Maria Florencia Alvarez: A proposito di “Habi, la extranjera”

Scritto da  Caterina Paolinelli Domenica, 20 Ottobre 2013 

In occasione del Milano Film Fest 2013 abbiamo intervistato Maria Florencia Alvarez, regista del lungometraggio “Habi, la extranjera”. Questo per la Alvarez è il primo lungometraggio della sua carriera: una storia molto delicata e profonda che parla della ricerca della propria identità. Voci leggere, grandi silenzi, istanti di sospensione ci portano a vivere la storia molto intima e personale della giovane Habi che cerca se stessa allontanandosi dalle sue radici e imparando a conoscere un mondo e una cultura lontani. “Questo film” dice la Alvarez “è in grado di generare tolleranza”.

Ciao Maria Florencia, sono felice di essere riuscita ad incontrarti personalmente. L’altra sera, dopo la proiezione del film, ho seguito la breve intervista che ti hanno fatto. Tu in quell’occasione hai detto che l’idea della storia è nata in te nel 1998, però tu hai iniziato a lavorare al film molti anni dopo, nel 2006. Che cosa è successo nel frattempo tra l’idea che avevi della storia e la sua realizzazione concreta?
Quando scrissi l’idea di “Habi” mi resi conto che era un’idea molto profonda e sentii subito che era un lungometraggio, ma non mi sentivo pronta per fare un lungometraggio. Ero però certa che ci sarebbe stato il momento in cui sarei tornata a recuperare questa idea. Nel frattempo ho girato vari cortometraggi e ho fatto esperienza fino a quando non mi sono sentita pronta per lavorare ad un lungometraggio.


Sempre l’altra sera dicevi che la questione religiosa, cioè il fatto che lei sperimenta la conversione all’Islam, è stata da te scelta semplicemente perché in Argentina (dov’è ambientato il film) i musulmani sono molto pochi, l’hai scelta unicamente perché volevi che lei sperimentasse una cosa particolare. Ma non pensi che lo spettatore recepisca un po’ diversamente il fatto che lei diventa musulmana anziché, che ne so, si iscriva ad un corso di taglio e cucito? Di fatto sceglie una religione, attua una scelta di vita diversa e si avvicina ad una cultura molto lontana come quella islamica.
La risposta che ho dato l’altra sera era incompleta perché mi era stato chiesto specificatamente se il film parlava di religione o di ricerca di identità. Di fatto per me la questione centrale del film è l’identità. In realtà la curiosità verso l’Islam emerge proprio in funzione di questo. Quando ero giovane mi sono resa conto che osservavo il mondo e avevo un punto di vista su di esso prefabbricato. Costruito dall’educazione che avevo ricevuto, il padre che avevo avuto, la scuola che avevo frequentato. E mi chiedevo se era possibile vedere qualcosa per la prima volta, incontrarmi con qualcosa spogliata di tutto quello che era il mio bagaglio ereditario. In modo più limpido, più sincero. Spogliata da tutte le informazioni, da tutte le identità preconfezionate. Per me l’anonimato è sempre stato una condizione molto liberatrice. Nella condizione di anonimato mi sentivo libera perché era come non essere tenuta a rispondere alle aspettative esterne, alle aspettative di qualcuno che ti conosce e che si aspetta qualcosa da te. Quindi come mia prima idea la scelta dell’Islam, senza conoscere la religione, era principalmente l’idea di una ragazza che sente la necessità di spogliarsi della sua identità e vivere una nuova esperienza. Un’esperienza molto intima, per questo si veste da islamica per smettere di fare le cose per gli altri, essere qualcosa in funzione degli altri e poter avere una visione di sè più intima, più personale. Questa cosa non ha a che fare solo con l’aspetto formale dell’Islam, con l’abbigliamento tipico. Per me l’incontro con l’Islam è soprattutto l’incontro con il diverso, lo straniero. Con la condizione di essere straniero.


Allora non conta esattamente la religione? Habi poteva anche decidere di diventare buddista o qualcos’altro?
No. Questa scelta ha anche il significato di “essere l’altro” anche politicamente. Essere l’altro, dall’altra parte della barricata che sta davanti a te.


