Daniela Cohen - SaltinAria.it - Teatro, Musica, Libri, Cultura, News - SaltinAria.it - Teatro, Musica, Libri, Cultura, News http://www.saltinaria.it Tue, 23 May 2017 14:49:21 +0000 Joomla! - Open Source Content Management it-it Cancun - Teatro San Babila (Milano) http://www.saltinaria.it/recensioni/spettacoli-teatrali/cancun-teatro-san-babila-milano-recensione-spettacolo.html http://www.saltinaria.it/recensioni/spettacoli-teatrali/cancun-teatro-san-babila-milano-recensione-spettacolo.html Cancun - Teatro San Babila (Milano)

Il Teatro San Babila ha portato in scena un magnifico esempio di commedia dedicata a quanti sbagli si possono fare tra coppie e amici, dal titolo “Cancun”, lussureggiante cittadina tropicale dove quattro amici di lunga data decidono di trascorrere una vacanza assieme. Il sipario si apre mostrando il palco trasformato in un locale del resort vacanziero e sembra davvero di essere in un posto incantevole vicino all'oceano. Lo spettacolo porta la firma dello spagnolo Jordi Galceràn, autore sia di racconti e romanzi, che di sceneggiature per il teatro, il cinema e la televisione; è anche traduttore e adattatore di testi stranieri e in questa circostanza ha saputo mostrare una volta di più una rara sensibilità per i dialoghi incalzanti e le avventure complicate da rocamboleschi colpi di scena.

 

CANCUN
di Jordi Galceràn
regia di Marco Mattolini
con Pamela Villoresi, Blas Roca Rey, Giancarlo Ratti, Nicoletta Della Corte

 

I nostri protagonisti sono due coppie, formate rispettivamente da Francesca - una strepitosa Pamela Villoresi - e Giovanni - portato in scena da Giancarlo Ratti - e da Paolo, interpretato da Blas Roca Rey, e Laura, una bravissima Nicoletta Della Corte. Irresistibile il ruolo dei due attori maschi che si ritroveranno a fare delle figure comiche ma pure patetiche. Le due coppie sono entrambe sposate da quasi 25 anni, si conoscono fin da ragazzi e sono sempre stati amici, ma nel corso di questa vacanza liberatoria e tropicale, col caldo ventoso di un paesaggio azzurro e fuori dal mondo, bere un po' troppo champagne offerto dalla direzione ai nuovi ospiti provoca a Francesca uno scioglimento di lingua inopportuno, durante il quale rivela di aver sposato il proprio marito grazie a un piccolo inganno, poiché altrimenti l'amica avrebbe potuto catturarlo, essendone pure lei invaghita.

Di colpo si insinua nelle mente di ciascuno di loro il dubbio che tutta la loro esistenza sia stata falsata da Francesca e cominciano a guardarsi con sospetto, come a chiedersi come avrebbe potuto essere altrimenti la loro vita. Anche perché a quanto pare le loro condizioni di felici coppie nascondono invece gravi disagi e ora sta per esplodere qualcosa. La confessione fatta sotto gli effetti dell’alcool, tra ricordi e provocazioni, produce una proposta inquietante: lo scambio delle coppie per quella notte per sperimentare come avrebbe potuto essere la loro vita se lei non avesse messo lo zampino nei loro destini. Iniziano così litigi e rimproveri infiniti finché Giovanni esplode, sentendosi manipolato, e c'è Paolo che pure protesta. Così i tre escono e lasciano le due donne sul divano, una ubriaca e l'altra...

Al mattino Francesca si risveglia ancora sul divano e chiama il marito, ma arriva fuori dalla camera da letto l'amico, sbalordito dallo stupore della moglie per la sua presenza assieme a lei. Sarà lui a chiamare i vicini e avvisarli che Francesca è 'strana' e continua a credere che Giovanni, e non lui, dovrebbe stare con lei, ma nessuno ne comprende il motivo. Sono sposati da tantissimi anni e non hanno figli, mentre l'altra coppia ne ha due, proprio come fino al giorno prima era per Francesca. La quale sembra impazzita, chiama le figlie al cellulare ma loro si divertono a sentirla, però chiedono di parlare coi genitori, finché la donna crede di impazzire. Come è potuta cambiare la sua vita in una sola notte?

Impeccabili Blas Roca Rey e Giancarlo Ratti nei loro personaggi scombinati e non da meno anche Nicoletta Della Corte, tutti concedono a una splendida Pamela Villoresi il suo ruolo di protagonista, per quanto la commedia sia assolutamente corale. Dialoghi folgoranti, recitazione strepitosa, grande la regia di Marco Mattolini aiutato da Virginia Franchi, belle le scene di Francesco Fassone come tutto il resto. I costumi di Andrea Stanisci e le musiche originali di Luca Pirozzi rendono questa produzione teatrale de La Contrada - Teatro Stabile di Trieste una vera chicca assolutamente da non perdere. Anche perché non è finita qui. Quella seconda, durissima giornata termina con Francesca stravolta che si addormenta ancora sul divano e si risveglia, il terzo giorno, per scoprire che stavolta dalla camera da letto uscirà... Colpo di scena pazzesco! Si esce da teatro col sorriso sulle labbra e anche con una strana sensazione di 'Sliding Doors' e il muto interrogativo: 'Sarà capitato anche a me, senza che abbia mai potuto saperlo..?'


Teatro San Babila - corso Venezia 2/A, 20121 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/798010, mail info@teatrosanbabilamilano.it
Orario spettacoli: martedì, giovedì, venerdì e sabato ore 20.30, mercoledì e domenica ore 15.30
Biglietti: da euro 15 a euro 32

Articolo di: Daniela Cohen
Grazie a: Roberta Cucchi, Ufficio stampa Teatro San Babila
Sul web: www.teatrosanbabilamilano.it

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daniela@cohen.bz (Daniela Cohen) TEATRO \ RECENSIONI Sat, 13 May 2017 15:05:04 +0000
Call of duty, fake version - Teatro Libero (Milano) http://www.saltinaria.it/recensioni/spettacoli-teatrali/call-of-duty-fake-version-teatro-libero-milano-recensione-spettacolo.html http://www.saltinaria.it/recensioni/spettacoli-teatrali/call-of-duty-fake-version-teatro-libero-milano-recensione-spettacolo.html Call of duty, fake version - Teatro Libero (Milano)

Il palco scuro del Teatro Libero, piccolo ma sempre denso di passione, mette in evidenza una frase di Sigmund Freud: “Nell'impossibilità di poterci vedere chiaro, almeno vediamo chiaramente l'oscurità”. Prendendo le mosse dall’omonimo videogioco che ha incollato milioni di ragazzi, armati del classico joystick, a scene di sanguinosi combattimenti, “Call of Duty” si trasforma poco per volta, grazie a scansioni temporali delineate dai quattro bravissimi protagonisti, in un autentico, reale esperimento di guerra e follia.

 

CALL OF DUTY - FAKE VERSION
Chiedersi cosa sia la realtà fra terrorismo e videogame
di Tatiana Olear
regia di Manuel Renga
con Valerio Ameli, Sara Dho, Francesco Meola e Silvia Rubino
scene e costumi Aurelio Colombo
Progetto finalista al Premio Lidia Petroni 2016 (Brescia)
Progetto presentato nella rassegna INNESTI Outis Centro Nazionale di Drammaturgia Contemporanea al Teatro Menotti (2016)
Testo finalista al Premio Oltreparola 2015 (Milano)
Testo finalista al premio letterario Lago Gerundo (2016)
Produzione TLLT e CHRONOS3
prima nazionale

 

Il pubblico è preso per mano e portato fisicamente nel mondo irreale di chi si trova a farsi affascinare dai messaggi trasmessi da videogiochi e video online in cui ai ragazzi scombinati di tante periferie sembra possibile vivere vite da eroi, mentre a molte ragazze viene regalata l'illusione di sposare un ricco principe orientale, che si rivelerà invece un maschio vecchio, bigotto con le donne di casa e squallidamente lussurioso.

