Non poteva che commuoversi, e quindi mettersi a piangere, anche il cielo, in onore di uno dei suoi più illustri abitanti, Fabrizio De Andrè. E non poteva che sfidare perfino la pioggia il folto pubblico, tanta era la sua visibile voglia di ascoltare, di emozionarsi, di partecipare, perfino di scatenarsi a ballare: perché così si fa nelle feste, dopotutto. Una delle tante magie che si sono avverate nella serata "Caro Faber. Roma canta De Andrè", la più bella delle quali forse è stata proprio la presenza di tanti giovani. La dimostrazione che il linguaggio universale di un grande poeta raggiunge e coinvolge perfino chi lo ha scoperto solo dopo la sua scomparsa. Che possono "nascere i fior" pure dai risvoltini e dalle facce pitturate. Che esiste vita oltre l'indie.

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