Quindi vedere il mondo dal fronte opposto a quello da dove veniamo?
Sì. Quello che credo è che il film non sia religioso, sebbene mostri questo aspetto. Io credo che sia un film spirituale. Sull’identità e sull’essere spirituali. Perché quello che fa la protagonista nel film è cambiare il punto di vista della sua identità, che all’inizio ha a che fare con cosa fa piuttosto che con come si chiama o anche come viene vista dagli altri e cose simili, tutte esterne a lei. Mentre alla fine del film il personaggio ha un’identità molto più autentica, sa chi è lei, come si sente e qual è la sua direzione nel mondo. Quello che fa in concreto, la cosa importante, è il suo cambiamento interiore che si manifesta nel valore di vivere la sua vita. Questo cambio di identità ha a che fare con qualcosa di spirituale che il personaggio lo sappia o meno.


Insieme a Martina, l’attrice protagonista del film, che tipo di lavoro avete fatto nella costruzione del personaggio? Io, da attrice, ho notato ad esempio il modo di camminare della ragazza e la sua postura molto rigida e chiusa. Avete fatto un lavoro profondo per dar vita a questo essere umano, io ho proprio percepito la sua chiusura fisica rispetto al mondo. Anche il suo desiderio di coprirsi con il velo, è o no una ricerca di protezione dall’esterno?
Con l’attrice siamo partiti dal presupposto che il personaggio all’inizio non ha consapevolezza di se’. E’ chiusa verso il mondo perché è chiusa verso se stessa. Non si è mai chiesta prima che senso abbia la sua vita, se potrebbe essere diversa, se le piace ciò che fa. E’ questa la prima immagine che abbiamo di lei. Questo è l’incontro con se stessa, con il suo universo interiore. Mentre penso che il velo non rappresenti la chiusura. Come ti dicevo prima, non è una forma di chiusura, piuttosto è come coprirsi, proteggersi… ma non proteggersi perché il male sta fuori, ma racchiudersi su di se’ per potersi incontrare con se stessa autenticamente. Questo proteggersi è qualcosa di positivo. Quando l’hanno intervistata, lei ha detto che con il velo si sentiva libera e si riconosceva come se stessa. Che grazie al velo poteva incontrare la sua femminilità.


L’attrice che hai scelto è molto bella, mentre il personaggio cerca di appiattire la sua femminilità. Non mette in mostra il suo corpo. Si veste con cose molto semplici. E anche quando deve prepararsi all’appuntamento con il ragazzo che le piace, chiede alla sua amica se sia il caso o meno di truccarsi perché non è abituata a farlo. E’ bello vedere questo. E’ come assistere al percorso di un fiore che sta cercando di sbocciare, ma per la sua originalità e non aderendo ad un modello. C’è questo o l’ho visto solo io? E un’altra cosa che mi ha colpita è il confronto (che viene naturale fare) con la donna che vive con lei nella pensione, una donna invece molto appariscente che però non ha fatto i conti fino in fondo con se stessa.
A me interessava molto l’idea di poter lavorare nella pensione, mi interessavano molti degli aspetti di ciò che accade socialmente in Occidente. Quando io presentavo il film, i produttori ai quali lo proponevo temevano che fosse una bomba ad orologeria che potesse manifestare tensione terrorista o che parlasse del maltrattamento delle donne in Islam. In realtà il film non ha niente a che fare con queste cose. Il personaggio si connette con le cose belle della cultura islamica che sono moltissime e con questa comunità che anch’io ho conosciuto. E sinceramente le donne islamiche vivono la loro femminilità pienamente e hanno un’identità molto forte. Quindi a me interessava mostrare questo e poi cosa accade nel mondo occidentale, la violenza sulle donne che abbiamo nel nostro mondo. Mettere in luce la falsa libertà che vivono le donne nel mondo occidentale, attraverso quello che accade nella pensione. Ad esempio c’è il personaggio della ragazzina, la figlia della proprietaria, molto simpatica, che però alla fine è obbligata a lavorare e ha questa madre che la sfrutta invece di essere lei a poter contare su sua madre. C’è questo conflitto, questa violenza generazionale. Mi interessava lavorare su questo aspetto. E anche aprire una finestra su un’altra cultura, senza giudicare, ma cercando di comprendere davvero la realtà delle donne islamiche che prima di tutto penso sia diversa in ogni parte del mondo perché si adatta al contesto in cui si trova. Credo però che al tempo stesso sia molto difficile comprendere veramente l’Islam o come possa sentirsi una donna islamica. Prima di tutto sarà diverso da donna a donna. Però credo che noi donne occidentali non abbiamo davvero gli strumenti necessari per comprendere il loro mondo fino in fondo, è molto complesso. Molto lontano dalla nostra cultura, è davvero difficile capire. E penso anche che, nonostante l’apparente libertà che ci è concessa, abbiamo ancora molte cose da risolvere come donne occidentali.