Il fondale è un telo molto grande su cui scorrono immagini di guerre e distruzione, quelle che vediamo nei telegiornali, ma poi c'è altro, tanto altro. Vediamo una serie di momenti diversi di vita in luoghi e tempi differenti, la cui comprensione è favorita da scritte che emergono sullo schermo alle spalle e poi scompaiono. C'è una coppia di giovani che si agitano, lei grida 'Mamma!', lui grida 'Mamma', mentre in un televisore si vede George Bush che minaccia Saddam Hussein o ci sarà l'invasione... C’è chi sogna sfere… Due donne si conoscono, sono entrambe mogli di uomini importanti e si intendono, entrambe portano il velo e abitano vicine. Una è italiana e non ne può più di indossare il burka nero col viso coperto, l'altra è australiana, chiacchierano, sembrano intendersi perché anche la seconda è figlia di emigranti italiani.

Altro flash. Siamo nel giugno del 2015 in Ucraina e c'è una battaglia in corso: un italiano e un armeno si fronteggiano e sembrano poter diventare amici oppure dovranno combattersi perché stanno su due diversi fronti. Si sente il canto di una donna e il loro umore di colpo cambia: sembra una Madonna che si mette tra i due ragazzi in divisa da guerra e con armi pesanti in mano. Ora è il 2006 e c'è ancora il tipo che sogna. Lui beve, ha paura di aver sbagliato. E' il 2008 e c'è Putin in tv. Il ragazzo ormai alcolista rifiuta l'aiuto dell'amico e tenta di strangolarlo, ma gli sfugge perché è troppo ubriaco. La terra dei puri esiste davvero? E tu, non vuoi tornare indietro? Ci sono troppi slogan assassini, rivediamo i due che bisticciano, o forse giocano...

“Call of Duty” è gioco o realtà, è vero o falso? Ma cos'è la realtà? In televisione niente è come sembra... “American first!”. Ora tornano le due donne musulmane convertite che guardano la tv: si capisce che l'italiana si era illusa di andare a sposarsi con un ricco principe, non immaginando che sarebbe stata di fatto relegata a una vita di solitudine e tristezza; l'altra invece ne è ancora convinta e sospetta che la ragazza possa tradire l'Islam. Fra le due cresceranno delle tensioni spaventose.

C'è ancora Nico di Frosinone con il giovane armeno, parlano di viaggi, di luoghi dove hanno cominciato a pensare di poter partecipare a conflitti che in realtà non interessano loro per davvero e ora, vista la situazione, hanno solo paura di doverci restare. Disperazione, musica bellissima, voci e personaggi disegnati così bene grazie all'interpretazione emozionante di Valerio Ameli, Sara Dho, Francesco Meola e Silvia Rubino, attraverso la direzione precisa e fantasiosa di Manuel Renga.

Viene spiegato quasi in modo didascalico come tanti giovani e tante ragazze siano fuggiti di casa negli scorsi anni inseguendo il falso sogno di poter entrare in un nuovo regno di bellezza, giustizia per tutti e agio, senza rendersi conto di restare schiavizzati da un'enorme associazione a delinquere di stampo terroristico che ha cambiato il pensiero dell'uomo occidentale in questa transizione fra secondo e terzo millennio.

Molto belli i costumi e le scene di Aurelio Colombo in questo spettacolo che racconta la fragilità di una gioventù non bruciata dall'alcool come quella di James Dean né travolta dalle droghe dell'era psichedelica, ma coinvolta ingenuamente in conflitti a lei del tutto estranei, carne da macello per l'uso di cinture da kamikaze e di armi in battaglie di cui non comprendono realmente alcunché; in particolare, per quanto concerne l'armeno, il ricordo di quanto raccontato dai suoi nonni sull'Olocausto del suo popolo lo porta a nutrire rancore ma non si sa bene verso chi o cosa, così come in realtà non si comprende cosa stiano davvero facendo questi ragazzi allo sbaraglio in così tante diverse scene di guerra. A ognuno resta solo il sogno di una casa lontana, forse di una famiglia, di persone care da ricordare per rendere meno duro il presente, sempre attaccati al cellulare anche per vedere le notizie e credersi così vicini al resto del mondo.

Personaggi dall'identità inconsistente che, quando sembrano molto convinti delle proprie azioni, fanno ancora più tenerezza come bambini sperduti nel bosco buio pieno di lupi. Ecco cosa accade quando nessuno combatte contro le campagne mediatiche per il reclutamento di massa internazionale voluto e finanziato per manipolare il più possibile un Occidente troppo intorpidito da decenni di benessere, incapace di reagire alle nuove povertà a cui risponde con isteria e ridicole reazioni di avvicinamento a discorsi di violenza e distruzione.

“Call of Duty” costituisce un ottimo esempio di spettacolo attento all’attualità, nel tentativo di fornire risposte ai tanti che si domandano inutilmente: 'Cosa è accaduto a tanti giovani nati e vissuti qui con noi?'. Ecco le risposte, prima fra tutte la lontananza degli adulti dall’universo dei giovani, poi la loro egoistica indifferenza e infine solo stupore e indignazione. Poveri noi.

 

Teatro Libero - via Savona 10, 20144 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/8323126, mail biglietteria@teatrolibero.it
Orario spettacoli: dal lunedì al sabato ore 21, domenica ore 16
Biglietti: intero 16 €, ridotto 12 €

Articolo di: Daniela Cohen
Grazie a: Simona Griggio, Ufficio stampa Teatro Libero
Sul web: www.teatrolibero.it

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daniela@cohen.bz (Daniela Cohen) TEATRO \ RECENSIONI Mon, 17 Apr 2017 18:43:55 +0000
Blackout - Manifatture Teatrali Milanesi, Teatro Litta (Milano) http://www.saltinaria.it/recensioni/spettacoli-teatrali/blackout-manifatture-teatrali-milanesi-teatro-litta-milano-recensione-spettacolo.html http://www.saltinaria.it/recensioni/spettacoli-teatrali/blackout-manifatture-teatrali-milanesi-teatro-litta-milano-recensione-spettacolo.html Blackout - Manifatture Teatrali Milanesi, Teatro Litta (Milano)

Il Teatro Litta ha ospitato dal 9 al 19 marzo in prima nazionale uno spettacolo diretto da Antonio Syxty e tratto dal poema di un suo vecchio amico, Nanni Balestrini, intitolato “Blackout”. Avevo creduto di scovarvi una parte attuale invece lo spettacolo è essenzialmente un inno al passato, curioso e appassionante ma forse eccessivamente retorico. Ci si chiede se ‘lo spirito del ’68 sia tornato’ e questa dozzina di giovani, di età compresa tra i 20 e i 27 anni, tenta di rispondere. Il regista li ha scelti su internet tra centinaia di candidati per poi sottoporli a dei provini; sconosciuti, sorridenti, entusiasti, hanno dato colore e allegria allo spettacolo, il cui testo però appare poco convincente e troppo ancorato ad una celebrazione enfatica del passato.

