Alessandra Celesia: a proposito di “Miracle a l’Italienne”

Scritto da  Caterina Paolinelli Giovedì, 19 Settembre 2013 

Intervista ad Alessandra Celesia, regista italiana da anni residente in Francia. Alessandra nasce come attrice e "Miracle a l'italienne" è il suo secondo lavoro dietro alla macchina da presa. Questo suo è un documentario di indagine sociale, quasi un esperimento umano, che ci mostra la vita di cinque persone rifiutate dalla società che tentano un viaggio di rinascita in Alaska.

Grazie infinite Alessandra per aver accettato di rilasciarmi questa intervista. So che attualmente vivi in Francia, come ti trovi lì dal punto di vista professionale?
In realtà vivo in Francia da molti anni, sono venuta a studiare qui dopo il liceo. Mi sono formata come attrice presso la scuola di Leqoc e poi sono rimasta. Ho iniziato a lavorare qui, prima come attrice e in seguito come regista video.


Come ti sei avvicinata al video?
E’ stato in un periodo di vuoto della mia vita. Non stavo lavorando come attrice da un po’ e così insieme ad un amico, abbiamo preso la telecamera e ci siamo messi a girare. E’ uscito fuori il mio primo lavoro che ha avuto molto successo e da lì poi sono partita.


Qual è la tua esperienza rispetto alle produzioni cinematografiche? Che differenza hai riscontrato tra quelle italiane e quelle francesi?
Quando ho iniziato a girare questo documentario (Miracle a l’italienne, nda) ho chiesto fondi sia in Francia e che in Italia. Essendo io originaria della Valle D’Aosta e scegliendo di ambientare la mia storia a Torino, non ho fatto fatica ad ottenere un sostegno dalla Film Commission della mia regione e ho avuto sostegno anche in Francia. Quando ho deciso di fare il film ho avuto un grande colpo di fortuna perché, parlando del mio progetto, ho scoperto che il mio vicino di casa era un produttore cinematografico importante e così sono riuscita ad avere il suo aiuto. Poi quello che so delle produzioni italiane è lo stesso che saprai anche tu: non è facile farsi ascoltare e probabilmente un prodotto come il mio non interessa alle televisioni italiane in questo momento.


Perché hai deciso di ambientare il tuo film in Italia? A Torino?
Io sono nata e cresciuta in Valle D’Aosta, regione bellissima, ma che offre pochissimo ai giovani. Torino era un po’ il mio punto di riferimento da ragazza, mio e dei miei amici. Mi ricordo che nel 1996 uscirono questi manifesti che promuovevano un viaggio-lavoro in Alaska e ricordo che restai colpitissima dal fatto che molti miei amici fecero domanda. La maggior parte di loro non per necessità reale di lavorare, piuttosto per fare questa esperienza. Ecco, quello che mi colpì davvero: l’urgenza di evadere, quasi un’illusione che andando da un’altra parte potessero cambiare le cose che qui non gli piacevano.


Parliamo adesso più specificatamente del documentario che hai presentato qui alla XVIII edizione del Milano Film Fest. Si intitola “Miracle à l’italienne” ed è la storia di cinque persone dalle vite disastrate che fanno domanda per questo viaggio-lavoro in Alaska. Direi che più che un film, è una sorta di reality. Come saprai qui in Italia, dopo il Grande Fratello, siamo stati travolti da un’ondata di reality show. Non hai paura che questo tuo lavoro, che in realtà può andare veramente da un’altra parte, venga confuso con tutta ques’altra marea di cose che ci inquinano?
A me in generale non dispiacciono le forme ibride. Forse esiste questo leggero punto di contatto con il genere del reality nel senso che filmiamo delle persone che sono accomunate dalla stessa avventura. Una ragazza l’altro giorno aveva usato un altro termine per definire il mio lavoro, l’ha chiamato “esperimento sociale”. Seppur nella crudezza di questa espressione, la sua definizione non è così sbagliata nel senso che in qualche modo quello è l’elemento di scrittura del film: nel senso che l’elemento di scrittura, l’elemento proprio voluto dall’alto e dal di fuori, che può disturbare o meno, è stato proprio quello di buttare un “amo” mettendo questo annuncio nella speranza che abboccassero proprio certi tipi di persone. E’ abbastanza crudele il punto di partenza esattamente come in un reality.