Questa cosa che dici è molto interessante. Noi donne occidentali abbiamo un pregiudizio verso di loro, mettiamo fortemente in dubbio la loro libertà e al tempo stesso non facciamo i conti fino in fondo sul reale rispetto che abbiamo verso noi stesse. Non è detto che essere libere di andare in giro vestite come più ci piace sia esattamente essere libere tout court.
Magari sì. Ma per ogni donna il senso della libertà è qualcosa di personale. Non funziona per tutte la stessa cosa, non siamo tutte uguali. Penso che ci sia qualcosa che ci è stato imposto socialmente e ci siamo adeguate ad esso. Credo che ci sia bisogno che ogni donna si domandi intimamente cosa significa per lei essere libera. Credo che come donne possediamo un grande potere, tutte le donne: islamiche, occidentali…


Sì, abbiamo un enorme potere e gli uomini ci hanno fatto credere il contrario per secoli e secoli. Ci stiamo risvegliando. E’ un momento storico molto importante per tutte le donne del mondo. Tornando adesso allo specifico del film: all’inizio, nel 1998, cosa credevi che sarebbe emerso da questa storia e invece che cosa è emerso quando hai iniziato veramente a lavorare alla storia, anche per te come artista?
Lavorare in questa storia è stato esplorare la possibilità di essere altro da se stessi. Fare in modo che anche chi la guarda senta di avere questa possibilità o che possa chiedersi come vorrebbe essere. Questo è stato un po’ il desiderio iniziale che ha dato vita al progetto. Dietro a questo progetto c’è molto lavoro di studio. Mi ci sono voluti sei anni di ricerca, di visite alla moschea e le persone che recitano nel film fanno parte della comunità islamica. Non sono attori, ma persone che hanno avuto fiducia nel mio progetto e in me e mi hanno sostenuta. Questa a mio avviso è una cosa grande perché io non sono islamica, sono un’estranea per loro. All’inizio non sapevo cosa dire, che fare e non capivo bene. C’è voluto davvero molto tempo per poter entrare. Credo che aver fatto questa scelta, con questo film, mi ha permesso di passare attraverso qualcosa sul piano della fiducia. E alla fine quando andavo alla moschea mi trattavano come una sorella, mi guardavano con la “guardia bassa”. Concretamente ciò che ho sentito una volta che ho terminato il film è che questo film può generare tolleranza.


Una cosa davvero importante per costruire la pace.
Sì, tolleranza delle differenze. Incontrarsi con l’altro da esseri umani e non tanto con un’idea preconcetta dell’altro. Quando uno si incontra con l’altro come essere umano ecco che c’è tutto. Ecco cosa spero di fare con questo film. Poter entrare in questo cammino, andare oltre le barriere religiose e vedere l’altro semplicemente come una persona.


Sì, questo è esattamente quello che speriamo che possa fare l’arte: diventare un ponte tra le persone e tra le ideologie. Come artisti abbiamo una missione importante, come esseri umani che cercano attraverso questo di scavalcare le barriere e le etichette. Alla fine il cuore è uno solo, il desiderio di tutti è di essere felici, poi come ciascuno lo realizza nella propria vita è affare suo finché rispetta gli altri.
Sì, è cosi. Prima mi hai chiesto cosa ho appreso durante il processo di lavorazione del film, giusto? Ecco, ciò che ho imparato in questi anni di visite alla moschea è che dentro alla moschea io mi sentivo diversa e questo sentirmi diversa da loro, mi ha permesso di capire molte cose. Ho capito che anch’io posso essere considerata “diversa”. Mi sono detta: “anch’io sono una diversa, molto diversa!”. Questo mi ha permesso di sviluppare una grande tolleranza. (risate)

 

Beh sì, è la teoria dei grandi numeri: se sono tutti uguali, sono io diverso! (risate)
Claro!


