Ilaria Guidantoni

Articoli di Ilaria Guidantoni

Dal 6 maggio all'1 giugno. Una scelta singolare, provocatoria, che arriva addosso e scuote: un musical per raccontare l’orrore, non solo tratto da una storia vera, cronaca dei nostri giorni, ma che la ricalca, come se…ed è ancora peggio perché i nuovi protagonisti, Jessica e Christian, sono tra i tanti possibili imitatori del male che fa più proseliti, si sa, del bene. Potente gioco di luci, in un ambiente singolare, un palcoscenico sdoppiato, una regia strutturata, belle le voci soprattutto dei giovani protagonisti e valida decisamente l’interpretazione. Il musical ha pretese e lo spettacolo convince appieno, nel ritmo incalzante e originale: due tempi, per due storie, non solo il seguito; la cronaca fino al processo e alla condanna, la vita in carcere fino alla libertà e il nuovo incontro tra i protagonisti, ma soprattutto il vissuto mediatico. “E’ tutto uno show” è lo slogan di un programma televisivo che diventa metafora assurda della nostra società che è incollata alla tv e conquistata dal sangue che batte perfino lo sport. Impegnativo, malgrado la forte ironia e la capacità di giocare; non è un amusement, è un testo che fa riflettere e decisamente originale, che dimostra che il musical a volte può essere solo italiano.

Domenica, 11 Maggio 2014 19:26

L'arte del comando. L'eredità di Augusto

Museo dell’Ara Pacis
25 aprile – 7 settembre 2014

 

La storia narrata è protagonista di questa esposizione insieme al suo contenitore, l’Ara Pacis, splendido perché consente di viverci dentro. L’altare celebrativo espone se stesso e racconta il mito di Roma allusione al potere politico e religioso come categoria universale, e il culto della personalità fino al delirio, da Augusto a Hitler. Un po’ faticosa la lettura, lunga, e il procedere simultaneo dei pannelli secondo la storia degli uomini guida da una parte, le opere dall’altra che non seguono la temporalità, ma la tematica.

Sabato, 03 Maggio 2014 14:47

La Caccia - Teatro dell’Orologio (Roma)

Dal 2 all' 11 maggio. Testo interessante, con grande ritmo che mantiene per tutta la sua durata fino all’epilogo paradossale e aperto. Ironico, graffiante, crudele, racconta una storia di ordinaria follia, oggi di attualità più che mai: un colloquio può diventare spietato, una questione di vita e di morte in tutti i sensi. Pur di ottenere un lavoro cosa si è disposti a fare? Una vera caccia all’uomo nella quale tutti sono prede e cacciatori ad un tempo, certamente e comunque vittime di un gioco assurdo e violento, occasione per disvelare i buchi neri che sono nel fondo dell’umanità. Autore e regista si identificano come la messa in scena dove la regia è tutta nel testo e anche la scenografia è quasi superflua. Un testo che per dare il meglio di sé ha bisogno di grandi interpreti.

Una mise en espace delle nuove leve della Scuola Silvio D’Amico che promettono bene, dosata con accuratezza tra lettura e interpretazione in una successione di quadri espositivi legati da un filo conduttore come gli stralci di racconti che rimettono insieme. Il testo è scabro, con alcuni accenni poetici ed una grande ironia: il racconto amaro con la delicatezza, il disincanto, una punta di rabbia di una giovinezza mancata, quella di una generazione vissuta nel socialismo. Originale il punto di vista: dalla parte delle ragazze e soprattutto delle ‘cattive ragazze’.

Un progetto di teatro interculturale nel cuore della Sicilia per unire il bianco al nero. “I meneni”, gli abitanti di Mineo, comune siciliano tra Caltagirone e Palagonia adagiato su due colli degli Iblei nord-occidentali, apre il progetto del Teatro Mediterraneo, un’iniziativa di intercultura tra il mosaico Mediterraneo e quello europeo ancora troppo granitico. L’idea - presentata alla Camera dei Deputati con il collega Stefano Folli, firma de “Il Sole 24 Ore” - racconta un’esperienza di nuova identità, fatta di inclusione e integrazione, di recupero delle radici e della memoria quale piattaforma di apertura all’altro. Lo spettacolo, scritto dal drammaturgo Massimiliano Perrotta - Direttore artistico del “Teatro Mediterraneo” - con la regia di Walter Manfrè, racconta l’esperienza di un comune che è doppio, uno bianco e uno nero, come ha raccontato il Sindaco di Mineo.

Dall’ 8 al 20 aprile. Il ritorno al teatro classico, nel senso più nobile del termine. La scelta di un autore impegnato, severo e complesso attualizzato con garbo: il regista valorizza il bel testo, articolato e ne sottolinea l’attualità, i temi della conflittualità della convivenza umana tra interessi personali e di potere, l’intreccio perverso tra potere politico, stampa, rapporti parentali e drenaggio del consenso. L’interpretazione è affidata al gioco di squadra nel rispetto del testo, reso incisivo dalla scelta di procedere per quadri espositivi con intermezzi musicali ironici. Il gioco della scenografia tra mobilità degli ambienti e fissità dell’impianto base aiuta a mantenere l’unità di azione. Grande cura negli attrezzi di scena e nei costumi. Il gusto del sottotono senza effetti speciali premia. Interessante la capacità di ammorbidire le asperità del testo ibseniano, lasciando solo a pochi lo scontro senza scivolare nella rissa scenica.

Tre racconti, tre storie di donne e di dolore, ma anche di grande dignità. Un viaggio nell’orrore delle migrazioni, fughe dal dramma attraverso l’inferno, nella speranza che non viene mai meno. Testimonianze giornalistiche in forma di novella, il linguaggio delle emozioni che non mitiga l’orrore, ma lo umanizza attraverso le emozioni. Un lavoro legato al giornalismo dell’autenticità, oltre dati e numeri, provando a immergersi nell’altro. Una scrittura piana, schietta, corretta, con una bella capacità iconopoietica in grado di farsi donna, gioire e soffrire con ognuna di loro e, oserei dire, noi.

Una piccola mostra quella di Palazzo Braschi a Roma, che si completa con quella di San Salvatore in Lauro, rende omaggio ai 100 anni dalla nascita ad un grande maestro del Novecento. E’ un’antologia del ventaglio delle possibilità esplorate da Emilio Greco, la scultura, in bronzo, terracotta e cemento e il disegno. Emerge la classicità di un maestro ricercato di armonia, simbolo di classicità, dove la semplicità è rigore. Un vero maestro di scuola, dove l’espressività non è mai gridata.

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