Gianfranco Uber, vignettista per diletto

Scritto da  Sabato, 16 Settembre 2017 

Una storia singolare di una vocazione precoce messa da parte e riscoperta, in mostra Conversano a Lector in fabula. Conversazione con un genovese, informatico, che dopo una carriera in banca ha scelto di seguire “il fatto del giorno” disegnandolo. Dall’ispirazione di Iacovitti ad una ricerca personale e la voglia di condividerla con i giovani.

 

“La satira in Italia”, è il titolo di uno dei tanti incontri del Festival Lector in Fabula di Conversano del 2017, protagonista il cartoonista Gianfranco Uber con il quale ho avuto l'occasione di una piacevole conversazione.

Cominciamo dal nome che forse ci racconta una parte della tua storia.
«Da parte di padre sono di origine milanese ma mia nonna paterna mi ha raccontato che il nostro cognome una volta era preceduta da un’acca perché di origine austriaca in effetti in Alto-Adige si trovano degli “Uber” nella zona di Trento e degli “Huber” nell’area di Bolzano. Purtroppo mio padre è morto che io ero troppo giovane per saperne di più. Da parte di madre sono di ascendenza toscana. I miei genitori però si sono incontrati a Genova e lì si è costruita la mia storia.»

Ti definisci un vignettista o come ho sentito dire un cartoonista?
«In italiano il termine è vignettista anche se è riduttiva nella sua evocazione comune che sminuisce il senso artistico che ha all’estero.»

E ancora ti sei detto un “dilettante” ma non credo per falsa modestia.
«Senza la pretesa di essere un punto di riferimento sono dilettante nel senso etimologico, di chi fa qualcosa per diletto, non facendo questa attività per professione.»

Com’è nata la tua vocazione?
Cos’è per te la qualità in un cartoon?
«Il messaggio è basilare anche se certo la tecnica è importante. La missione di una vignetta è la satira, provocare il riso o sorriso per riflettere non offendere e colpire tout court, secondo il detto latino castigat ridendo mori. Una vignetta però non è solo un messaggio di parole perché il disegno provoca attrazione e genera immediatezza.»

Come hai cominciato la tua attività?
«In casa ho sempre visto disegnare nel senso che mia mamma dipingeva e mio padre ha lasciato molti disegni. Come tutti quelli della mia generazione sono un po’ figlio di Walt Disney e di Iacovitti che ho conosciuto tra l’altro e che ho amato per l’abilità grafica e per il senso umoristico surreale. C’era una volta il Festival dell’umorismo di Bordighera, l’unica manifestazione del genere in Italia, che dagli anni Cinquanta è andata avanti fino agli anni Settanta. L’iniziativa si svolgeva in estate, sostenuta dal Comune e dalla DC di Andreotti, amico di Cesare Perfetto, anima di questo evento al quale ho partecipato per alcuni anni. Uno degli animatori era Peynet con i suoi fidanzatini, teneri e ingenui, oggi forse ridicoli ma era un mondo diverso che ogni anno si misurava su un tema.»

Ti ricordi la tua prima vignetta?
«In assoluto ci devo pensare ma la mia prima vignetta sì, su Tuttosport. Il giocatore della Juventus Sivori aveva morso un altro giocatore ed era stato squalificato. Il messaggio della mia vignetta era “La Juventus ha perso il suo mordente”. Poi ho pubblicato per un periodo sul giornale di Genova il Secolo XIX, quando ancora i giornali pagavano le vignette.»

La tua carriera però ha preso un’altra piega. Cos’è accaduto?
«Ho continuato a disegnare per un po’ e a partecipare a qualche concorso ma era difficile sostenersi con questo mestiere e certamente Genova non era la piazza giusta. Così scegliendo una famiglia ho provato e vinto un concorso in banca dove mi sono occupato di informatica con successo, per altro, e anche soddisfazione, seguendo i primi corsi IBM, diventando programmatore prima, poi analista: sono uno dei padri del bancomat. Ho avuto la fortuna di entrare in un settore che allora era agli albori e nel quale pertanto ho trovato modo di esercitare la mia creatività. Ad un certo punto arriva la pensione.»

Ed una seconda vita. Qual è stata l’occasione per ricominciare anzi forse per cominciare a dedicarsi alla satira?
«Dapprima ho realizzato un sito Internet autoprodotto, www.humour-ugb.blogspot.com – e dal 2007 quasi quotidianamente mi ispiro ad un fatto di cronaca e cerco di contestualizzarlo, non tanto di spiegarlo ma di dare alcune indicazioni perché nel tempo altrimenti non risulterebbero più comprensibili. In effetti l’occasione fu il concorso indetto dall’allora ministro Brunetta che tutti prendevano in giro per la sua altezza. Il concorso era legato al suo personaggio senza indicazioni precise. Trovo per altro che sia stato spiritoso e abbia promosso un’iniziativa molto intelligente. Incredibile ma l’ho vinto e sul giornale è uscito un titolo del tipo “Pensionato genovese vince”…così sono andato a Roma a conoscere il Ministro e ho deciso di mettermi in gioco sul serio. Da allora ho partecipato a diverse competizioni come il concorso promosso dalla rivista Internazionale, “Una vignetta per l’Europa” nel 2013 dove ho conosciuto l’ideatore Thierry Vissol che poi mi ha coinvolto a Conversano dove dirige il Centre Librexpression della Fondazione Giuseppe Di Vagno.»

Qui sei stato protagonista di un’iniziativa simpatica, disegnare in diretta una vignetta sul tema del festival, “Si fa presto a dire rivoluzione” che hai realizzato con gli allievi della Scuola delle Belle arti locale. Ce la racconti?
«Molto semplicemente ho scelto di completare la parola Rivoluzione, lasciando le ultime due sillabe in sospeso e sostituendo al loro posto l’onomatopeica “zac” che segue il disegno di una ghigliottina. La didascali recita: così finiscono tutte le rivoluzioni.»

Qual è l’ispirazione nei tuoi cartoon?
«Graficamente mi affascina il minimalismo, non considerando essenziale una vignetta figurativa; anzi se riesco nella sintesi questo mi gratifica ma ci sono temi che richiedono una caricatura come nel caso di un personaggio politico che dev’essere riconoscibile. In tal senso la matrice resta Iacovitti. Dal punto di vista tecnico mi piace la matita e la china anche se poi eseguo la scansione in digitale. Oggi anche per la colorazione ci sono strumenti digitali. A me piace la manualità perché mi piace dipingere in particolare ad olio.»

Come lavori?
«Devo partire da una notizia, generalmente da uno scandalo o da qualcosa che provoca una reazione emotiva forte. Non mi interessa però in generale la cronaca nera perché non mi piace rovistare nel dolore della gente a meno che non sia per colpirne le cause e sollevare una riflessione in merito, come nel caso del terremoto ad esempio.»

Progetti?
«In generale di continuare, di mettermi costantemente in gioco. Mi piacerebbe organizzare qualcosa a Genova rivolto ai giovani per condividere la mia esperienza.»

Articolo di Ilaria Guidantoni

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