Il misterioso manoscritto di Patrizia Tamà

Scritto da  Francesco Mattana Giovedì, 28 Marzo 2013 

Negli ultimi anni si è fatta un nome come scrittrice di appassionanti thriller a sfondo storico. La professoressa Patrizia Tamà (all’anagrafe Tamarozzi) insegna storia e letteratura nei licei. Molti studenti (e anche molti genitori, il che non è affatto scontato) le sono riconoscenti per questo suo metodo didattico che trasmette passione. Passione che anima anche i suoi romanzi finora pubblicati, Quarta cantica e La profezia di Michelangelo (entrambi editi da Mondadori): scrittura avvincente, mozzafiato; innumerevoli riferimenti eruditi, ma senza mai scivolare nel vizio della saccenza. Saggi di bella scrittura (e anche questo non è scontato, visti i chiari di luna della narrativa contemporanea). Questa donna, però, ha un segreto, ed è intenzionata a non rivelarlo ancora per un po’: un manoscritto misteriosissimo giace nel cassetto della sua elegante dimora alla periferia di Milano. Di che si tratta? Lo scopriremo solo tra pochi mesi, quando il libro sarà finalmente a disposizione negli scaffali…

 

 

Ti sei fatta nella mente un identikit dei tuoi lettori?
È un pubblico molto composito. Appassionati di thriller, di romanzi storici; persone che cercano in un libro l’intreccio narrativo complesso, con rivelazioni continue e progressive. Poi gli appassionati di Dante, che quando hanno visto la copertina con scritto Quarta cantica si sono fiondati con avidità a leggerlo. Ho avuto un grande riscontro tra gli studenti, mi hanno fatto i complimenti perché gli ho permesso di scoprire una Divina Commedia meno noiosa e paludata. Questo mi ha molto inorgoglito.
Fai l’insegnante in una scuola secondaria. Tra i tuoi allievi hai mai intravisto una Francesca (Francesca è una ragazza piena di curiosità intellettuale, co-protagonista in entrambi i suoi romanzi, n.d.r.) ?
Francesca è mia figlia Eleonora. O meglio, si ispira a mia figlia, perché nessun personaggio dei miei romanzi riflette una persona reale: ci sono frammenti di persone che realmente ho conosciuto, incastonati nei personaggi. Io stessa sono presente ma come polverizzata, come un coriandolo, ‘mosaicata’. Tra i miei allievi ho intravisto senz’altro delle Francesche. Ci sono mie ex-studentesse che dopo il liceo hanno voluto seguire il mio cammino, si sono innamorate della ricerca storica e hanno desiderato approfondire quei lati misteriosi, magici che sui banchi di scuola è impossibile scoprire.
Una persona come te, tesa ad approfondire i misteri della Storia, che rapporto ha coi banalissimi programmi ministeriali?
Ma sai, i programmi ministeriali forniscono degli spunti. Dopodiché spetta al bravo insegnante fornire una chiave contemporanea per coinvolgere gli alunni. Ad esempio il Dante che propongo io è una persona in carne e ossa. Ci sono aspetti volutamente trascurati della biografia di Dante, ad esempio il fatto che fosse un amante delle donne (si diceva che Dante ‘donneava’), aveva anche fatto una classifica delle più belle di Firenze. Carne e sangue in tutto ciò che spiego a scuola; rimpolpare i protagonisti della nostra letteratura che, per come vengono proposti nelle scuole, sembrano esangui spettri. Altro esempio: quando spiego Orlando Furioso accendo in aula la canzone di Jovanotti Battiti di ali di farfalla : in questo brano trovo sintetizzata la concezione agonistica della vita, che via via ognuno di noi sta perdendo. Bisogna vivificare la lezione: i programmi sono uno schema muto, metterci linfa costa molta fatica ma ne vale la pena.
