Giovedì, 23 Gennaio 2020 18:34

"Nella stanza" di Emily Dickinson

Una poesia intima, tutta interiore, chiusa in una stanza e aperta all’infinito, con una forte connotazione spirituale – anche se non religiosa come dichiara la poetessa – di rottura rispetto alla metrica e alla retorica accademica, con i suoi “trattini” tra le parole, l’assenza della rima e un verseggiare quasi in prosa. Il dolore di una donna la cui ribellione e rivendicazione di una propria autenticità oltre qualsiasi schema, perfino l’indifferenza alla pubblicazione, è una rivoluzione silenziosa, pacifica, di chiusura all’incomprensione del mondo per volare dentro sé stessa. L’amore appare alla stregua di Dio come l’unica forza in grado di annullare ogni barriera, un’esigenza forte eppure mai vissuta, come una suora sempre vestita di bianco, nella sua clausura aperta all’infinito di una stanza e un giardino della casa paterna. La natura una grande consolazione, le api, le farfalle, i moscerini e soprattutto i fiori, veri e unici compagni della propria vita. Nei suoi versi appare spesso la morte, presenza triste e malinconica mai tragica: più dolorosa è l’incertezza come una morte immortale. Anche il tempo nella dialettica tra l’eterno dietro di noi e l’immortale davanti a noi è presente come una costante forza vitale avvolta dalla malinconia di una gioia persa prima di essere gustata: l’amore (probabilmente per il Reverendo che non la ricambiò).

Come tradurre in teatro un testo puramente poetico e raccontare la storia di una donna dell’Ottocento la cui esistenza appare a noi lontana mille miglia? Ci ha provato Elena Russo Arman che ha costruito uno spettacolo breve ma intensissimo, tutto basato su un minimalismo che affonda nell’assoluto. Il bianco è assoluto e racconta di neve, i colori raccontano dei cieli all’alba, i verdi parlano di boschi in cui passeggiare, osservando fiori e uccellini, pettirossi e lumache, rane e insetti con cui entrare in contatto empatico e umano, affettivo, emozionante. Al Teatro Elfo Puccini, in Sala Fassbinder, è andato in scena "La mia vita era un fucile carico (being Emily Dickinson)"; lo spettacolo, il cui titolo si ispira ad un libro sulla vita della poetessa scritto da Lyndall Gordon, dipinge un impressionante affresco dei pensieri e dell’attitudine di una donna lontana, che avrebbe forse voluto essere altro ma, considerando la realtà nel New England nella prima metà del 1800, dove la condizione femminile non permetteva alcuna fantasia, si rinchiuse in casa coi genitori, la sorella Vinnie, il fratello Austin e la di lui moglie, Susie, che sarebbe diventata sua cara amica.

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