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Il libro Cuore ed altre storie - Lucia Poli al Teatro della Cometa di Roma dal 10 gennaio Stampa E-mail
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Spettacoli
Sabato 07 Gennaio 2012 14:50

Lucia Poli

Teatro della Cometa

Roma • Via del Teatro di Marcello 4 Tel. 06 6784380

dal 10 al 29 gennaio

PUPI E FRESEDDE – TEATRO DI RIFREDI

Teatro Stabile di Innovazione

presenta

IL LIBRO CUORE  ed altre storie

uno spettacolo di Angelo Savelli e Lucia Poli

con il contributo di Edmondo De Amicis e Stefano Benni

regia di Angelo Savelli

con Lucia Poli

Massimo Grigò e Francesco Franzosi

scene di Gianni Calosi; costumi di Massimo Poli

luci di Alfredo Piras; musiche a cura di Marco Bucci

 

Lucia Poli, che per diversi anni è stata insegnante di lettere e che di insegnamento ha già  parlato in alcuni suoi spettacoli, torna ancora una volta, grazie alla complicità di Angelo Savelli, ad aggirarsi tra banchi e cattedre per proporci un’immagine divertente, disincantata ed amara della scuola italiana di ieri e di oggi. 

PRIMA PARTE. In una fredda giornata del 1923, a Torino, Enrico Bottini e Carlo Nobis, due ex alunni della scuola Baretti, resa celebre dal libro “Cuore” di Edmondo De Amicis, si incontrano ad un allenamento di scherma. I due si riconoscono e, anche se controvoglia, finiscono per abbandonarsi ad una colorita rimpatriata nella loro infanzia scolastica, fatta di genitori, professori ed alunni evocati come in una grottesca passerella felliniana, mentre in scena si materializzano i fantasmi dell'opprimente madre di Enrico e della patetica maestrina della penna rossa.

Ma la distanza da quei giorni permette ora ai due uomini di mescolare il naturale rimpianto per la gioventù passata con uno sguardo critico verso il buonismo ed il moralismo di quella scuola; sguardo che riprende le impertinenti critiche già mosse da Umberto Eco al libro di de Amicis e che ci mostra la trasformazione della retorica dei valori fondanti della neonata Italia Unita in retorica bellicista dell’Italia fascista.  

SECONDA PARTE. Dieci riforme più tardi, la scuola italiana dell’autonomia, del federalismo, della globalizzazione, ha rinunciato ad ogni immagine unificante e ad ogni missione formativa nazionale. Sulla scena assistiamo allora, grazie anche al contributo della pungente penna di Stefano Benni, alla comica esibizione, di una serie di buffi presidi, funzionari e professori di Letteratura, Scienze e Religione, impegnati in un disperato sperimentalismo permanente. E intanto gli alunni cercano rifugio a questo caos surreale chi nel cinismo giovanilistico e chi in uno strategico autismo. Dopo aver oscillato tra comicità, parodia e satira, lo spettacolo si conclude delicatamente con le note di Paisiello e le parole di Pasolini.

Sembra che all’indomani della riunificazione nazionale, il patriota Massimo D’Azeglio abbia esclamato: “Ora che abbiamo fatto l'Italia, bisogna fare gli italiani”. Fu forse per questo preordinato progetto didattico ed educativo, che la neonata Italia mostrò subito un acceso interesse per la letteratura infantile, infiammandosi per le mirabolanti fantasie esotiche del veronese Salgari o per le dolciastre moralità del torinese De Amicis, per lo scanzonato spiritaccio toscano del "Gian Burrasca" di Luigi Bertelli alias Vamba o per quel capolavoro assoluto che è il "Pinocchio" di Carlo Lorenzini alias Collodi.

Ogni vera grande nazione dovrebbe sapere che è nell’infanzia e nell’educazione che risiede la base e la forza della propria identità, dei propri valori, del proprio futuro. Eppure è amaro constatare come da alcuni decenni la scuola venga sottoposta alle più incredibili vessazioni e sperimentazioni, mentre, nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia, assistiamo impassibili (qualcuno basito, qualcun altro compiaciuto) alla demolizione di quello spirito nazionale a cui il patetico libro “Cuore” aveva cercato di contribuire con le sue vedette lombarde, tamburini sardi e scrivani fiorentini che hanno commosso ed educato generazioni di babbi, nonni e bisnonni.

Certo oggi il libro “Cuore” può far ridere. Ed infatti questo spettacolo vorrebbe riderci sopra. Vorrebbe divertire, in maniera un po’ impietosa ma anche un po’ affettuosa, alle spalle dell’incredibilmente buono Garrone e dell’incredibilmente cattivo Fanti, dell’eterea Maestrina con la penna rossa e della tisica vecchia maestra, del privilegiato Derossi e dello sfigatissimo muratorino, vittima predestinata a morte prematura così come il figlioletto del facchino e tutti i piccoli eroi degli edificanti racconti patriottici: una sorta di kantoriana classe morta resuscitata dal sorriso smaliziato della modernità.

Ma sarebbe troppo facile e anche un po’ banale limitarsi a sorridere di un vecchio libro impregnato del buonismo di una vecchia scuola paternalista. Questo spettacolo vorrebbe anche porre una domanda agli smaliziati moderni: siamo certi che la scuola di oggi faccia meno ridere di quella di allora? Come appariranno agli occhi di coloro che vivranno tra altri cento cinquant'anni le mirabolanti peripezie di professoresse sballottate tra pof, programmi integrati, debiti formativi, commissioni paritetiche, feedback, peer evaluation e burocrazie kafkiane? E le sciatte pretese libertarie di genitori post-sessantottini? E il neoconformismo di  branchi di consumatori di “musica passiva” che hanno sostituito i grembiulini da convitto per le divise a vita bassa?

Una volta la scuola era un finto padre. Oggi è una finta mamma. Ma gli italiani siamo riusciti a farli?

Angelo Savelli

“Parlare di scuola per me è un po' come tornare a casa: mia madre era maestra elementare, io stessa ho insegnato lettere prima di perdermi nei meandri del teatro, quasi vent'anni fa dedicai uno spettacolo al "Corpo insegnante", complice Stefano Benni, e infine al Beat 72, una delle cantine-santuari dell'avanguardia romana, dove approdai appena giunta a Roma, mi affibbiarono un soprannome: "La maestrina dalla penna rossa"! Quasi un destino?”

Lucia Poli

Fonte: Ufficio Stampa Margherita Fusi

 

 

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