Quindi tu speravi proprio che a rispondere fossero delle persone “particolari”, con delle storie comunque ai margini della società? E quindi hai trovato, scusa la durezza nella definizione, l’ex-tossica, il militare della Folgore con i tatuaggi del Duce, l’omosessuale… poi gli altri due sono più soft: l’uomo che ha perso il figlio e l’attrice fallita.
Sì ovviamente i personaggi sono dei personaggi limite, anche al di là delle mie aspettative. Per esempio Giovanna, l’ex-tossica, io sul momento l’ho scelta perché pensavo fosse una donna di cinquant’anni che non riusciva a ritrovare il lavoro e che aveva una faccia che assomigliava ad Anna Magnani. Ero rimasta molto colpita e molto toccata dal dolore che portava sul suo volto, ma non sapevo fosse tossica. Questa è una cosa che è venuta fuori dopo. Sicuramente in qualche modo chi si presenta per un lavoro del genere ha il desiderio di sfuggire a qualcosa, era quello che speravo. Abbiamo visto molte persone, sicuramente ho scelto dei personaggi che in qualche modo erano quasi degli stereotipi dell’Italia. Quello che interessa a me, ed era così anche nel mio film precedente, sono le persone con delle grosse ferite.


Perché questo?
Mi interessa la fragilità umana. Probabilmente non è un caso, anch’io sono una persona fragile e credo che spesso si raccontino le cose in cui ci si riconosce. In realtà questo film, che sembra un film sociale sul problema del lavoro ecc, è forse la cosa più autobiografica che io abbia mai fatto nell’arte. Nel senso che, come ti dicevo, c’è questo desiderio, necessità e dolore di andare lontano che è una cosa che conosco bene e poi, quello che mi interessa è proprio capire come si sta in piedi nonostante tutto perché è un’esperienza che mi è vicina. Ogni personaggio, ognuno a suo modo, racconta questo. E’ stata una fortuna averli incontrati perché avrei potuto incontrare anche dei soggetti molto diversi. Di sicuro mentre sceglievo un padre a cui è morto il figlio e un ragazzo che non vede mai suo padre, speravo che potesse nascere qualcosa mettendoli vicini. Poi i fili si sono costruiti fra di loro ed io ho avuto la fortuna e la possibilità di filmarli. Ho lanciato i semi sperando che crescesse qualcosa.


E in che modo pensi che il tuo lavoro possa stimolare lo spettatore ad una riflessione e che tipo di riflessione si può ancora fare su questo una volta fuori dal cinema? Cosa si portano a casa le persone?
Questo non lo so. E’ molto difficile sapere cosa si è prodotto. Il film è molto nuovo, io lo scopro in sala e in particolare con gli italiani l’ho scoperto proprio l’altra sera. Comincio solo adesso a vedere le reazioni. Credo poi che ogni spettatore abbia la propria esperienza, quindi ognuno vede cose diverse. Non credo che sia un documentario che solleva grandi questioni e tutto sommato non credo sollevi neppure poi tanto quella della crisi economica italiana. Forse un po’ più la crisi di identità. Credo possa essere piuttosto un film che ti tocca per la parte umana, magari ci si può più o meno riconoscere in qualcosa, in certi sentimenti. Non credo che abbia una tematica specifica.


Quello che principalmente è arrivato a me è il fallimento delle relazioni umane e l’apoteosi dei sogni infranti e ancora un senso di morte molto forte.
Il fatto di aver lanciato questo “amo” di cui parlavamo prima è stato per provocare un incontro fra persone che comunque la vita ha un po’ bastonato. Dargli la possibilità in qualche modo di realizzare un piccolo o un grande sogno. Per esempio per Giovanna andare in Alaska è stata una cosa abbastanza impensabile. Quando l’abbiamo conosciuta ci aveva detto che non poteva andare nemmeno a Roma perché non aveva i soldi del biglietto. Penso che sia un film duro, almeno dal mio punto di vista, io ci vedo cose molto dure e tristi. E tuttavia mi sembra che in ognuno di loro ci sia un minimo di luce alla fine del tunnel. Un minimo perché poi ho l’impressione che c’è anche un’immutabilità delle nostre situazioni, cioè per quanto tu possa cercare di cambiare le cose andando anche a migliaia di chilometri di distanza alla fine il figlio di Riccardo sarà sempre morto e Giovanna farà sempre comunque fatica ad uscire dalla sua situazione. E’ un po’ una mia visione della vita: per quanto ti dibatti, resti sempre lì.


Certo, è chiaro. Il cambiamento può partire solo da dentro per come la vedo io. Puoi andare anche a migliaia di chilometri appunto, ma se non cambi tu il tuo atteggiamento verso la vita non è che puoi sperare un granché.
Sì esatto. Penso anche che alcuni dialoghi tipo quello fra Dario (ragazzo omosessuale, ndA) e Ivan (ex-militare), in cui si raccontano cose molto private, probabilmente non sarebbero mai avvenuti. Speravo che questo viaggio avesse un’azione catartica: che potesse permettere ai personaggi di alleggerirsi per un attimo dal peso del loro fardello e reinventarsi. Per certe cose questo è avvenuto.


