Ilaria Guidantoni

Articoli di Ilaria Guidantoni

Lunedì, 16 Febbraio 2015 22:03

"Timbuktù", di Abderrahmane Sissako (2014)

“Timbuktu” è un film del 2014 diretto dal regista mauritano Abderrahmane Sissako che ha concorso per la Palma d'oro al Festival di Cannes 2014, dove ha vinto il Premio della Giuria Ecumenica e il François Chalais Prize. Fuori dal tempo, quasi medievale, di struggente incanto, con elementi contradditori che hanno dell’incredibile - come il telefonino che non scalfisce una cultura millenaria cristallizzata - così è la Timbuktu, la regina del deserto, raccontata da Abderrahmane Sissako.

Domenica, 15 Febbraio 2015 16:48

Giovani virtuosi in musica a Tunisi

La serata del 14 febbraio, organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura di Tunisi, porta il dialogo tra i due paesi con un risultato al di sopra delle aspettative.

Una piccola mostra tra foto, acquarelli, disegni, appunti di viaggio e qualche olio – raccolta tra le antichità romane del Museo del Bardo a Tunisi – racconta un capitolo importante dell’arte del Novecento. E’ la storia di un viaggio di tre “colleghi” che ha cambiato la storia della pittura e del quale si sa molto poco.

Un testo struggente, cucito addosso al personaggio protagonista, nonché autore, di alta commozione; regia pulita, asciutta, intensa e incisiva; attori ben calati nelle parti, masticano il testo che sembrano vivere in diretta, un corpo unico con il pubblico, sussurrato, raccolto in alcuni momenti, rabbioso in altri, dove i corpi nel loro intreccio, mutismo, dolore diventano maschere che sostituiscono la voce. Un lavoro di peso, coraggioso, con il pregio dell’umiltà.

Dal 29 gennaio al 15 marzo. C’è un teatro che non ha bisogno di stupire per incantare, che riesce a trasferire il respiro di un sogno ad un fatto di cronaca, offerto come una ballata allo spettatore per indurlo ad una riflessione ad ampio spettro su un secolo di storia americana globalizzata. Al centro la dialettica del denaro che da strumento e benedizione diventa ossessione e avidità. Quando il mondo ridotto a mercato, a valore dove tutto ha un’etichetta, soffoca l’identità religiosa e la memoria dei padri a favore della nazionalità che è, ancora una volta, un modo di nominare il mercato. Un lavoro di grande raffinatezza, elegante, dove il togliere arricchisce, dove la cura meticolosa del particolare non è un dettaglio decorativo ma una sottrazione, nella scenografia come nei costumi e perfino nei gesti, nella parola. Tutto diventa stilizzato, eppure caricaturale. Un lavoro orchestrale senza picchi, dove il primo violino si nutre dell’accompagnamento. Magistrale. Compiuto.

Il buon teatro di una volta, curato nelle scene e specialmente nella colonna sonora; costumi che non lesinano l’attenzione al particolare; valida interpretazione corale degli attori. Giuliana Lojodice si conferma una vera signora del teatro. E’ la recitazione dove protagonisti indiscussi sono la voce e la mimica più che gesti, grida e grandi prestazioni fisiche. Il testo, pur in alcuni aspetti datato, si gusta ampiamente, “ruminato” dagli attori: dialoghi ben scritti, temi attuali del rapporto complesso madri-figlie e del denaro come grande regolatore delle relazioni umane.

Romanzo con uno sfondo forse autobiografico, in parte, e comunque molto vicino alla novella, alla tradizione del raccontare dove il confine tra la realtà e la fantasia è sfumato dal ricordo e dalle emozioni, Il fossato ci regala la vita intrecciata - e per certi aspetti forzatamente unita - di due famiglie nella campagna toscana degli anni Cinquanta del Novecento. Non ci sono descrizioni paesaggistiche precise, né riferimenti di una geografia antropizzata se non per la citazione, mi pare una sola volta, delle montagne Apuane, che fanno pensare ai paesaggi versiliesi, a quella campagna che degrada sul mare delle colline pisane e livornesi, lontana dalla campagna toscana del Chianti o della Maremma che è forse l’immaginario più tipico che si ha della regione. D’altronde Marisa Cecchetti è nata in provincia di Pisa, romanziere, scrittore di racconti e poeta, insegna Lettere e ha collaborato con varie riviste.

Semplicemente la storia di una donna tra l’austerità piemontese e la goliardia napoletana sullo sfondo di un mondo che cambia.

Storia per l’infanzia con i classici elementi fantastici, gli elementi di quotidianità che sembra piacciano sempre di più ai bambini di oggi e una morale che non è proprio un messaggio a lieto fine tipico. E’ un insegnamento della vita che sembra suggerirci che comunque vale la pena spendersi al meglio per quello che se ne ricava interiormente, per il sorriso che riusciamo a dare agli altri, soprattutto se sono dei bambini, anche se la realtà non è pronta a premiarci per il merito.

Un premio per ricordare, non solo per attingere alla memoria, quanto per incentivare e promuovere nuovi testi. Sul testo e sul valore della parola ha puntato la prima edizione. Vincitore tra l’altro un allievo di Riccardo Cavallo, Roberto Attias, con un testo di grande impatto e impegno civile. Gli stralci letti dei tre testi finalisti commuovono, intrigano, appaiono ben costruiti. Interessante e decisamente originale, con un’ironia sottile, quello firmato da Tiziano Rovai.

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