Ali Hassoun, tra calligrafia e figurazione. Due mondi che si incontrano nella rivolta

Scritto da  Ilaria Guidantoni Giovedì, 28 Marzo 2013 

Quando l’arte mediorientale incontra la figurazione rinascimentale, così si scopre la vocazione di Ali Hassoun, libanese approdato in Italia a Siena e oggi cittadino italiano milanese di adozione. Una vita alla ricerca della sintesi, tra calligrafia della tradizione mediorientale e la centralità dei volti e del nudo dell’arte italiana, nata dalla visione della Cappella Sistina. Una vita spesa per la ricerca del sacro, oltre la confessionalità e oggi l’attenzione forte alle persone, della strada e della porta accanto, in rivolta, in movimento, nella scintilla del cambiamento, soprattutto sulla scorta di quanto sta avvenendo nel mondo arabo. “Perché i volti e i gesti non sono solo l’involucro esterno: raccontano l’anima della gente ed è questo che mi interessa”.

 

  

 

Ci siamo incontrati nel suo studio di Milano dove sta mettendo a punto gli ultimi dettagli per la mostra antologica di Pontedera che si terrà presso il museo Piaggio (ne abbiamo dato una breve anticipazione), “Il POPolo vuole…”, il cui titolo voluto dallo stesso artista è un manifesto che segna un nuovo periodo produttivo, rivolto all’attualità. L’esposizione, in programma dall’11 maggio al 22 giugno prossimi, sarà inaugurata per la stampa il giorno 10 maggio. La mostra è curata da Luca Beatrice che ha diretto la Biennale di Venezia nel 2009.
Ali Hassoun“Questo appuntamento – ci ha raccontato Ali Hassoun – rappresenta il parto di un lungo processo iniziato con il mio lavoro per il Palio di Siena del 2010, il ‘Drappellone’ per la celebrazione dei 750 anni dalla battaglia di Montaperti”.
La curiosità era evidente: com’è nata quest’opera? “E’ stata una committenza che a sua volta racconta una tappa del mio viaggio. Siena è la prima città dove sono arrivato in Italia, che mi ha accolto e ospitato a lungo quando studiavo tra la città delle contrade e Firenze. E’ lì che sono diventato cittadino italiano. Non tutto è filato liscio. Quindici giorni prima della manifestazione senese il quotidiano “La Padania” ha pubblicato un articolo dai toni accesi e dal titolo ‘Le mani musulmane sul Palio".
Poi cos’è successo? “Ne è nata una polemica seguita dalla benedizione del mio quadro in chiesa. Quell’episodio è stato l’inizio di un mio lavoro maggiormente pubblico e istituzionale, oltre quello legato alle gallerie d’arte”.
Come ha inciso questa vicenda nella tua arte? “Ha rafforzato il mio percorso che ha visto da sempre al centro il dialogo tra ‘oriente’ – medio oriente – e ‘occidente’ (Europa e Stati Uniti) con la mia partecipazione a diverse mostre collettive dove il dialogo nel Mediterraneo era spesso al centro dell’iniziativa. Attraverso la pittura cerco una sintesi armonica tra le diverse spiritualità che mi porto dentro. Quell’opera e quella disavventura che poi è diventata un successo è stato un punto di svolta che ha esternato maggiormente questa mia ricerca facendone un tema”.
Quali gli aspetti che ritieni più interessanti in tal senso?
“Essenzialmente la calligrafia e la miniatura sufi nella tradizione araba. Il mondo del sufismo è particolarmente interessante per la ricchezza culturale e perché, unici nel mondo musulmano, sono riusciti a rappresentare il volto umano – senza inserirlo nei luoghi sacri – in modo ‘legale’, halal, utilizzando i motivi di decorazione geometrica, per nascondere e giocare con le figure. L’idea è poi stata ripresa dal disegnatore Escher. Per quanto concerne la pittura europea e ancor più nello specifico italiana, sono stato affascinato dalla centralità del volto umano e del nudo inserito in ambienti sacri. In particolare, ancora ai tempi della scuola, sono entrato in contatto per caso con un libro dov’era riprodotta la Cappella Sistina di Michelangelo. Ho cercato una sintesi nelle mie opere, attingendo da entrambe le tradizioni e contaminandomi”.
Ali HassounNel frattempo la storia è andata avanti e le rivolte del mondo arabo hanno messo in contatto, anche violentemente per certi aspetti, le due sponde del Mediterraneo. Come si riflette questo turbamento nelle tue immagini?
“Nel mio paese dal 2006 qualcosa è cambiato: il mondo sciita dal quale io provengo per famiglia, prima minoranza, relegato nel sud agricolo e nella zona al confine con la Siria, ha preso campo e ora sta promuovendo una sua cultura. Questo movimento mi ha spinto a mettere in contatto e a confronto due tendenze presenti all’interno del mondo arabo islamico. Nel 2011 ho partecipato alla Biennale di Venezia all’interno del Padiglione Lombardia con un omaggio ad Alighiero Boetti e alle sue carte geografiche: le sue opere sono state profetiche sul tema della globalizzazione e delle migrazione. Ha studiato molto la cultura sufi, apponendo infatti delle scritte in afgano. La parte interessante del suo lavoro è che non è stato semplicemente un orientalista ma un uomo che si è calato nel mondo che ha visitato. Ha fatto ricerca e si è lasciato conquistare dall’arte del tappeto e della calligrafia tipiche delle regioni che ha attraversato. Questo è il senso del mio omaggio. Io che potrei definirmi un ‘occidentalista’ – anche se i miei protagonisti sono soprattutto volti mediorientali e africani, la gente dei miei viaggi – metto al centro della mia arte la figurazione e la narrazione che ho attinto dalla tradizione rinascimentale”.
Mi pare che il tema della contaminazione sia vissuto come un arricchimento là dove spesso molti artisti sono gelosi della propria originalità.
“Credo che soprattutto in una società globalizzata e in una civiltà giustamente aperta la contaminazione sia una condizione di dialogo e il rendere omaggio e prendere spunto da altri artisti un modo per fecondare il terreno dell’arte. L’unicità non è messa in discussione: ognuno è interprete unico”, come il cembalo descritto da Denis Diderot ne’ “Le neveu de Rameau”.
Cosa vedremo in mostra? “Immagini in movimento, persone giovani in cammino, in transizione: i tratti a livello pittorico sono più leggeri, dinamici e si avvicinano alla tecnica del non finito anche per sposare il clima di maggior attenzione all’attualità alla quale mi hanno spinto le rivolte. In particolare mi sono ispirato al libro “Urban Cairo” di Elisa Pierandrei sul tema dei graffiti: quello che mi piace è utilizzare l’arte che è poesia e ironia come arma contro la violenza. Nella street art egiziana c’è molta ironia ed è un tassello che mi piace mettere nel mio mosaico”.
La tua arte sta diventando più impegnata programmaticamente dunque?
“Il tema sociale è sempre stato il sottofondo della mia pittura ma oggi esce alla ribalta e cerco di portare avanti l’idea che la lotta per i diritti civili non sia antitetica alla religione e alla tradizione. In queste contraddizioni c’è tutto il fermento della creatività”.

 

 

Intervista di Ilaria Guidantoni
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