I tuoi romanzi si situano in una linea di mezzo tra Dan Brown e Umberto Eco. A proposito de Il nome della rosa, ti identifichi maggiormente in Guglielmo di Baskerville o Adso da Melk?
Come donna mi identifico di più in Adso: compie degli errori, si lascia tentare, ho una personalità che preferisce il dubbio alla convinzione. Come scrittrice i miei romanzi hanno una struttura logico-deduttiva, rigida e consequenziale: nella stesura preparo una serie di schemi, di riassunti che sembrano cattedrali gotiche. Come scrittrice, quindi, sono più affine a Guglielmo.
Beatrice Maureeno è la protagonista delle tue due fatiche letterarie. Ci sarà un seguito delle sue avventure?
Assolutamente sì. Il tre è il numero perfetto, come insegna Dante. Sarà una trilogia, anche se non ho ancora ben chiaro come sarà strutturato il terzo capitolo. Posso dire che sarà un salto ancora più indietro, nel mondo greco. Con un’altra rivelazione.
Se i tuoi romanzi venissero un giorno tradotti in film (e ne avrebbero tutte le potenzialità), quali attori potrebbero impersonare i tuoi personaggi?
Quando scrivo ho in mente dei volti di attrici e attori cinematografici. Beatrice potrebbe essere Michelle Pfeiffer, anche se ha ormai una cinquantina d’anni, mentre Beatrice ne ha 35. Marcos De Leòn ha la fisionomia di un mio amore adolescenziale, come attore sceglierei un Rupert Everett, però un po’ più giovane. Invece Raffaele Spini, che non è bello ma è un tipo, è Goran Bregovic, il Bregovic de I giorni dell’abbandono: distratto ma in realtà molto presente; solido, su cui fare affidamento.
Ami molto lo scrittore catalano Carlos Ruiz Zafon. Se anche tu, come il protagonista de L’ombra del vento, ti ritrovassi nel ‘Cimitero dei libri dimenticati’, quale libro sceglieresti?
Io di libri ne amo tanti, di solito quelli che amo non sono libri così dimenticati. Da appassionata di Borges, mi viene da dire che in questa ‘biblioteca di Babele’ è difficile scegliere un titolo. Certamente un libro che tutti dovremmo rileggere è Lezioni americane, soprattutto la parte in cui si concentra sul concetto di leggerezza. Sempre di Calvino, guai a chi non ha letto Le città invisibili!
Hai una passione enorme per Il Giudizio Universale di Michelangelo. Ti è mai venuta la Sindrome di Stendhal di fronte a quel quadro?
Eheh. Passionale sì, ma non al punto da arrivare alla Sindrome di Stendhal. Il Giudizio Universale è una grandissima scoperta: come la Commedia dantesca, ha tante letture stratificate; c’è il gioco delle fisionomie dei volti, in quel quadro ha inserito tanti suoi contemporanei che non gli stavano simpatici. Tieni conto poi che mio nonno era un bravo pittore: sono sempre stata dentro i quadri, sono stata anche più volte un soggetto iconografico, quindi io sono già dentro i quadri. L’arte figurativa fa parte della mia vita ma non mi sconvolge; mi completa, mi esprime, mi identifico ma non fino alla patologia.
Qual è la forma metrica migliore per raccontare Milano? E per raccontare Modena, la tua città natale?
Milano è parole in libertà, futuriste e sconclusionate; poesia grafica coi rumori, tanta onomatopea, tanta materia rombante. Modena invece è molto carnale, molto grassa, molto più sensuale rispetto a Milano. Quindi le si attaglia bene una canzone in strofe.
Questa passione per l’esoterismo che contrassegna la nostra epoca come te la spieghi?
In tutte le epoche in cui c’è una pretesa di razionalismo trovi l’altra faccia della medaglia, che è un bisogno estremo di andare altre. Viviamo in una specie di ‘horror vacui’, riempiamo le nostre agende di appuntamenti perché abbiamo paura del vuoto, della morte. Abbiamo tutti bisogno di risposte che non abbiamo. Milano in questo è emblematica: gente che si massacra di lavoro, poi la sera si veste di arancione o di bianco e partecipano a una funzione religiosa (o pseudo-religiosa) per ritrovare un po’ se stessi.
