Intervista a Maria Letizia Maffei, autrice di “Porca pupazza, no!"

Scritto da  Venerdì, 27 Giugno 2014 

Incontriamo sulla Pagine di SaltinAria la scrittrice Maria Letizia Maffei, autrice di “Porca pupazza, no!”, romanzo che descrive con ironia e divertimento un viaggio tragicomico attraverso la passione per la bicicletta, il sesso, l’amicizia, l'amore e il lavoro di una giovane donna che cerca di restare a galla grazie alle sue risorse.

Ciao Maria Letizia e benvenuta sulle pagine di SaltinAria. Vogliamo iniziare con il parlare di te? Qual è la tua formazione? Cosa ti ha indotto a scrivere un romanzo e quale esigenza ti spinge a portare su carta le tue emozioni?

La mia formazione in effetti è letteraria ma la mia professione è dedicata alla comunicazione in ambito teatrale. In realtà l’esigenza di scrivere deriva da una urgenza di vedere scritto su un foglio bianco un dolore ‘ingombrante’. Ho iniziato a scrivere perché volevo rendere concreta (e le parole rendono concreti i concetti) un’emozione che non riuscivo a dominare. Il percorso di scrittura invece ha virato sorprendentemente verso il comico. 

La genesi di un libro, immagino, sia sempre complessa sia da un punto di vista emotivo, che pratico: come hai superato, se vi sono stati, i primi problemi di scrittura? E' stato complesso mettere insieme tutti i pezzi della storia che hai raccontato, oppure l'ispirazione non è mai venuta meno?
La genesi è stata abbastanza lunga. Anche perché non avevo deciso di scrivere un romanzo. Dopo aver espresso a parole ciò che non riuscivo ad inquadrare e a digerire, ho provato a costruire una storia e solo successivamente ho ampliato e approfondito gli aspetti del romanzo. Posso dire di aver scritto a più riprese e di aver scoperto il mio percorso solo via via che prendeva vita.

"Porca pupazza" è un intercalare tipicamente romano; la protagonista del tuo romanzo, Amy, è molto caratterizzata sulla sua romanità oppure è un caso che sia un'abitante della Capitale? Il libro si sarebbe potuto ambientare in una qualsiasi altra realtà?
La protagonista vive a Roma, potrebbe però vivere in qualunque altra città. Di certo è un’abitante di una città gigante che a volte soffoca a volte esalta. 

A leggere la nota stampa che accompagna il romanzo ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli: "…un bilancio emotivo in rosso"; "…la rassegnazione, le sbronze, il colesterolo, le bugie, un ex capo, e le ruote bucate"; "Facile desiderare culetti sodi se poi a voi non viene chiesto neanche di lavarvi i denti!" Molti potrebbero riconoscersi in tali situazioni ed affermazioni e lasciarsi prendere dallo sconforto. C'è una via d'uscita a tutto ciò, oppure le prospettive per un futuro migliore non sono rosee?
Credo che a tutti capitino momenti di sconforto perché le cose si mettono realmente male. Il lavoro per noi è una componente fondamentale, come lo è l’amore, la famiglia e l’amicizia. Magari non si tratta di essere speranzosi, forse si tratta solo di riuscire a guardarci con il giusto distacco e non lasciarsi affogare dalle nostre ansie. 

Il romanzo è, in realtà, pieno di speranza: ogni donna, ogni uomo ha dentro di sé le risorse per vivere a testa alta e per sconfiggere le avversità che possono pararsi davanti nel corso della vita. Puoi consigliare ai lettori un modo per raccogliere le proprie forze e poter contare sulle proprie risorse?
L’autoironia è, secondo me, la chiave di volta. Saper sorridere teneramente dei nostri limiti è un po’ essere i migliori amici di noi stessi. Per chi non è ironico suggerisco gli amici veri. Sono bravissimi in questo. 

Amy è un personaggio in definitiva positivo; quali sono gli aspetti del suo carattere? Quali i punti di forza e quali le debolezze?
Amy è un personaggio complesso, reale. Una donna di quarant’anni con le ansie da prestazione lavorativa, con la voglia di cambiare sempre e l’ansia per quello che cambia. Una persona che ha bisogno degli amici ma con una forte dimensione solitaria. Fragile ed energica. È convinta di poter superare gli ostacoli semplicemente rinunciando agli obiettivi. Per paura di farsi male preferisce rinunciare all’amore. O almeno fa di tutto per non innamorarsi. 

Nel romanzo si parla di un lutto che ha colpito la protagonista; come si può uscire da una situazione simile in modo positivo e con maggiori forze, energie e speranze di prima?
Purtroppo dal dolore non si esce. Un lutto ti accompagna per tutta la vita. Non ci sono vie di fuga. Però bisogna reagire perché, come dice la protagonista ‘… il dolore non te lo toglie nessuno, è la tua linfa vitale e la vuoi tutta per te, è una droga dura e compatta da cui è difficile staccarsi. Si rimane attaccati al proprio dolore come se fosse una zattera di salvataggio… Il dolore è bastardo; avviluppa l’anima e la stritola, facendoti credere che sia un abbraccio solidale’. 

Cos’è, a tuo avviso, la felicità? Ognuno di noi agogna questo stato, ma nella società a noi contemporanea sembra davvero un'utopia poterla raggiungere. Ci sono delle persone davvero felici oggi? Qual è, - sembra banale chiederselo, ma chi non lo fa? - il segreto della felicità? Vi è una formula "chimica" per raggiungerla o bisogna ricercarla esclusivamente in sé stessi?

Mi stai chiedendo la formula della felicità? Non credo esista. Una cosa però l’ho capita, dopo tanti anni, che la vita va presa a sorsate, nel bene e nel male. Quando stai male, goditi il dolore, quando stai bene, goditi la gioia. Alla fine sarai felice, forse, di aver preso tutto quello che la vita ti ha proposto. Non avere rimpianti è già un bel traguardo.

Hai già in cantiere nuovi progetti per il prossimo futuro?
Tanti progetti, mai fermarsi. Uno, due, tre sogni nel cassetto e il futuro è già più roseo.

 


Grazie a: Ufficio Stampa Valeria Buffoni


Intervista di Daniele Pierotti 

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