Luigi Athos De Blasio: “L’artista pensa per immagini”

Scritto da  Lunedì, 31 Agosto 2015 

Ho conosciuto Luigi Athos De Blasio qualche mese fa all’inaugurazione di una mostra; abbiamo iniziato a parlare dei suoi quadri e delle tecniche che utilizza, proponendoci di riprendere e approfondire il discorso appena possibile. L’occasione è stata la mostra allestita a Roma per la presentazione di Ubqart, il primo social network dedicato all’arte contemporanea, presso la Casa internazionale delle donne.
Lucano, classe 1973, De Blasio costruisce interamente a Roma il suo percorso artistico, dopo la laurea in filosofia. Si cimenta inizialmente con il collage, per passare in un secondo momento alla pittura su tela vera e propria. Dipinge utilizzando tecniche eterogenee, spaziando dall’astratto al figurativo, prediligendo studi e variazioni sulla figura umana o composizioni di oggetti e nature morte.
La conversazione ha toccato questioni teoriche e problemi più immediati che un artista deve affrontare; abbiamo parlato di come ci si scopre artisti; di cosa vuol dire essere artisti in un contesto esaltante ma difficile come Roma; del rapporto con il pubblico e delle ragioni che spingono ad acquistare opere d’arte.

 

Vorrei innanzitutto sapere come si è avvicinato alla pittura, qual è stato il suo percorso per arrivare ad essere pittore.
L’artista, per essere tale, deve avere capacità di visualizzazione, la capacità di pensare per immagini. Io ho scoperto di averla da bambino, ho sempre disegnato tanto. Ma non ero “bravo” a disegnare. Nessuno mi avrebbe definito portato per il disegno.
La pittura vera e propria arriva tardi, intorno ai 28 anni. Precedentemente, però, c’è stata l’esperienza del collage, tecnica che ho praticato con un certo successo da completo autodidatta.
Per avvicinarmi alla pittura, invece, ho sentito la necessità di frequentare una scuola. Qui in un certo senso mi sono subito riconosciuto come pittore, prendendo anche consapevolezza però di mancare totalmente di disciplina: non ho pazienza. La creazione per me è essenzialmente un’illuminazione, una sorta di visione che deve essere trasferita su tela immediatamente. Prima viene l’obiettivo, poi il percorso. Io ho da subito le idee molto chiare e ho bisogno di mettere immediatamente su tela l’oggetto visualizzato.
Questo modo di approcciare il processo creativo mi ha creato problemi rispetto all’insegnamento canonico, che prevede invece di arrivare per gradi al risultato pittorico.

Ci racconta con quali tecniche le piace dipingere?
Mi piace lavorare la tela, cambiarle i connotati. La tela deve essere snaturata, e lo stesso deve accadere ai colori. Anche i colori devono diventare altro, avere un’autofunzione catartica.
Lavoro sulla tela trattandola con gesso, colle, impastandola, graffiandola, poi velando i colori per modificarne la resa. Dipingo a olio, a tempera, ad acrilico, spesso alternando le diverse tecniche anche all’interno della stessa opera. Per ottenere una diversa superficie pittorica ricopro parti di tela con nastro adesivo o cellophane, successivamente dipinti. La tela finisce per essere sommersa dagli strati pittorici. Il quadro finito è il risultato di un’alternanza di gesti delicati e gesti forti.

Lei dipinge sia soggetti astratti che figurativi: che rapporto c’è tra queste due categorie, c’è una differenza di significato?
Tra astratto e figurativo non c’è alcuna differenza: uno serve all’altro, uno inizia dove finisce l’altro. I temi, le tele sono dei discorsi che si aprono uno dove finisce l’altro.
La distinzione tra astratto e figurativo è un problema solo di chi guarda. La linea è linea sia che si parli di astratto che di figura.
Paradossalmente in molti casi l’astrazione risulta più oggettiva della figurazione, che invece fatica ad arrivare agli occhi di un certo tipo di pubblico.
Il quadro funziona nel contesto. Il problema non è la distinzione tra astratto e figurativo, il problema è nella ripetibilità. Un’opera d’arte non è ripetibile. È ripetibile l’azione della pittura, non il risultato. Se è ripetitivo si tratta di artigianato, non di arte.

Che tipo di approccio all’arte ha modo di constatare nel pubblico che incontra in occasione delle mostre o da parte di quanti vengono a visitare il suo laboratorio?
I motivi per cui le persone si avvicinano all’arte sono diversi. Tra le altre cose, l’arte viene vista anche come mezzo di elevazione sociale.
Capita che si crei un problema con alcuni aspiranti acquirenti, alla ricerca di un quadro che magari si intoni all’arredamento, che sia “decorativo”; è faticoso invece accettare come l’arte possa in alcuni casi risultare disturbante e in ciò stiano spesso il suo valore e la sua grandezza.
Quando l’arte è realmente tale, arriva a tutti. Ha una sua oggettività, che arriva anche a chi non ha familiarità con l’arte.

Pur essendo lucano di origine, lei vive a Roma ormai da molti anni. Ha studiato in questa città e la sua esperienza pittorica è totalmente romana. Come definirebbe Roma dal punto di vista artistico. Cosa significa essere un artista a Roma?
Naturalmente Roma è una città che ha espresso grandissime personalità e scuole pittoriche, è una città piena di stimoli e dal passato carico di un’eredità pesante. In virtù di questo, ha praticamente visto tutto e difficilmente riesce ancora a provare stupore verso nuove manifestazioni artistiche. È un contesto molto dispersivo in cui a grande professionalità spesso si contrappone cialtroneria e improvvisazione.
Certamente c’è il problema del mercato. I galleristi faticano ad abbandonare strade sicure e per lo più scelgono nomi già affermati che praticamente si promuovono da soli.
Nonostante il contesto problematico, amo il mio lavoro e i miei colleghi.
Apprezzo in particolare il pittore Tancredi Fornasetti, lo scultore Pietro Zucca e da tempo collaboro proficuamente con la curatrice Manuela Vannozzi. Credo profondamente in quello che faccio e in quello che fanno gli altri artisti. Amare e capire il tuo lavoro ti serve per amare e capire il lavoro degli altri.
La creazione artistica è un percorso di serenità, maturazione, consapevolezza.

Non è necessario che ci sia anche del travaglio?
Certo, soprattutto a monte del percorso c’è anche un dolore, che però trova una sua soluzione, un sollievo nel momento in cui si esprime nella creazione.

Intervista di Adele Maddonni

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna

TOP