George Orwell in “1984” diede una sfolgorante idea futuristica della società di allora, o di oggi? Un occhio critico, che ci impone, forse, un modello di vita, incondizionatamente. Chi siamo realmente? Quante maschere contiamo nella nostra valigia, che ci accompagna nel corso della nostra vita? Riusciremo ad abbattere gli ostacoli che ci impediscono di riconoscerci?
Avremmo il coraggio di scendere le nostre Scale?
SINOSSI
IN FONDO ALLE SCALE
Antonio, novello Peer Gynt, ritorna da lontano alla ricerca delle sue radici e del suo amore perduto. Entra per caso in teatro per assistere ad una commedia e viene chiamato a raccontarsi, a svelare in pubblico i suoi segreti più intimi, in un “gioco crudele ed assurdo che non richiede permessi di sorta”. Il teatro gli presenta i personaggi da lui creati ad esclusivo uso e consumo altrui: si imbastisce un vero e proprio processo in cui Antonio è contemporaneamente imputato e avvocato difensore, mentre sua moglie diviene l’accusa.
Un gioco delle parti nel quale l’ironia, la capacità di sognare, di stupirsi, sono le sole armi per partecipare e vincere. Antonio vincerà se riuscirà a trovare se stesso nel suo mondo, quel mondo che lo attende in fondo alle scale. Forse il prezzo sarà alto, ma ne sarà valsa la pena.
Il gioco del Teatro, però, esiste da secoli... e ogni volta che qualcuno entrerà in un teatro il gioco si ripeterà... domani potrebbe essere uno di voi... siete pronti a giocare? Rien ne va plus.
NOTE DI REGIA
Le Scale vorrebbe dare seguito al dualismo pirandelliano tra il tema del doppio, dello specchio, dello svelamento dei meccanismi teatrali e il tema della storia che vuole narrare.
Chi di noi non ha mai provato, almeno una volta, il bisogno di rompere gli schemi entro cui la vita lo ha costretto, di liberarsi da vincoli e finzioni ipocrite per dare spazio alla propria vera identità, ai propri sentimenti? Di tornare insomma a vivere come un bambino spensierato e ignaro delle brutture del mondo?
Antonio, il nostro protagonista, come tanti personaggi pirandelliani, non ha cercato una soluzione al problema, ma ha deciso piuttosto di raddoppiarlo, di farne una copia attraverso personaggi creati da lui. Ma la creazione di un doppio non è mai nello spettacolo trovata originale fine a se stessa, sperimentalismo tout court, piuttosto estrema arma di difesa dell’uomo/personaggio da un mondo estraneo e altro da sé.
Il figlio, il marito, il padre... sono veri, vivi, giacché Antonio li ha creati. Dunque, il mondo questi conosce... Antonio com’è veramente non lo conosce nessuno.
Le sue “Persone” sono le “maschere” del teatro greco, i Romani avevano mutuato il termine persona dai Greci, (dal greco prósopon, che significa “viso”, “faccia” e, anche, “maschera”), impiegandolo nella stessa accezione, ma con l’evoluzione linguistica è giunto ai nostri giorni significando l’opposto della maschera, quindi l’individuo nelle sue reali caratteristiche.
Se nell’epoca digitale il Teatro sembra essere “definitivamente morto”, venendo a vedere Le Scale parteciperete a uno degli ultimi tentativi di tornare all’origine del Teatro, quando ancora era capace di coinvolgere un gran numero di persone, come la più appassionante serie tv di ultima generazione, perché Le Scale prova, come nel Teatro antico, ad estrarre qualcosa dal flusso del quotidiano. L’esigenza di rendere umano ciò che è estraneo a se stesso ha condotto l’uomo a creare, come Antonio, personaggi, rappresentazioni aventi lo scopo di “catturare” un momento del flusso della vita, che è invece qualcosa d’inafferrabile e per questo necessariamente altro da sé.
Spettacolo teatrale “In fondo alle scale” di Corrado Scalia
presso
UTS – Upter Teatro Studio
Via Portuense 102, Roma.
2 marzo 2012
Ore 21.00
3 marzo 2012
Ore 18.00
Ore 21.00
Fonte: Ufficio stampa Enrica Quaranta