Frida. Oltre il mito - Incontro/intervista con il curatore Diego Sileo

Scritto da  Lunedì, 19 Marzo 2018 

1 febbraio – 3 giugno 2018

Il Mudec conferma la propria originalità e la vocazione a cercare aspetti non detti anche per i più consumati fruitori di mostre con “Frida. Oltre il Mito”, in programma dal 1 febbraio al 3 giugno 2018, con oltre 200 opere tra dipinti, fotografia e disegni. In questa mostra che è la mostra che tutti si aspettavano dall’apertura del museo, l’attenzione a Frida al di là del personaggio mondano e della curiosità, talora morbosa, sulla sua biografia sentimentale e del dolore: al centro la complessità dell’artista, la prima donna della storia dell’arte che ha fatto del proprio corpo un manifesto. Nell’attenzione alla sua arte una rilevanza centrale è assunta dal recupero del mondo precolombiano del quale fu collezionista e in questo influenzata dal pittore, compagno e marito a più riprese della sua vita, Diego Ribera: non solo curiosità archeologica quanto riflessione e rinnovamento estetico. Mudec ha tra l’altro una collezione permanente di questo tipo di arte.

 

Dall’1 febbraio al 3 giugno 2018 il MUDEC-Museo delle Culture di Milano celebra Frida Kahlo (1907 – 1954) con una grande e nuova retrospettiva. Un’occasione per vedere finalmente in un’unica sede espositiva dopo 15 anni tutte le opere provenienti dal Museo Dolores Olmedo di Città del Messico e dalla Jacques and Natasha Gelman Collection, le due più importanti e ampie collezioni di Frida Kahlo al mondo, e con la partecipazione di autorevoli musei internazionali che hanno prestato alcuni dei capolavori dell’artista messicana mai visti nel nostro Paese. Certamente una mostra “di rottura” rispetto a tutte le mostre finora proposte negli ultimi anni, anche grazie all’Archivio di Casa Azul, scoperto nel 2007, oggetto di studi effettuati dal curatore della mostra Diego Sileo, che ho avuto la fortuna di incontrare durante la visita e al quale ho potuto rivolgere alcune domande.
L’avvio dell’esposizione è nel segno del passato e della riscoperta del Messico meticcio precolombiano che cominciò proprio nel momento della lotta per l’Indipendenza del Paese che per Frida Kahlo, influenzata in questo interesse dal suo compagno di vita, il pittore Diego Ribera, non fu solo un’attenzione per gli oggetti e una passione antiquaria ma lo stimolo a una riflessione estetica più ampia e di rinnovamento della stessa pittura. D’altronde, mentre le istituzioni pubbliche incentivavano e finanziavano soprattutto la ricerca archeologica, gli intellettuali, specialmente intorno agli anni Quaranta del secolo scorso, maturarono una riflessione sulle civiltà precolombiane a tutto tondo. A dire il vero qualcosa di simile accadde nell’Algeria degli anni Sessanta del Novecento dopo il conseguimento dell’Indipendenza, con il recupero della civiltà nomade e dei popoli berberi con la loro tradizione del tatuaggio.
Nelle opere di Frida non appaiono solo oggetti legati alle antiche civiltà messicane quanto temi, a cominciare dalla continuità tra vita e morte, ad aspetti truculenti di corpi smembrati e lei stessa si vestiva e si travestiva con gli abiti e i simboli tradizionali, ben oltre un semplice vezzo e gioco come sempre la critica ha presentato. Esiste una ricerca profonda anche sulla figura del nahualli, l’alter ego che ogni essere vivente ha secondo le antiche credenze locali che, sembra di capire, sia un inconscio profondo e incontrollabile dalla volontà.
La mostra-evento con oltre 200 opere tra dipinti, disegni, fotografie dove l’artista è soggetto e oggetto – che si conclude con una galleria di strumenti di tortura, i busti in metallo e altri marchingegni che è costretta ad indossare per cercare di guarire il proprio corpo martoriato - offre un’ampia panoramica della complessità artistica di Frida.

L’incontro occasionale con il curatore, Diego Sileo, mi ha ingolosita.
Una bella sfida una mostra su Frida, tanto raccontata che dà perfino il titolo a una canzone dell’ultimo Sanremo. Qual è la chiave che sembra vincente?
“La mostra era molto attesa ed era l’esposizione alla quale tutti pensavano fin dall’apertura del Mudec. La mia attenzione si è concentrata su Frida come artista oltre il mito di personaggio biografico, ribelle, scandaloso che tutti conoscono. Tra l’altro come pittrice non era un’istintiva, anche se in parte autodidatta, avendo lasciato la scuola dopo due anni. Ha però continuato a studiare e a confrontarsi con gli artisti, facendosi strada a poco a poco e prendendo sicurezza, anche attraverso una graduale emancipazione dal marito. In questo senso il mondo dell’arte precomolombiana è stato un ingrediente molto importante e il Mudec ha scelto di esporre gli oggetti appartenenti alla propria collezione permanente nello spazio Agorà, all’ingresso dell’esposizione.”