 

Manifatture Teatrali Milanesi presenta
BLACKOUT
un poema di Nanni Balestrini
regia di Antonio Syxty
aiuto alla regia Pietro De Pascalis
con Tiziano Eugenio Bertrand, Eleonora Cicconi, Maria Caggianelli Villani, Filippo Geri, Luciano Nikko Maggioni, Gaia Magni, Leo Merati, Susanna Russo, Gabriele Scarpino, Claudia Veronesi, Alessandra Viganò, Nicole Zanin
disegno luci e video Fulvio Melli
staff tecnico Ahmad Shalabi, Marco Meola
scene Guido Buganza
costumi Giulia Giovanelli
foto di scena Angelo Redaelli
direzione di produzione Elisa Mondadori
si ringrazia Francesco Tagliabue
prima nazionale

 

Se penso che il prossimo anno sarà trascorso mezzo secolo dal ’68 mi domando perché farne uno spettacolo epico come questo, ma temo che ne vedremo numerosi altri ancora. Qui il ’68 appena rievocato viene dichiarato morto e sepolto, eppure offre ancora spunti per un sogno rivoluzionario che aggrega e produce amore, relazioni e critiche. I giovani, insofferenti verso le autorità, ora gridano: “Il ’68 non finirà più!” perché quelle spinte si sono radicalizzate. Gli slogan enunciati attraverso piccoli megafoni da questi ragazzi che corrono avanti e indietro tra il palco e la platea parlano di operai della Fiat che devono scioperare, che non sanno ribellarsi e, mi scuso, ma penso che oggi la Fiat non è nemmeno più italiana e gli operai darebbero chissà che per poterci lavorare come un tempo. Ascoltare queste voci appare l’eco di secoli or sono, non di decenni fa. Comunque, c’è anche una bella messa in scena, molto ritmo, brani di musica splendida che Syxty affianca ai dialoghi e che da soli fanno restare seduti in attesa di capire cosa succederà.

Il testo propone una seconda parte che vede l’ingresso di nuovi personaggi: sono tutte presenze dall’aspetto piacevolissimo, ognuno rappresenta un pezzetto di gioventù, sono appassionati, sorridono e le ragazze sono davvero carine e si scambiano battute che purtroppo somigliano tanto agli slogan e agli stereotipi delle cose che si dicevano i giovani cosiddetti impegnati dell’epoca. Oppure si raccontano eventi accaduti a Milano e a New York, parlano dei furti nei supermercati chiamati ‘spesa proletaria’, degli attacchi ai negozi razziati e alle banche, delle persone finite in ospedale, delle fiamme che bruciavano nei luoghi saccheggiati. E nel frattempo si tolgono le magliette, si passa a quel grande momento che fu la scoperta dell’amore libero, del femminismo, partono grandi abbracci e baci anche prolungati un po’ ovunque, sul palco o in platea nei corridoi. Non viene in mente a nessuno di ricordare che fin da allora si suggeriva moltissimo l’uso dei preservativi e che la diffusione di malattie gravi fu in gran parte favorita dalla disattenzione dei ragazzi che scoprivano nuove emozioni ma non imparavano nulla da adulti incapaci di insegnare loro qualcosa sul sesso.

Sul palco del Litta svetta una struttura molto alta in tubi Innocenti su cui i nostri giovani si arrampicano, vanno su e giù, ballano, cantano, si abbracciano, si saltano addosso, uno ha la chitarra e la suona bene, eppure sembra di vedere un vecchio documentario in bianco e nero. Aggiungo che ho trovato discutibile la scelta di mantenere sempre accese le luci in sala, come se lo spettacolo non fosse mai iniziato ma ottenendo un effetto straniante ed eccessivamente invasivo. Lo sforzo del regista è comunque encomiabile: la sua scelta di 12 tra ragazzi e ragazze che hanno inviato brani video su sua richiesta gli ha permesso di costruire una incredibile compagnia di giovani bravissimi, dotati di fascino e allegria, oltre a coraggio e spudoratezza. Solo che alle rievocazioni preferisco di gran lunga chi racconta la realtà di oggi; c’è così tanto da dire sui giovani d’oggi che a mio avviso sono ben poco interessati a quanto accaduto mezzo secolo fa.

Come si possono ascoltare questi discorsi che puzzano di antiquariato nominando Negri, Scalzone e Autonomia Operaia? Oggi ci troviamo a combattere contro razzismo, schiavismo, femminicidi, l’ignoranza di massa, le bufale digitali e le nuove paure. Chi ha voglia di sentir parlare di rapimenti avvenuti nel secolo scorso, di temi che riguardano i proletari e la politica che si trasforma in violenza? Certo, è necessario ricordare il passato ma è utile solo quando lo utilizziamo per capire il presente. Insomma, bellissima questa dozzina di giovani che sembrano essersi divertiti come matti: hanno corso, saltato, ballato, cantato e recitato forse senza neppure comprendere fino in fondo gli argomenti da loro toccati.

Grazie anche all’ottima musica che ha fatto da sottofondo costante, la serata è scivolata via finché si è scoperto che i temi superavano il ’68 e si è parlato di quel gigantesco blackout che colpì la città di New York per ben tre giorni consecutivi, mandando in tilt metà degli Stati Uniti nel gennaio del 1979. Ci viene ricordato che l’unica fiamma rimasta sempre accesa fu quella della torcia della Statua della Libertà, che possiede un alimentatore autonomo. Tutti i treni del metrò si fermarono e si dice che nacquero moltissimi figli, nove mesi dopo: la gente senza luce elettrica torna alla vita delle caverne, a quanto pare. Grandi applausi per tutti dopo il vero blackout finale.

 

Manifatture Teatrali Milanesi, Teatro Litta - corso Magenta 24, 20123 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/86454545, mail biglietteria@mtmteatro.it
Orario spettacoli: da martedì a sabato ore 20.30, domenica ore 16.30, lunedì riposo
Biglietti: intero 24€, under35 16€, over65 e under18 12€
Durata: 1 ora e 30 minuti

Articolo di: Daniela Cohen
Grazie a: Maddalena Peluso, Ufficio stampa MTM
Sul web: www.mtmteatro.it

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daniela@cohen.bz (Daniela Cohen) TEATRO \ RECENSIONI Mon, 17 Apr 2017 15:31:30 +0000
“Finalmente” la mostra di Jan Blanchaert http://www.saltinaria.it/recensioni-arte/arte-recensioni/finalmente-la-mostra-di-jan-blanchaert-recensione-mostra.html http://www.saltinaria.it/recensioni-arte/arte-recensioni/finalmente-la-mostra-di-jan-blanchaert-recensione-mostra.html “Finalmente” la mostra di Jan Blanchaert

16 febbraio - 5 marzo 2017

Titolo azzeccato per una mostra che molti attendevano e che ha fatto accorrere una grossa folla di milanesi alle 18 del 16 febbraio 2017 ai Bagni Misteriosi di via Carlo Botta 18. Il nome accattivante del luogo si riferisce alla scomparsa piscina Botta, riaperta dopo decenni di abbandono all’interno del grosso complesso che comprende il Teatro Franco Parenti di via Pier Lombardo. Le opere esposte, che resteranno a disposizione degli appassionati e dei curiosi fino al 5 marzo 2017, sono tutte inedite e la loro vendita intende contribuire alla riqualificazione della Palazzina dei Bagni Misteriosi. Qui a dicembre era stata creata sull’acqua una pista di pattinaggio sul ghiaccio e ora gli spogliatoi della piscina, d’inverno non agibile ma illuminata a festa, sono stati trasformati in un’area per l’esposizione di opere d’’arte: e Jean Blanchaert con generosità ne ha messe a disposizione 790, tutte incantevoli.

