Sino al 1 maggio, al Teatro Leonardo di Milano, sono in scena gli Oblivion, un gruppo comico-musicale che fa teatro cabarettistico tra mimo e canzoni, con ironia, leggerezza e competenza. Stravolge ritmi, testi e contesti; ma travolge il pubblico proprio come il Supercalifragilistichespiralidoso di Mary Poppins. In scena Graziana Borciani, Davide Calabrese, Lorenzo Scuda, Fabio Vagnarelli e Clara Maselli. I testi sono di Davide Calabrese e Lorenzo Scuda, che firma anche le musiche; la regia è di Giorgio Gallione.

Domenica, 08 Febbraio 2015 15:21

Oblivion.Zip - Salone Margherita (Roma)

Oblivion.Zip, l’archivio portatile e compresso degli Oblivion ma con un nuovo “sesto incomodo”: il pubblico. Da fastidio tollerato a malapena (quando ride e applaude contaminando i mirabili sketch dei cinque artisti) a vera e propria risorsa dello show. Ogni spettatore a inizio spettacolo è invitato, infatti, a lasciare il nome del suo cantante preferito in mano al temibile quintetto. E l’imprevedibilità diventa spettacolo.

Dal 18 marzo al 6 aprile. Anni fa hanno caricato coraggiosamente dei loro video su Internet e hanno scoperto di essere diventati famosi per il loro “I Promessi Sposi in dieci minuti”, un gustosissimo modo di proporre spettacoli come tanti anni fa faceva il Quartetto Cetra e, dopo di loro, il celebre Trio composto da Marchesini, Solenghi e Lopez, usando cioè stravaganti costumi e canzoni dai temi musicali noti a tutti ma rivisitate con parole che raccontano le storie in essere, per giunta in modo squisitamente ironico. Mi riferisco agli Oblivion, i quali da anni si presentano a teatro con spettacoli sempre divertenti e colmi di citazioni varie. Questa volta direi che hanno voluto strafare, ma è da loro, con "Othello, la H è muta..." in scena al Teatro Manzoni, il cui pubblico alla prima è sembrato formato da fans sfegatati, visti gli applausi e le grida di giubilo ogni tre o quattro minuti circa.

Dal 3 al 15 dicembre. Uno spettacolo spassoso, un’ora e mezza senza sosta, ritmo con modulazione di frequenza vivace, mai sopra le righe e sempre al limite. La canzone reinventata, giocata, dribblata in una gag continua, ‘strattonata con cura’. L’ironia alterna la comicità, anche greve in certi momenti, ma sempre garbata, senza scivolate. Una parodia dell’Otello, tra Shakespeare e Verdi, con doppia celebrazione burlesca, che prende in giro canzoni e cantanti, dove l’imitazione è rivelatrice soprattutto della tv alla quale questi cabarettisti d’eccezione si ispirano in qualche modo. Artisti completi, attori, cantanti, mimi e saltimbanchi in una cornice che sembra usuale, come un pianista che fa il pianista e con costumi di scena impeccabili, pronta a trasformarsi e a rovesciarsi fino al nonsense. Fedeltà e infedeltà in un gioco intrecciato: così la Venezia dei mercanti, del Moro e dei traffici d’Oriente diventa con l’uso del dialetto un po’ gradasso, un terreno di gioco di razzismo e gelosie dei tempi nostri.

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