Intervista a Daniele Cobianchi, autore del libro "La sindrome di Hugh Grant" (Mondadori)

Scritto da  Giovedì, 11 Dicembre 2014 

Incontriamo Daniele Cobianchi in occasione dell’uscita del suo terzo romanzo, edito da Mondadori, La sindrome di Hugh Grant, dopo aver pubblicato nel 2013 Dormivo con i guanti di pelle (sempre con Mondadori) e nel 2006 Il segreto del mio insuccesso (Mursia).

Iniziamo parlando un po’ di lei: laureato in Filosofia del diritto, di mestiere pubblicitario e per passione autore di romanzi. Si tratta di un miscuglio di elementi ponderato oppure casuale? Vi è una passione che spicca tra le tante oppure ci troviamo davanti ad un uomo eclettico che riesce in tutto ciò che intraprende?

Se per questo suono anche la batteria, la chitarra e il piano… In realtà sono una persona curiosa che s’innamora delle cose e ha passione per ciò che fa. Faccio tutto male però, a parte il mio lavoro che mi impegna davvero tanto, e la scrittura… mi auguro….

Come e quando è scoppiata la passione della scrittura? Ha trovato subito la strada spianata o ha dovuto, come molti, percorrere una tortuosa gavetta per trovare una Casa Editrice che pubblicasse i propri scritti?
Ho iniziato a scrivere nel 2005. E’ mancato mio padre ed è stata una specie di reazione e forse anche di lenta metabolizzazione del dolore. Adesso scrivo perché è infinitamente più economico che andare dallo psicologo. Poi ho fatto la trafila che fanno tutti: ho mandato il manoscritto agli editori e sono stato fortunato.

Quali consigli darebbe ad un giovane autore che volesse intraprendere il mestiere dello scrittore?
A chi vuole scrivere, a un giovane, ma anche a uno meno giovane che ha voglia di cimentarsi con la pagina bianca, suggerirei di farlo innanzitutto per se stesso, senza aspettative. Poi vorrei dare un consiglio pratico: non inviate manoscritti a nessuno prima che un editor lo abbia letto, ve lo abbia corretto, e via abbia detto che nelle vostre pagine c’è del buono. Un conto è inseguire i propri sogni, un conto è scrivere qualcosa che valga la pubblicazione.

Veniamo ora al libro, “La sindrome di Hugh Grant”: innanzitutto perché per riferimento all’attore britannico nel titolo, rappresenta per lei qualcosa nell’immaginario del pubblico italiano?
Volevo raccontare i quarantenni di oggi, la loro crisi, e mi piaceva l’idea di usare metaforicamente l’immagine che Hugh Grant interpreta nei suoi film: Un ragazzone che sembra sempre impacciato, un po’ infantile e che ha paura di crescere, ma che in realtà è un buono e che alla fine esprime solo una fragilità.

Il romanzo è incentrato sulle vicende di un quarantenne che si trova nel mezzo della propria vita, ma che si sente anche “mezzo” (mezzo giovane mezzo adulto, mezzo innamorato mezzo no ecc.); proprio questo gli farà prendere delle scelte nette (giuste o sbagliate che siano) che possano dare una scossa alla propria vita. Secondo lei i quarantenni di oggi si sentono realmente così? Hanno davvero necessità di scuotere la propria vita?
L’età dei quaranta è quella nella quale avviene il primo bilancio della propria vita, quello irreversibile, quando si prende consapevolezza del risultato di ciò che si è ottenuto fino a quale momento. “E’ questa la vita che sognavo da bambino (cantava Jovanotti)?” E’ questo ciò che desideravo?” “E’ questo ciò che mi aspettavo?” Queste domande apparentemente banali sono quelle che possono mandare al tappeto chiunque. E allora, a volte, è più facile non rispondere, e rimanere ancorati a quella prima parte della vita nella quale le illusioni non erano ancora diventate disillusioni. La scossa serve per fare quel salto, e provare a crescere senza troppi rimorsi e rimpianti.

Si dà il caso che lei sia proprio nella fascia d’età che è oggetto del romanzo; quanto c’è di autobiografico in quello che ha scritto?
Questa è una domanda ricorrente. Io rispondo sempre che questo libro non parla di me, ma parla anche di me.

Si sente, da quarantenne “consapevole”, se così realmente si sente, di poter dare dei consigli ai suoi coetanei su come riuscire a scrollarsi di dosso questi “pregiudizi” sugli uomini immaturi e poco affidabili?
Di uomini immaturi e poco affidabili è pieno il mondo, ma non amo generalizzare e credo che chiunque abbia per esempio il diritto di comprarsi una moto a quarant’anni senza essere tacciato di immaturità.

Prima di chiudere, ha qualche nuovo progetto in cantiere o qualche idea per il futuro che vuole svelarci o alla quale anche solo accennare?
Spero che questo libro diventi un film, e ci sono già alcuni cantieri aperti che mi lasciano ben sperare. E poi vorrei riformare la band del liceo, ma non so se è il caso, perché ho appena compiuto quaranta quattro anni.

Grazie a Valeria Buffoni

Intervista di Daniele Pierotti

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