 

Una moltitudine di persone di ogni genere si accalca per guardare gli innumerevoli disegni, i dipinti, gli acquarelli, le ceramiche e i vetri esposti su lunghi tavoli, sui muri, dentro e fuori questo percorso che appare molto americano, molto casual ma perfetto nel dare l’impressione di trovarsi di fronte a un artista fresco e moderno. La grande attesa è per il critico d’arte Philippe Daverio che deve esprimersi sulla mostra ma ha un piccolo ritardo. Perciò è Andrée Ruth Shammah, apprezzata regista e direttrice del Teatro Parenti da decenni, oltre che organizzatrice infaticabile nel riqualificare questa zona di Milano con sempre maggiori eventi culturali, a dare inizio alla presentazione ufficiale e al vernissage. “La personale dell’amico Jean Blanchaert” afferma la Shammah dal palchetto all’esterno, vicino all’acqua della bella piscina illuminata in modo suggestivo mentre il buio incalza, “mette a disposizione del pubblico milanese opere inedite realizzate nell’arco di quarant’anni e, grazie alla sensibilità e alla generosità dell’artista che ci regala metà del ricavato di tutte le vendite, sarà possibile proseguire i lavori sulla Palazzina dei Bagni Misteriosi”.

Blanchaert, presentato come inventore, proprietario di una galleria che porta il suo nome e curatore di mostre d’arte, giornalista e scultore oltre che creatore di opere in vetro soffiato prodotte sotto la sua supervisione in un laboratorio di Murano, è anche un disegnatore e calligrafo straordinario. I suoi innumerevoli fogli colmi di disegni realizzati talvolta con pochi tratti e dal profondo umorismo, affascinano tutti quelli che si abbassano verso i fogli raccolti sui lunghi tavoli e che avvicinano il volto ai muri per osservare i quadri o le ceramiche, realizzati con pochi tratti o eseguiti con perizia e lungo lavoro, dal supporto minimalista come pure raccolti da cornici semplici oppure importanti, talora antiche e dalle forme originali o dai legni pregiati. Jean Blanchaert è un artista a tutto tondo, capace di occuparsi anche di questioni completamente diverse, di rappresentare associazioni, di affiancare idee spesso nate da persone lontanissime dal suo comune sentire ma che rispetta e considera.

Ecco come presenta se stesso quando sono riuscita a intervistarlo: “Io sono un disegnatore dilettante, la maggior parte delle opere qui esposte le ho fatte quasi senza pensarci. Se non fosse stato per Andrée Shammah, amica da anni che mi ha visto operare dal vivo in alcune occasioni e mi ha chiesto di collaborare con lei, forse non avrei proseguito su questa strada. Per esempio, mi aveva chiesto di scrivere con una speciale calligrafia tutti i nomi di chi aveva lavorato per quello che allora si chiamava ancora Salone Pier Lombardo”. Gli ho chiesto in quale occasione particolare la regista milanese lo avesse apprezzato e mi ha raccontato che circa 18 anni fa, quando aveva partecipato a un evento realizzato dalla Telecom in cui si viaggiava per tutta Italia, curato da Andrea Kerbaker, capo ufficio stampa della Pirelli ai tempi di Tronchetti Provera, il quale lo aveva coinvolto con grande successo in una operazione dedicata a Santa Rosalia, in alcune tappe la Shammah era stata chiamata come regista e lo aveva visto al lavoro. Insomma, gli incontri sono stati produttivi grazie al fiuto di entrambi sul riconoscere di chi potersi fidare per collaborare ancora assieme.

Convocato come calligrafo da Kerbaker, a Blanchaert era stata piazzata sulla mano una piccola telecamera che proiettava su un grande schermo ogni mossa sulla carta del pennino intriso d’inchiostro, mentre sul palco si trovavano Lucio Dalla a fare musica da un lato e Luciana Savignano che danzava dall’altro. I segni che apparivano sullo schermo erano contrappunti grafici e fantasiosi di quanto accadeva sul palco! Anche Phiippe Daverio è un amico da molti anni, tanto da averlo accompagnato in oltre 400 puntate della trasmissione televisiva Passepartout. Ma ecco cosa dice al folto pubblico proprio questo trio di vecchi amici: “Jean Blanchaert è l’artista che inaugura questo nuovo spazio espositivo milanese dedicato all’arte e lo ringrazio ancora per il sostegno generoso che accompagna questa sua presenza preziosa” afferma la Shammah. Poi Daverio prende la parola: “Conosco bene Jean e posso dire che fin dalla scuola materna emetteva suoni e segni, entrambi attraenti... Si è macchiato di tutto, dai pomodori alla maionese ai colori ed è stato un grande generatore di catastrofi. Custodisce sempre nelle tasche penne varie, sempre prende appunti e ogni giorno crea nuove idee”.

Ricorda che produce pure oggetti di vetro soffiato e qui c’è in visione una gigantesca statua tutta in vetro da lui donata per l’ingresso del teatro Parenti, ora spostata ai Bagni per la mostra, anche perché Andrée Shammah è collezionista avida delle sculture in vetro di Jean e gliene ha comprato in gran quantità. Ultima battuta di Daverio: “Secondo me Andrée ha fatto ricostruire dall’acquedotto milanese questa grande piscina abbandonata solo per esaltare un giorno l’arte grafica e calligrafica di Jean...” afferma sorridendo e brinda con tutta la gente che si delizia nel commentare i numerosissimi disegni spesso davvero buffi, talvolta complicati e capaci di raccontare storie, descritte con quella grafia curiosa, sempre affascinanti. L’artista invece vuole ringraziare chi lo ha aiutato materialmente, oltre ai due vecchi amici che si trovano con lui sul palco all’aperto. “Ringrazio Andrée e Philippe e chi mi ha aiutato” sottolinea Blanchaert, “come chi ha scelto cornici bellissime, o un massimo maestro vetraio di Murano, ma anche Mathia Pagani, il curatore della mostra che ha pescato fra il mucchio i pezzi da esporre perché io ero in giro e non ne avrei avuto il tempo. Mathia ha deciso tutto assieme a Irina Eschenazi, mia assistente e collaboratrice che ha coordinato il tutto come pure Cecilia Bertoldi che si è occupata delle stesse cose, permettendomi di fare altro”.

Traduzione: ha dato loro le chiavi del proprio archivio e si è allontanato fino al giorno dell’inaugurazione. Una quarantina di questi disegni sono apparsi su un quotidiano ondine, Linkiesta, quando ogni giorno Jean ha prodotto come vignettista una differente opera in qualche modo dedicata ai Santi, tanto che dopo un paio d’anni la Rizzoli ne ha pubblicato un volume in cui sono raccolti tutti questi disegni sotto il titolo ‘Un santo al giorno’. Ma ora sta già iniziando una nuova avventura: la collaborazione con ‘Gli Stati Generali’, altro quotidiano online le cui tavole saranno poi pubblicate ancora da Rizzoli. Ne possiamo vedere i primi due disegni originali proprio qui ai Bagni Misteriosi: “E proprio oggi, a questa inaugurazione” mi racconta Blanchaert, “ho deciso di iniziare questa nuova collaborazione per realizzare una futura mostra e un libro con illustrazioni dedicate ai ‘Giusti del nostro tempo’, assieme a Gabriele Nissim e all’associazione Gariwo”.