E che futuro avrà questo film?
Il film sta andando molto bene perché la sua prima uscita mondiale è stata alla Berlinale a febbraio e ha ottenuto un riconoscimento molto importante. Proprio dato il tema della pellicola, è stato molto importante che sia stata proiettata a Berlino che di fatto è una finestra sul mondo. Poi andrà in altri Festival: Toulouse, San Francisco… a Buenos Aires. Andrà in India. Adesso siamo qua al Milano Film Festival. E in agosto verrà distribuito nelle sale commerciali in Argentina.


Bene! Quindi sta andando benissimo! E’ un grande successo! Complimenti.
Eh sì, va bene devo ammetterlo, molto bene.


Ed è il tuo primo lungometraggio?
Sì, il primo. E mi sento davvero una privilegiata perché ho avuto la fortuna di realizzarlo con due grandi produttori che sono Lidastantic e Sigman. Ho una coproduzione con il Brasile, il mio coproduttore brasiliano è Walter Salez che è anche lui un produttore molto prestigioso.


Bene! E quali sono i tuoi sogni nel cassetto? Altri progetti da realizzare?
Ho un’idea, adesso sto cercando di capire se sarà possibile trasporla in film, che è sul tema della tratta delle persone. Del traffico delle persone. Sto investigando. E’ un tema molto difficile da trattare e doloroso, sto cercando il mio modo di affrontarlo in quanto donna. Penso che valga la pena farlo.


Tratta di persone in generale? O di bambini?
No, delle donne. No, io ho dei figli e non credo che potrei lavorare su un tema tanto doloroso che riguarda i bambini.


Quanti anni hanno i tuoi figli?
Otto e cinque… eh, sono preoccupata per il mondo!


Beh si, fare figli oggi è una scelta molto coraggiosa. Però forse non è vero. E’ sempre stato difficile il mondo, anche prima. La violenza è sempre esistita.
Sì, non è molto diverso. Però avere dei figli mette in risalto questi aspetti.


E tu sei religiosa?
No, non ho una religione e non sono neppure atea. Sono una persona spirituale, ma non professo una religione precisa.


Tornando un ultimo istante al film, si parla anche dell’amore. La protagonista si innamora.
Sì, non ero certa di questa idea, questo è un po’ il problema di un’opera prima. Quello che volevo mostrare era l’idea della proiezione. Spesso proiettiamo sull’altro ciò che vogliamo vedere e viene meno la reale opportunità di incontrare davvero la persona che abbiamo davanti. Incontriamo la nostra costruzione dell’altro, che limita la sua essenza, gli preclude la possibilità di essere ciò che è veramente. Quello che vediamo non ha niente a che fare con ciò che l’altro è. La storia d’amore del film è uno scherzo del destino no? (risate) Per lei come personaggio comunque questa esperienza è molto importante e questa storia segna una svolta interiore decisiva. Ho molte scene girate della storia d’amore.


Che però non hai messo?
No, alla fine no.


E poi lei alla fine decide di tornare a casa?
Sì torna e per me è molto importante questo. Perché quando è partita è fuggita e tornare significa che adesso può affrontare. E quindi sì, torna, ma non torna perché è sconfitta o così com’era partita. Sinceramente credo che ciò che è importante non è ciò che ha fatto, ma dove lo ha fatto. E poi ha diciannove anni, può sperimentare, scoprire altri aspetti di se’. Torna perché è capace di stare in piedi sa sola.


Sì, ho capito. Torna perché è il tempo giusto per tornare.
Ma non è un qualcosa di regressivo. Torna perché adesso lo può fare. Come accade nella vita, gli eventi ci cambiano no? Accade qualcosa che ti porta da un’altra parte, un’altra cosa ti attraversa un poco. Senza parlare di eventi tragici no, in generale cambiamo lungo il corso della vita. Le esperienze ci modificano. E anche l’amore finisce e rinasce no? Non c’è nulla di tanto tragico. (risate) Certo! Poi trova un altro uomo no? E’ chiaro.


(risate) Grazie Maria Florencia, questa intervista è davvero muy precioso para mi.
Gratias Caterina.

 

 

Intervista di: Caterina Paolinelli
Grazie a: Valentina Calabrese, Ufficio stampa Milano Film Festival
Sul web: www.milanofilmfestival.it

 

 

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