Elio Ferraro, “nonsolomoda”

Scritto da  Domenica, 04 Settembre 2016 

La ricerca dell’armonia e della bellezza per questo siciliano cittadino del mondo e figlio del Mediterraneo che ha però oltrepassato le Colonne d’Ercole, si disegna attraverso il fashion ma non si ferma alla moda. Iniziatore del vintage d’autore in Italia, traduce nelle sue creazioni la curiosità che lo porta a viaggiare come un modo di vivere. Attraverso gli incontri con i luoghi e le persone nascono le sue collezioni in una ricerca che metta insieme la tradizione con l’innovazione, l’arte con il mercato che nel mondo dell’abito si traduce in portabilità.

Ho incontrato Elio Ferraro a Tunisi in serata estiva insolitamente temperata per quelle latitudini, nel quartiere residenziale della banlieue nord, La Marsa, e abbiamo scoperto di essere vicini di casa a Firenze, città alla quale per ragioni diverse siamo entrambi legati: le mie origini e il mio viaggio di ritorno; il suo punto di approdo ma, soprattutto per noi un luogo dove non fermarsi ma un porto stimolante. Ci unisce anche l’amore per la Tunisia paese dove va spesso, dalla vicina Sicilia, sua terra di origine.

Vorrei ricostruire la tua biografia, partendo dalle tue origini che disegnano, mi pare, una mappatura mediterranea, per capire le tue scelte successive. Da dove vieni?
«Nasco a Trapani, la città più araba d’Italia, da un padre napoletano che per lavoro si era trasferito in Sicilia dove ha incontrato l’amore e lì si fermato innamorandosi anche del luogo. Da ragazzo quella città di provincia mi stava molto stretta ma poi quel luogo dove finisce il Belpaese e, a seconda dello sguardo, può anche iniziare mi ha regalato un’altra prospettiva. Ma mi sono dovuto allontanare per ritrovarla.»

Oggi ti senti siciliano?
«Certamente. Più che fiorentino anche se vivo a Firenze da quando sono diciottenne e ormai ne ho cinquanta.»

Com’è nata l’avventura fiorentina?
«Il mio trasferimento nella città dei Medici è stato occasionale motivato dagli studi di architettura che almeno allora nel capoluogo toscano era eccellente. Che diventassi architetto era l’ambizione di mio padre, costruttore edile. Capii presto che quella non era la mia strada e accettai un’audizione da Ferragamo. Fu l’inizio della mia avventura nella moda, che d’altronde aveva suscitato un’attrazione su di me fin da ragazzo.»

Ferragamo è una storia finita da molto tempo anche se Firenze resta oggi il tuo punto di riferimento?
«In Italia è sicuramente la mia base anche se ho coltivato in questi anni una spinta per la vitalità dell’Oriente passando quattro anni in Giappone dove ho assimilato nuove suggestioni. Lì ho fatto da converter nell’ambito dei tessuti con l’opportunità straordinaria di conoscere tutto il Paese. Io mi occupavo della creazione del tessuto e quindi non solo del disegno ma anche della tessitura apprendendo diverse tecniche e maturando sempre più la convinzione che la moda sia arte e artigianato insieme prima che prodotto commerciale.»

Cosa ti resta della suggestione dell’Oriente?
«Ho creato e deviato più volte il mio destino per la fame di conoscenza e di incontro con la diversità che ad est ho attinto a piene mani. Poi sono tornato ma ho resistito poco e allora sono andato a occidente, a New York per due anni, continuando a lavorare nel tessile fino al Duemila.»

La casa resta come una stazione di cambio?
«E’ il posto sicuro da dove partire e dove tornare che testimonia con oggetti e giocattoli i miei viaggi e in fondo le tappe della mia vita.»

Quali sono in questo momento i tuoi orizzonti?
«Ho viaggiato molto nel Medioriente e nel Maghreb, che resta un luogo che amo frequentare. Nel presente c’è Dubai, una base di lavoro che vedo come una città del futuro, in qualche modo chiasmo tra Oriente e Occidente, tra la cultura della tradizione lontana e il grande slancio verso il domani. E’ questo l’ossigeno che mi manca in Europa, ripiegata sul proprio passato anche se glorioso.»

Adesso dove sei?
«Non lo so. Mi divido tra la Sicilia – Trapani e Palermo – dove ho stabilito l’head quarter del mio progetto e la Toscana.»