I disegni pubblicati ogni giorno saranno pubblicati assieme ad altri duecento dal giornale online ‘Gli Stati Generali’ e raccontati in un libro edito da Rizzoli con il contributo di Barovier e Toso. Anche in questa circostanza parte dei proventi saranno devoluti all’associazione Gariwo e al suo sviluppo. Quando gli ho chiesto se ci sono altre opere dedicate a cose diverse mi ha confermato: “Certo, ho fatto illustrazioni ad esempio per un’azienda biodinamica che ha voluto opere mie per le etichette del loro vino e che oggi hanno portato il catering!”. Ecco come farsi ispirare: un lavoro in ogni cosa, un motivo per ottenere cose buone da ogni cosa! La sua modestia è quasi incredibile. Dice di sè: “C’è chi ha un pianoforte in casa senza essere un vero musicista ma ama strimpellare ogni giorno un po’. Ecco, io strimpello con penna e carta ma mi considero un dilettante: la carta però rimane e se ne possono rivedere gli effetti, una volta che ci si è divertiti a disegnarci sopra”. Secondo lui è così che è diventato ricercato, apprezzato e affermato: per caso.

16 febbraio - 5 marzo 2017
Bagni Misteriosi - Via Carlo Botta 18, Milano
“FINALMENTE”
la mostra di JEAN BLANCHAERT
Inaugurazione: 16 febbraio 2017, dalle ore 18:00
Con presentazione di Philippe Daverio
A cura di Fondazione Pier Lombardo
Ingresso libero

Articolo di Daniela Cohen

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daniela@cohen.bz (Daniela Cohen) ARTE \ RECENSIONI Sun, 26 Feb 2017 16:47:26 +0000
Perlasca. Il coraggio di dire no - Spazio Banterle (Milano) http://www.saltinaria.it/recensioni/spettacoli-teatrali/perlasca-il-coraggio-di-dire-no-spazio-banterle-milano-recensione-spettacolo.html http://www.saltinaria.it/recensioni/spettacoli-teatrali/perlasca-il-coraggio-di-dire-no-spazio-banterle-milano-recensione-spettacolo.html Perlasca. Il coraggio di dire no - Spazio Banterle (Milano)

Due i motivi per assistere a questo spettacolo: il primo è conoscere Alessandro Albertin, un giovane monologhista che si prende la responsabilità di rappresentare, da solo, in teatro, un personaggio che l’Italia ha conosciuto molti anni fa attraverso una fiction televisiva interpretata da un Luca Zingaretti al culmine del successo con l’amatissimo commissario Montalbano. Però qui si parla di ben altro, si parla di tragedie e di eroi perchè l’italiano Giorgio Perlasca, inizialmente camicia nera e fascista, lavorando in Ungheria e facendo la bella vita, scopre gli orrori di quanto realmente avviene oltre la facciata del bel mondo e si ribella. Con una creatività incosciente tutta italiana, diventa l’uomo capace di salvare molte centinaia di vite umane a rischio della propria.

 

PERLASCA
Il coraggio di dire no
scritto, diretto e interpretato da Alessandro Albertin
a cura di Michela Ottolini
produzione Teatro de Gli Incamminati e Teatro di Roma - Teatro Nazionale
in collaborazione con Overlord Teatro
col patrocinio della Fondazione Giorgio Perlasca
disegno luci Emanuele Lepore

 

Il secondo motivo è che vengo per la prima volta a vedere lo Spazio Banterle, l’ultimo dei teatri a essere inaugurato poco tempo fa a Milano, che trova spazio all’interno di una piccola palazzina rossa, dentro la piazzetta di Largo Corsia dei Servi, ovvero nel pieno cuore della città, a pochi passi dal Duomo e a un passo da corso Europa. Una volta dentro, si sale un piano e si entra in una salettina fortemente voluta dalla Compagnia degli Incamminati, che da molto tempo sognava di utilizzarla come base produttiva. Qui l’attore Alessandro Albertin dirige e recita questo monologo da lui scritto, utilizzando questo piccolo palco di legno appena poggiato a terra su cui vediamo due scatoloni neri ai lati e un fondale pure nero. Albertin è già dentro, parla con il pubblico, è vestito tutto in nero, camicia, cravatta, pantaloni, cintura e scarpe. E’ smilzo ma sembra robusto, è del tutto calvo e il suo sguardo cambia spesso espressione, è molto profondo.

Prima di iniziare chiede al pubblico di spegnere i cellulari, poi va a spegnere le luci. Resta acceso l’occhio di bue puntato su di lui e lo spettacolo ha inizio, per quanto l’artista sembra voler giocare un po’ col pubblico, al quale chiede: “Se vi chiedo una data: l’anno in cui Cristoforo Colombo ha scoperto l’America, sapete la risposta?” un ragazzo imbarazzato riesce a rispondere “1492” e sbuffa di sollievo, ce l’ha fatta. Poi vaga nella sala e si rivolge direttamente ad alcuni spettatori o spettatrici. Pone un altro paio di domande, come la data dello sbarco in Normandia che ha risolto la seconda guerra mondiale o la data dello sgancio della bomba di Hiroshima, a cui le persone indicate riescono a dare la giusta risposta, mentre il pubblico applaude ma non capisce ancora cosa significhi tutto ciò. Il nostro protagonista risale sul palco lentamente, dice che ora si comincia ma di colpo si volta verso una ragazza in prima fila e le chiede: “Cos’è successo il 13 novembre del 2015?”. Silenzio a denti stretti, gli occhi vagano. Io lo ricordo, ma taccio.

Già, ecco il punto: “Ci ricordiamo cose accadute molti secoli o decenni fa perché le abbiamo anche studiate ma ci dimentichiamo di una notte abbastanza recente che ha cambiato la vita di Parigi, dell’Europa e di tanti giovani che sono stati uccisi senza un vero motivo. Ci siamo già scordati il Bataclan! Non abbiamo più tempo per esprimere pensieri, è più facile un ‘mi piace’ su quanto scritto da altri per metterci in pace con la coscienza” ci rimprovera Alessandro fissando tutto il pubblico. “Ecco perché bisogna colpire a fondo” e fa il gesto di dare un colpo fortissimo col braccio, poi domanda: “Si può colpire a fondo senza fare male?”. Inizia da qui la storia che parte da Maserà, in provincia di Padova, dove vive Giorgio Perlasca, di fatto nato a Como ma ben presto trasferitosi con tutta la famiglia nel padovano per motivi di lavoro del padre.

Da grande Giorgio diventa commerciante di carne e va spesso a Budapest per contatti con altri commercianti ungheresi. A quei tempi si facevano buoni affari in Ungheria e “Budapest è la perla del Danubio, qui si balla!” racconta Albertin già trasformato in Perlasca. Arriva però l’8 settembre 1943 e Giorgio si trova a mangiare in un ristorante italiano del luogo. Un cameriere gli annuncia l’armistizio e la fine della guerra, le notizie volavano via radio a quei tempi. Ma in Italia esisteva la Repubblica di Salò e scegliere di seguire Badoglio equivaleva a dichiararsi traditori. Giorgio Perlasca sceglie Badoglio e da alleato diventa un ricercato in patria, per cui resta in Ungheria. Ma il negozio che aveva in Ungheria chiude per difficoltà di ogni genere e, a rischio di essere arrestato, Perlasca si reca all’ambasciata spagnola con una lettera, firmata da Francisco Franco, il generalissimo, che lo conferma amico del proprio popolo avendo combattuto per la Spagna. Chiede di poter avere un passaporto spagnolo come suggerito dalla lettera in caso di difficoltà.