Sì, il dialogo tra Ivan e Dario è stato molto bello, solare direi. Poi tutti e cinque i protagonisti sono anche dotati di un’autoironia molto interessante. Non è semplice nei loro panni e invece ce l’hanno.
Sì questo mi ha colpito fin da subito. Ognuno di loro aveva quel livello necessario di ironia e anche di poesia nel guardare le cose, per cui era possibile fare un certo tipo di lavoro, di film. Probabilmente con un altro tipo di persone, più semplici diciamo, non ci sarebbe stata la stessa alchimia.


Durante la presentazione del film hai detto che la tua scena preferita è quella in cui, una volta arrivati in Alaska, scoprite che i vostri referenti del progetto non vogliono più partecipare al film perché è morto un pescatore del loro equipaggio. Però nel film c’è solo un breve accenno a questo, perché hai deciso di non mettere quella scena? Non pensi che potesse essere un’occasione per approfondire la realtà e per far vedere quanto sia più forte di ogni nostra previsione?
Diciamo che questa cosa era tra le cose plausibili in realtà, la prospettiva del lavoro in Alaska poteva essere tranquillamente una truffa tipica italiana. I personaggi invece hanno inscenato per me un dibattito per decidere se restare o no. In questo senso questa è la mia scena preferita: non mi era mai successo che i miei personaggi decidessero di salvare il mio film, è una cosa di cui sono molto grata. Questa scena l’ho montata e rimontata tantissime volte prima di decidere di non metterla e in realtà alla fine non l’ho messa perché tutto sommato è la scena più finta nel senso che loro l’hanno veramente recitata. E’ stata una scelta faticosa perché mi sarebbe molto servito inserirla per risolvere il film che invece ha una conclusione abbastanza secca dopo quel momento, dovuta proprio al fatto che la realtà ha sorpassato me e la produzione. Resta nel mio cuore come un’esperienza umana incredibile: ripeto per un regista che i tuoi personaggi vogliano salvare il film è una cosa davvero unica. Credo anche che, tutto sommato, la delusione del lavoro non fosse stata così grande. Dal momento in cui abbiamo messo piede in Alaska era talmente allucinante quello che stava succedendo, talmente bello, talmente incredibile e sapevamo che non saremmo morti di fame, dal momento che c’è la telecamera c’è anche la possibilità di dormire e mangiare. Credo che l’avventura, quello che io avevo promesso non sia venuto meno. Quindi sì, c’è stato un attimo di delusione, ma non è durato più di tanto. Abbiamo anche mantenuto le promesse fino in fondo: la produzione ha pagato comunque i salari che erano stati promessi, quindi anche chi era partito principalmente per problemi di soldi, non è rimasto fregato. Tutto si è risolto per il meglio.


Senti la prossima volta vengo anch’io (risate), visto che sono una povera attrice italiana senza l’intermittenza.
Ti capisco! Il personaggio di Camilla (l’attrice fallita, ndA) in questo senso è molto autobiografico: anch’io ho fatto a lungo l’attrice facendo molti molti sforzi. Camilla per me era essenziale per raccontare lo stato dell’arte, la condizione degli artisti italiani.


E adesso che succede a questo film? Quale futuro vedi per lui?
E’ un po’ presto per dirlo. Adesso è stato acquistato da Art’e che è un canale Franco-tedesco e dalla televisione Svizzera italiana. Per il momento le televisioni italiane non sembrano interessate (risate) e poi speriamo che continui ad avere una vita nei festival. A novembre andrà al Festival di Montreal. Nelle nostre speranze ci sarebbe anche di farlo uscire nelle sale ufficiali, ma un film così non trova spazio. Però puntiamo a farlo vivere in circuiti di sale alternative, d’essai, perché per me questo lavoro è da vedere in sala sul grande schermo. Per questo stiamo cercando di mettere in piedi un circuito alternativo, per dare la possibilità di vedere i film in sala.


Assolutamente, è nettamente diverso. Direi che ci siamo dette davvero molto cose importanti. Ti ringrazio Alessandra.
Grazie a te Caterina, e buona fortuna per la tua carriera.

 

 

Articolo di: Caterina Paolinelli
Grazie a: Valentina Calabrese, Ufficio stampa Milano Film Festival
Sul web: www.milanofilmfestival.it

 

 

 

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