnativa, anche per chi come te sa combattere con le unghie e con i denti - sei riuscita a metabolizzarla?
Penso di averla metabolizzata, anche perché credo non mi manchi niente dal punto di vista affettivo. La ricerca del padre si è trasformata per forza di cose in ricerca di qualcos'altro. Ma al di là di questo singolo aspetto, penso di essere una persona impegnativa da gestire. Non sono alla portata di tutti.
Il tuo nick su facebook è Argentina Barracuba. L'approdo definitivo in Sudamerica?
E sì, perché non la conosco, ci affascina idealmente ciò che non conosciamo. Idealmente, però: nella pratica vivo una fase statica, l'idea di lasciare la Sardegna mi spaventa.

 

 

Intervista di: Francesco Mattana
Foto di: Andrea Pinna
Grazie a: Martina Marongiu

 

 

 

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