Da conoscitrice del Rinascimento, ravvisi qualche sprazzo di Rinascimento nella nostra epoca?
Solo sprazzi, appunto. Ci sono alcune individualità interessanti, ma non movimenti. Nel Rinascimento c’era una consapevolezza diffusa; un clima, soprattutto in Italia, totalmente stimolante e creativo. Secondo me ci sono delle menti fervide, creative, che puoi trovare anche nella musica cosiddetta leggera, ma è un’epoca la nostra in cui vediamo tutto in modo molto frammentato. L’idea di un Rinascimento globale mal si sposa coi nostri tempi postmoderni.
Sappiamo che hai in canna un progetto letterario molto misterioso…
Esatto, non se ne può parlare. Forse, ma sottolineo forse, scoprirete il ‘dark side’ di Patrizia. A parte questo progetto così arcano, c’è un’altra idea per un romanzo a cui tengo molto. Ho scelto in passato di prendere in affido una bimba bielorussa: un’esperienza di autoconoscenza che mi ha segnato profondamente, perché lì ho preso coscienza dei limiti della nostra generosità come esseri umani. Ho capito, ed è stata una scoperta dolorosa, che nessuno di noi può essere S.Francesco, pur con tutta la buona volontà. Ecco, partendo da questa mia esperienza, scriverò un romanzo sulla difficoltà ad essere buoni fino in fondo, perché l’impatto con una realtà differente dalla nostra è difficile, davvero difficile.
Il fenomeno Dan Brown come lo giudichi?
Dan Brown mi sta facendo un po’ arrabbiare perché adesso esce con Inferno, sembra che abbia rivelato chissà cosa sulla Divina Commedia. Perfino un osservatore solitamente accorto come Massimo Gramellini ha detto che gli scrittori devono venir dall’estero per spiegarci i letterati italiani. Questo non è vero, difatti ho scritto a Gramellini spiegandogli che il mio libro si è occupato dei misteri danteschi ben prima di Brown (ovviamente la lettera non è stata pubblicata). Penso che Brown sia un divulgatore divertente, non nego che nei suoi libri ci siano idee interessanti. Ho da ridire sulla qualità della sua scrittura, la trovo troppo trasandata. Dan Brown ha alle spalle una macchina perfetta per fare business, ma questo non toglie che, a livello di scrittura, si può fare decisamente meglio.
Il romanzo della tua vita che titolo avrebbe? Escludiamo Il tormento e l’estasi (titolo di un bellissimo romanzo su Michelangelo) perché abbiamo stabilito che sei una persona razionale…
In realtà è una supposizione errata, non è vero che sono razionale. Forse il romanzo della mia vita potrebbe chiamarsi Le due lune, perché ho due facce. Vero, non ho la Sindrome di Stendhal, quindi non mi lascio sommergere dai quadri. Però, in compenso, mi lascio sommergere dalla vita.
Ti senti più Beatrice o più Kay Scarpetta (Kay Scarpetta è la protagonista dei thriller di Patricia Cornwell, n.d.r.) ?
Kay Scarpetta è un’ anatomopatologa che fa delle cose terribili, davvero preferirei evitarla, eheh. L’unica cosa che abbiamo in comune è che cucina e beve vino, ed è incasinata sentimentalmente. Però non sono neanche Beatrice. Nel bene e nel male, sono semplicemente Patrizia.
Tra le tue passioni letterarie il Glenn Cooper de La biblioteca dei morti. Il serial killer di quel romanzo si chiama ‘Giorno del giudizio’. Bel nome, vero? Ricorda il quadro di Michelangelo
Bellissimo. Lo ruberò a Cooper. Sperando che non mi scopra, eheh.

 

 

Intervista di: Francesco Mattana

 

 

 

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