Se qualcuno scoprisse che è un falso non avrebbe via di scampo ma nessuno se ne accorge, riceve immediatamente in modo irregolare un passaporto, nonostante le tantissime richieste di chi cerca la fuga ormai prevedendo il peggio. La nuova cittadinanza lo metterà al sicuro. Perlasca frequenta come faceva un tempo notabili, politici e l’ambasciatore Sanz Briz, ottima persona ma che si trova costretto a lasciare Budapest per questioni politiche dopo che da tempo aveva attivato diversi metodi per salvare la vita a migliaia di ebrei spagnoli e non, fingendo che lo fossero e che avessero quindi diritto a richiedere asilo politico. Col nuovo nome di Jorge Perlasca, il nostro concittadino ha imparato ad ammirare le azioni dell’ambasciatore, di cui è diventato assistente. Sapendo che dovrà andarsene, intuisce il dramma e la tragedia alle porte.

Prima che parta Sanz Briz, Jorge ha già utilizzato a proprio piacimento moltissime ‘lettere di protezione’ per far scendere dai treni diretti in Polonia moltissimi ebrei, soprattutto bambini, di cui non sopporta la deportazione, fino a che un gerarca alleato di Hitler lo scopre. Con abilità, riesce a corromperlo, in modo perfino elegante. E’ assolutamente doveroso sottolineare che Alessandro Albertin non è solo la voce e il volto di Perlasca, ma anche dei tanti personaggi che si trovano a incrociarlo: è così che immaginiamo le voci e le espressioni, i gesti e le sensazioni che ogni singolo individuo trasmette nell’interagire in questa storia sempre più appassionante. Un solo uomo in nero davanti a noi e l’impressione di avere di fronte a sé molteplici individui, bambini, donne, uomini malvagi o buoni, superficiali o coinvolti, terrorizzati o chiaramente arroganti per via del proprio potere. Solo cambiando il tono della voce e la mimica facciale, l’attore ci offre i tanti volti dei numerosi personaggi.

Ci sentiamo spaventati, commossi, dubbiosi, preoccupati. Difficile riuscire a pensare “Ma io che farei?” perché tutto va avanti vorticosamente. E Jorge Perlasca continua a salvare ebrei, portandoli nelle case sicure sotto l’insegna dell’ambasciata spagnola, tirandoli giù dai treni diretti ad Auschwitz, alla stazione di Budapest. L’orrore del protagonista non cede alla paura, anzi lo porta ad impegnarsi ancor di più a salvare soprattutto i bambini e, quando possibile, le loro famiglie. Si dice che la straordinaria avventura di Perlasca sia durata più o meno sette mesi. Il primo dicembre del ’44 l’ambasciata di Budapest deve chiudere perché spostata a Sofro: l’avvocato Farkas e madame Tournée sono disperati ma, di fronte a una tale emergenza contro la macchina del male, Perlasca si dichiara “Console, sono il console spagnolo in Ungheria!” e salva la situazione a rischio della vita. Anche perché è tutto falso, come i documenti che riesce a procurarsi.

Inizia così a firmare e timbrare ‘lettere di protezione’ col proprio nome, il Console Jorge Perlasca e sfida le Croci Frecciate fino all’ultimo, quando ormai ci sono vari accordi e la guerra è stata persa dai tedeschi. Perlasca ha nostalgia della moglie e del suo paese, ciò nonostante la sua tempra, il suo coraggio e la sua incoscienza, come quelle dello staff che lo ha appoggiato e aiutato sempre, finiscono la propria azione meritevole. Il 6 dicembre 1945 Jorge Perlasca decide che la partita deve essere vinta e va a parlare con il comandante Vaina. Da raffinatissimo simulatore, Jorge minaccia Vaina di ritorsioni in Spagna contro gli ungheresi, tutto ovviamente falso, ma ottiene la salvezza del ghetto di Budapest che doveva essere incendiato con dentro tutti gli ebrei sopravvissuti. Arrivano i russi, liberando ma anche violentando e mettendo la parola fine alla lunga, terribile avventura mortale. Albertin ha saputo riprodurre sia la durezza del nazista sia l’ingenuità di una bambina e c’è chi, dietro a me, nel pubblico, ha usato grandi fazzoletti per asciugarsi le lacrime.

Giorgio Perlasca torna in Italia e non parlerà mai di quanto fatto e avvenuto in Ungheria. Nella primavera del 1957 incontra un treno di giovani ebrei che da Budapest stanno andando a Genova per imbarcarsi per il Canada. Una di queste ragazze è Lily, la bambina che lui salvò anni prima in modo audace. Soltanto nel 1988 a Maserà arrivano in casa Perlasca i signori Long, che lo cercavano da oltre un anno ma in Spagna. Hanno con sé una ‘lettera di protezione’ da lui firmata che salvò loro la vita e volevano ringraziarlo di persona. Così questa storia si è diffusa e il nome di Giorgio Perlasca è entrato fra quello dei ‘Giusti delle Nazioni’: finalmente rotto il silenzio, un albero è stato piantato a Gerusalemme nel Giardino dei Giusti col suo nome. Ma l’Italia non lo ha mai celebrato né aiutato, al suo ritorno, per quanto avesse scritto a De Gasperi raccontando quanto fatto. Forse una certa sinistra non gli perdonò di essere stato fascista e la destra non gli perdonò di aver tradito la Repubblica di Salò per salvare gli ebrei. Per fortuna oggi noi siamo felici di risentire questa storia di coraggio incredibile, come hanno dimostrato i lunghissimi applausi di un pubblico commosso e rapito.

 

Spazio Banterle - Corsia dei Servi 4, Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 3482656879, mail biglietteria@incamminati.it
Orario spettacoli: venerdì ore 20.30, sabato ore 19.30, domenica ore 16.30


Biglietti: intero 20 euro, ridotto (over 65/under 30) e convenzionati 13 euro, studenti di teatro 10 euro



Articolo di: Daniela Cohen
Sul web: www.spaziomioteatro.it

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daniela@cohen.bz (Daniela Cohen) TEATRO \ RECENSIONI Sun, 26 Feb 2017 11:11:10 +0000
Schegge - Teatro Franco Parenti (Milano) http://www.saltinaria.it/recensioni/spettacoli-teatrali/schegge-maria-cassi-teatro-franco-parenti-milano-recensione-spettacolo.html http://www.saltinaria.it/recensioni/spettacoli-teatrali/schegge-maria-cassi-teatro-franco-parenti-milano-recensione-spettacolo.html Schegge - Teatro Franco Parenti (Milano)

La piccola Sala AcomeA del Teatro Franco Parenti di Milano accoglie con entusiasmo il nuovo spettacolo di Maria Cassi, artista che questo pubblico comincia a considerare di casa. Maria Cassi si presenta da sola sul palco a monologare ma gode della compagnia di Marco Poggiolesi, un chitarrista che, seduto un po’ a distanza, l’accompagnerà gradevolmente con belle armonie di note acustiche. E’ lui il primo a entrare in scena quando si spengono le luci e suona con un ritmo spagnoleggiante. Poi entra lei, vestita di nero con stivaletti rossi a disegni bianchi, un fiore rosso all’occhiello e il suo modo buffo di sorridere, quasi fosse uno di quei pupazzi che vediamo muoversi facendo smorfie di ogni genere. Spesso anche il linguaggio con cui si esprime è del tutto inventato, ma riesce ad andare avanti per un bel po’. Ci fosse qui Dario Fo andrebbe in sollucchero.