Dove senti le tue radici, quelle che alimentano le tue collezioni?
«Vengo dal mondo anche se sono italiano, solo che ritengo le distinzioni geografiche un optional. Mi sento un mediterraneo che ha passato le Colonne d’Ercole.»

Quando nasce il tuo interesse per la moda?
«Da adolescente ma a Trapani non esisteva e per me era diventato un miraggio. Quello che mi ha affascinato è stato il lato della bellezza e della creatività.»

E’ nato prima lo stilista o il collezionista di vintage?
«Le due attività sono idealmente legate per la mia concezione della moda che è recuperare il passato per trarne ispirazione e guardare lontano con una base solida. Il concetto di vintage, ormai abusato e maltrattato, assimilato soprattutto all’usato di qualità, per me è invece un vino d’annata che migliora nel tempo perché esprime gradualmente tutte le sue qualità affinandole, senza invecchiare o prima dell’invecchiamento. Il mio lavoro creativo è in certo modo un grande archivio che ripropongo traendo spunto da quello che ho raccolto.»
Nell’estate del 2009 a Milano apre uno spazio che è una boutique ma anche una galleria, dove rivivono i più importanti marchi italiani ed internazionali, che rappresentano la storia del costume, della moda e del design del secolo appena trascorso; dopo l’esperienza di Firenze e Londra, con un corner all'interno di Selfridges.

Cosa hai raccolto?
«La mia collezione parte dagli anni Trenta del Novecento per arrivare agli anni Ottanta anche con articoli di arredamento, oltre che di abiti ed accessori, convinto che tutti i brand italiani e non solo oggi si ispirino al vintage. Ho avuto tra l’altro la soddisfazione di vendere oltre 100 pezzi di Gucci a Gucci quando Tom Ford ha deciso di costituire un museo della maison nata nel 1929.»

Cosa ti affascina del mondo del vintage?
«La manifattura di ieri nella sua qualità mentre oggi il lusso è seriale e non c’è raffinatezza che per me risiede nell’unicità. La moda è una “visione” che si modella per la persona e sulla persona nella sua individualità. Non può per assurdo esistere un’alta moda che va di moda.»

Hai dei maestri?
«Sicuramente, come ad esempio Thierry Mugler che all’apice della carriera ha avuto il coraggio di abbandonare anche se poi si è connotato con un prodotto ammiccante in termini di profumo o Balanciaga; ma anche i giapponesi, in particolare la stilista Rei Kawakubo, fondatrice del marchio Comme des garçon che è un vera visionaria.»

Quali sono gli elementi che caratterizzando stilisticamente le tue creazioni?
«L’ispirazione è quella della visione e dell’atmosfera che respiro nei viaggi, reinterpretando il costume tradizionale locale in chiave moderna e di fashion, mantenendo, per quanto possibile, la tecnica tradizionale della confezione che va sparendo.»

Qual è la cifra della contemporaneità secondo te?
«La praticità e la vestibilità: modifico la foggia e la silhouette, enfatizzando il lavoro tradizionale da salvaguardare.»

Lo stilista ha in certo modo un committente che nel tuo caso è la donna di oggi. Chi è per te la tua indossatrice?
«Vesto la donna perché rispetto all’uomo permette un’espressione infinitamente più ampia della creatività e cerco quello che la persona è, che esprime per poterla vestire. Non ho un prototipo perché ognuno deve valorizzare attraverso l’abito la propria identità, non confondersi con altri sotto il marchio o nascondersi in un abito.»

Nella tua nuova stagione di creazione di moda c’è un’ispirazione tunisina che rappresenta il tuo orizzonte attuale?
«E’ un punto di partenza ed un tributo a chi ha voluto questo progetto, il mio partner professionale – Chekib Nouira, Presidente dello IACE l’Istituto degli Imprenditori Arabi – che spero si evolverà con una serie di collezioni ispirate ai diversi paesi. La cifra della collezione resta il viaggio nel costume tradizionale locale che è quello che voglio e so esprimere meglio.»

Quali sono gli orizzonti che vorresti avvicinare prossimamente?
«L’America Latina e l’Africa nera perché mi sento un esploratore della visione che è poi la traduzione estetica della cultura che si esprime nella moda e nel design

Altri progetti?
«Vorrei aprire nuovamente uno spazio di esposizione e vendita perché mi manca il contatto con il pubblico.»

Intervista di Ilari Guidantoni

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