Un ampio spazio è stato dato alla corporeità proprio dal punto di vista artistico. Ci racconta la lettura?
“Frida è stata la prima donna nella storia dell’arte ad aver fatto del proprio corpo un manifesto. Si è ritratta molto, in modo disinibito, con straordinaria modernità, scevra dal punto di vista dello sguardo maschile, sensuale. Al contrario si è messa a nudo nel senso stretto, rivelando il corpo malato e martoriato.”

Una sezione tematica è dedicata al dolore che per la sua biografia è legato molto alla sofferenza del corpo. Lo ritiene un momento centrale artisticamente?
“Sì perché al di là del coraggio della giovane di cui tutti sanno e sul quale si focalizzano per dare un’immagine solare, energica e mondana del personaggio, è importante capire il suo dialogo con la sofferenza. Non è rabbioso. Frida convive con il dolore, lo domina e talora reagisce mettendolo in scena come nel quadro del 1944, “La colonna spezzata” nel quale si ritrae mettendo una colonna di marmo rotta in più punti al posto della spina dorsale e rendendola visibile come una radiografia. Il suo corpo è puntellato e pieno di chiodi come una San Sebastiano moderno; gli occhi versano lacrime di latte ma le sue pupille sono sostituite da colombe bianche di pace. Un messaggio grandioso.”
Attraverso le opere e i documenti seguiamo Frida che scrive di sé dichiarando di avere avuto due incidenti, uno legato al tram che l’ha travolta costringendola a letto, a innumerevoli operazioni e l’altro, all’incontro con Diego Ribera. Da quest’ultimo si separa più volte, in particolare nel 1939 quando divorzia per risposarsi l’anno successivo e in un autoristratto i suoi capelli si riannodano sulla testa in forma di decoro e si colorano come a simboleggiare la riconciliazione coniugale. Racconterà che ad un certo punto l’ennesima operazione fallisce e lei è stremata, sofferenza, piena di antidolorifici e capisce che Diego è tutto per lei. Lui soffre con Frida, le sta accanto e continua a tradirla e lei si raffigura con un bambino gigante in braccio che è il ritratto del marito. Di bambini non è riuscita ad averne e il dolore per i tre aborti è stata un’ulteriore sofferenza che però non affievolisce la sua spinta vitale. Nei suoi quadri i figli mancati sono sostituiti da bambole. L’idea del regno dei vivi e dei morti che si parlano e si intrecciano è molto presente nelle sue opere così come tra natura umana e animale e vegetale, tanto che lei si identifica con la terra. In un autoritratto la si vede con una scimmia, simbolo di lussuria e dell’affetto soffocante che però nel quadro appare piuttosto premurosa, cingendole il collo in un abbraccio.
Tra i tanti soggetti che ritraggono anche la sofferenza altrui domina sempre un’estrema vitalità, mentre la mostra lascia in secondo piano la vita politica che fu per altro molto attiva dei due coniugi, legati al partito comunista e alle vicende dell’attualità messicana, nondimeno senza trascurarla. Morirà a soli 47 anni di polmonite e scrive “spero che l’uscità sarà allegra e di non tornare mai più”. Qualcuno non ha escluso il suicidio.
Due parole sull’allestimento, sempre molto pulito e accogliente, nello stile del Mudec, con sezione ben divese e organizzate in modo chiaro, delimitate da colori effetto pongo, dal blu pervinca, al verde erba, all’arancio, rosso, turchese, con le pareti lasciate bianche nelle zone dedicate alla fotografia. Lo spazio ampio consente al pubblico di muoversi agevolemente tra didascalie puntuali e ampie. Il video nella prima sala è gustoso realizzato in stile giocoso in linea con la personalità della pittrice, in versione cartone animato: un’intervista immaginaria.
Il Messico di Frida raccontato con la “voce” del MUDEC continua nelle conferenze e nei numerosi eventi che accompagneranno la mostra lungo tutto il periodo dell’esposizione. Tanti i temi affrontati con giornalisti ed esperti: dalla figura dell’artista messicana, alle letture dei diari e delle lettere scritte in prima persona da Frida e dal marito Diego Rivera, dal contesto socioculturale in cui vivevano agli incontri dedicati alla scoperta dell’Archivio Segreto, dal Messico di Frida alle tradizioni precolombiane che le hanno fatto da substrato artistico. E ancora la moda, il territorio, il cibo. Appuntamento poi con il Festival della cultura messicana, che accompagnerà la mostra coinvolgendo i visitatori del MUDEC in tante attività e laboratori per bambini e adulti, atelier di pittura e tessitura con artisti messicani alla scoperta del colore e della bellezza della natura, rappresentata nelle opere di Frida Kahlo.

Mudec
Museo delle Culture
via Tortona 56, CAP 20144 Milano
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Articolo scritto da Ilaria Guidantoni

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