 

Maria Cassi in
SCHEGGE
di e con Maria Cassi
e con Marco Poggiolesi alle musiche di scena
luci e suoni Diego Costanzo
produzione Teatro Franco Parenti/ compagnia Maria Cassi Circolo Teatro del Sale

 

Infine la capiamo: sta parlando di Beppe, il suo gatto rosso che le dorme in testa e le cotona i capelli durante la notte. Più che recitare un personaggio, l’artista sembra voler davvero chiacchierare col pubblico e parlarci di sè. Forse. O forse vuole solo regalare battute dal gusto surreale, proposte con smorfie facciali davvero notevoli. Dopo una sequenza di fantasie comicissime il pubblico si scalda e le risate scattano allegramente mentre Maria ci racconta di quella piazza di Ciompinella, dove si affacciano le finestre di casa sua e di quando, insonne, ebbe da osservare che fuori era… “Una notte buia e tempestosa…!. Originale? Non tantissimo, si direbbe, ma le si perdona il plagio iniziale e la si ascolta tanto quanto la si guarda, leggermente stregati.

Maria è pure il nome della protagonista del racconto e, nel corso della narrazione, la funambolica attrice interpreterà umoristicamente e con grande sarcasmo anche i tanti individui che si incontrano per strada e con cui si ha a che fare. Ci parla di amicizie, di chi vive attorno a lei, come i venditori al mercato in piazza, gli strani vecchietti che lungo le scale di casa portano fuori i cani, i ragazzi perditempo che fanno rumore in strada. Mima ogni gesto, cambia voce, cambia faccia e mostra quanto avviene in quasi tutti i quartieri popolari di molte città, paesi e periferie: c’è il tossico che canta il reggae al quale hanno rubato la bicicletta: “Eh no, le devo rubare io le bici. Ora, se mi rubano la bici a me c’è qualcosa che non va, qui…” si lamenta il giovane. Ed ecco che arriva la matta del quartiere e continuano i racconti.

Il pubblico è rapito, pende dalle sue larghe labbra che imitato i cento e più esseri umani che tutti potrebbero incontrare, se solo si guardassero bene attorno, ascoltandone i discorsi. Il suo pregio ineffabile è proprio quello di riuscire a ricostruire un mondo così pieno di voci, maschere, perfino di profumi come quello del pane amorevolmente preparato dal panettiere all’alba, dopo aver trascorso fuori tutta la notte. Alfio, il panettiere, va a lavorare quando tutti dormono”, ci ricorda.Conosce tutti in piazza e saluta prima di entrare al formo e cominciare a impastare” continua la nostra cantastorie, con accenni alla vita di tanti e a quella di Maria, sposata da oltre 20 anni con un uomo che russa troppa e che cucina. Lei, attrice spesso in tour, soffre di colon irritabile ed il suo colon strilla, ovviamente. Poi a Maria arrivano le vampate di calore causa età, con annessi calo del desiderio e fuga degli ormoni, il tutto raccontato come un fumetto esilarante.

Qui e lì ecco il contrappunto di battute pronunciate in perfetto inglese, ma pure in francese, cosa che non ci stupisce dal momento che la Cassi, attrice a autrice di testi fin dal suo esordio negli anni ’80, ha viaggiato un po’ ovunque e si è guadagnata tantissimi riconoscimenti e la partecipazione a innumerevoli festival. Eccola ora a caccia di dolci ma, non potendo leccare un cono gelato, cerca cioccolatini nascosti qua e là, in casa sua. “Scarto e incarto, scarto e incarto… nell’amore qualcosa conta: sono i preliminari”. Il talento di questa artista è grandissimo, è capace di cantare, volteggiare, interpretare mille facce e mille voci, la si vorrebbe davvero ascoltare senza sosta. Ci ha trasportati ovunque con allegria.

Io di notte col mio gatto colbaccato o colbacco gattonato, ecco, vedo la cupola del Brunelleschi e mi emoziono. C’è chi dice che sembra che respiri ed è vero… E respira assieme alle moschee del quartiere, e a quella della sinagoga, chissà, cercano forse un medesimo Paradiso”. Il giovane chitarrista, Marco Poggiolesi, l’ha sostenuta, accompagnata, ha musicato i suoi incredibili monologhi. Maria Cassi è davvero speciale e dispiace che si giunga alla fine. “Io amo i bei finali” confessa. La passione, l’energia, la poesia e l’umorismo surreale sono i suoi doni e li regala tutti generosamente a noi spettatori. Speriamo che Maria torni presto, anche col suo gatto colbaccato, ma anche no. Purché torni.

 

Teatro Franco Parenti (Sala AcomeA) - via Pier Lombardo 14, 20135 Milano
Per informazioni e prenotazioni:
telefono biglietteria 02/59995206, mail biglietteria@tearofrancoparenti.it
Orario spettacoli: lunedì riposo; martedì, giovedì, sabato ore 20.45; mercoledì, venerdì ore 19.30; domenica ore 15.45
Biglietti: intero: platea 32€ / galleria 25€; over65/under26/convenzioni 18€
Durata spettacolo: 80 minuti

Articolo di: Daniela Cohen
Grazie a: Francesco Malcangio, Ufficio stampa Teatro Franco Parenti
Sul web: www.teatrofrancoparenti.it

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daniela@cohen.bz (Daniela Cohen) TEATRO \ RECENSIONI Sun, 22 Jan 2017 21:41:25 +0000
I Colombo Viaggiatori - Teatro Nazionale CheBanca! (Milano) http://www.saltinaria.it/recensioni/spettacoli-teatrali/i-legnanesi-i-colombo-viaggiatori-teatro-nazionale-chebanca-milano-recensione-spettacolo.html http://www.saltinaria.it/recensioni/spettacoli-teatrali/i-legnanesi-i-colombo-viaggiatori-teatro-nazionale-chebanca-milano-recensione-spettacolo.html I Colombo Viaggiatori - Teatro Nazionale CheBanca! (Milano)

Dal 4 gennaio al 19 febbraio. Ne sfornano si direbbe all’infinito di commedie gustose ed esilaranti eppure non sembrano mai sazi, mai giunti al capolinea. La Compagnia de I Legnanesi nacque in origine nel 1949 dal coraggio e dalla passione di Felice Musazzi che, all’oratorio del paese, inventò un teatrino fatto con gli amici in cui pure le figure femminili erano interpretate dai maschi, poiché all’epoca le ragazze non potevano partecipare a simili esperimenti. Ne scaturì così uno spettacolo con travestiti per pura necessità che, strappando risate fin da subito per l’atteggiamento buffo ed esagerato, ha saputo conquistare i teatri di mezza Italia. Pure oggi il Teatro Nazionale CheBanca! si riempie lentamente e il pubblico, deliziato dal gorgonzola con pane casereccio che lo ha accolto nel foyer assieme a vino bianco, prende posto allegramente.

 

I Legnanesi presentano
I COLOMBO VIAGGIATORI
di Davide Gervasi
con Antonio Provasio, Enrico Dalceri, Luigi Campisi
testi Felice Musazzi, Antonio Provasio
musiche Arnaldo Ciato, Enrico Dalceri
coreografie Sofia Fusco
direttore artistico Sandra Musazzi
direttore di produzione Enrico Barlocco
una produzione CHI.TE.MA.
regia Antonio Provasio

 

Scomparso il grande Musazzi, autore di quasi tutti i testi, fu Antonio Provasio, che per anni aveva recitato al fianco del maestro, a portare avanti la Compagnia diventando Teresa, la donna capofamiglia che vive nel cortile di casa, sempre pronta a difendere i suoi che però lei tratta malissimo. Nel tempo nuovi interpreti hanno indossato i panni di questi celebri personaggi e da 16 anni questa è la compagnia ufficiale: Giovanni è Luigi Campisi ma è soprattutto il marito di Teresa, amante del vino e delle ciucche. La loro unica figlia, Mabilia, è da anni sempre portata in scena da Enrico Dalceri, ed al loro fianco oggi c’è una vera compagnia di danzatori maschi che fanno i ‘boys’ e sono, oltre che giovanissimi, davvero bravi. Gli altri interpreti, diventati personaggi cult, si alternano sempre coi loro caratteri esclusivi che permettono facilmente il riconoscimento delle storie, sempre simili ma ogni volta diverse.

Tornando al presente, uno dei migliori teatri per musical grazie alla sua acustica modernissima, accoglie ormai ogni anno e sempre a gran richiesta questo gruppo di ben 40 artisti che vivono della loro passione per il teatro, insegnando ai giovani e aprendo la strada a tanti nuovi talenti. Ora il sipario si apre per accogliere i Boys che, cantando e ballando, presentano lo show e augurano al pubblico buon divertimento. Ecco i loro nomi, Giorgio Barazzutti, Antonio Bile, Maicol Trotta, Marco Sala, Michele Sbarra, Filippo Candeo, Osvaldo De Negri, Alessio Ducatelli, Matteo Patano, Francesco Massa, Andrea Rossi e si può proprio dire che riescono davvero a entusiasmare la platea! I veloci cambi di fondale permettono al cortile di provincia di apparire con i suoi abitanti, ormai conosciuti dagli spettatori come fossero i loro vicini di casa preferiti, e già dopo le prime battute partono gli applausi. Nel cortile fiorito girano le donne del caseggiato finché arriva la Mabilia, che rivela di studiare canto e danza perché vuole diventare una soubrette.

Teresa, sua madre, la invita ad andare a lavorare e uscire di casa, ora che si avvicina ai 50 anni, ma Giovanni, il padre, la difende finché arriva la Pinetta, la cugina bassotta, a riferire che sta per giungere Don Luigi con un messaggio importante. Da qui inizia tutto uno stravolgimento dovuto a un fatto avvenuto 30 anni prima, quando i coniugi Colombo avevano deciso di adottare a distanza un bambino brasiliano orfano di padre. Cresciuto, questi un giorno aveva chiesto una foto del suo padre adottivo e la Teresa aveva fatto agghindare il marito col vestito buono: quello per il giorno del funerale, tutto nero. Quando il ragazzino aveva visto la faccia trista e lugubre dell’uomo aveva cominciato lui a mandare soldi ai Colombo. Ma ecco la novità: è in Italia e vuole conoscere i suoi genitori adottivi: “Perché mai?” si chiedono loro. Forse vuole indietro i soldi versati finora? Ed ecco iniziare l’incredibile balletto delle battute per organizzare dichiarazioni credibili sulla loro attuale miseria e impossibilità di restituire alcunché.

La storia dal canto suo è un po’ buffa ma le battute, spesso rivolte direttamente al pubblico, le facce, i movimenti e i personaggi, interrotti di tanto in tanto da uno show straordinario di musica, ballo e costumi piumati, stracolmi di lustrini e paillettes, attorno a scalinate e scenari incredibili, stavolta ci porteranno su una nave da crociera; infatti la verità è che il giovane, detto Gegè, che la fantasia dei Legnanesi fa somigliare a Maradona, è in realtà diventato ricco, proprio acquistando coi loro risparmi tantissimi anni prima un biglietto vincente della lotteria e con quei soldi è riuscito a fare carriera fino a diventare un armatore milionario. Proprietario di diverse navi da crociera, invita i Colombo a viaggiare così fino a Rio, assumendo la Mabilia come soubrette durante la crociera e realizzando i sogni di tutti. La favola bella sostiene il concetto che fare del bene, come adottare a distanza orfani del terzo mondo, porta bene a chi lo fa.

La simpatia e l’energia che ogni attore investe nel suo ruolo, che sia ridicolo o assurdo piuttosto che improbabile o riconoscibile, sono sempre colorate con una leggerezza che rende tutto possibile; uno spettacolo da vedere assolutamente quando si vuole trascorrere una serata in allegria e col sorriso sulle labbra salvo quando si scoppia a ridere, ed il merito è certamente pure dei comprimari: Alberto Destrieri nel ruolo della Pinetta, Giovanni Mercuri è il tutor di Gegè, Maurizio Albè è la Carmela, Giordano Fenocchio veste i panni di Don Luigi, Valerio Rondena è la Chetta, Massimo Vaccari è la Duina, Franco Cattaneo è l’incredibile Suor Franchina, Danilo Parini è il figlio adottivo Gegè e infine Mauro Quercia interpreta la Fiorella. Nonostante volessero escogitare mille modi per mostrarsi poveri in canna, poter infine accettare i doni del giovane giunto dal Brasile farà sperimentare alla famiglia Colombo tutte le possibilità di godersi il lusso e sentirsi protetti dalla vicinanza col ‘padrone’, tutte cose mai vissute in passato.

Restano i magnifici aspetti di un vero musical che potrebbe forse fare una figurona anche in qualche teatro di Parigi, considerando che i dettagli vengono sempre più migliorati fino a rendere tutto lo spettacolo totalmente made in Italy, orgogliosi del saper fare delle sarte, dei tessuti e perfino delle perline e delle piume, tutte nostrane come le battute del testo, tipo il momento in cui la Mabilia confessa alla madre di avere un tarlo nella testa e Teresa le risponde: “Morirà di fame…”. Oppure la disquisizione sui vegani, che di notte vanno a caccia di tofu, animali simili ai topi, probabilmente. Ma l’idea di andare in Brasile per vedere il carnevale di Rio resta il grande momento della storia, anche se per il pubblico saranno sempre le battute, i litigi e le buffonate a superare le magnifiche scenografie, le musiche allegre, i balletti e i costumi grandiosi.

Perché il pubblico vede i Legnanesi come si vedeva un tempo un personaggio come Charlot o come Stanlio e Ollio: li si voleva sempre uguali in tutte le loro diverse avventure. Ecco cosa sono diventati i nostri Legnanesi e prima o poi entreranno nella storia del teatro italiano, questo è poco ma sicuro. Tanto che questo spettacolo resta in scena dal 4 gennaio fino al 19 febbraio, quasi sempre col tutto esaurito!

 

Teatro Nazionale - via Giordano Rota 1, 20149 Milano (Ex Piazza Piemonte)
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/00640888

Articolo di: Daniela Cohen
Grazie a: Sara Maccari e Stefania Sciamanna, Ufficio stampa I Legnanesi
Sul web: www.teatronazionale.it - www.ilegnanesi.it

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daniela@cohen.bz (Daniela Cohen) TEATRO \ RECENSIONI Wed, 18 Jan 2017 21:10:15 +0000
Strange Games - Pacta Salone (Milano) http://www.saltinaria.it/recensioni/spettacoli-teatrali/strange-games-pacta-salone-milano-recensione-spettacolo.html http://www.saltinaria.it/recensioni/spettacoli-teatrali/strange-games-pacta-salone-milano-recensione-spettacolo.html Strange Games - Pacta Salone (Milano)

Una luna sul fondale, una scala alta e messa male sul palco, una tenda di plastica, come i tanti fogli a terra, ovunque, anche su pannelli attorno al fondale: pare di stare in un posto dove ci siano lavori in corso, tutto lasciato come in attesa di imbianchini e operai. Siamo al Pacta Salone, rinnovato teatro della periferia milanese molto amato per il proprio autentico ed appassionato impegno. Ma arrivano due personaggi e sta per iniziare lo spettacolo ideato da Vladimir Olshansky, attore e regista laureato al celebre Circo di Mosca e che in Italia è divenuto notissimo come protagonista dell’indimenticabile “Slava Snowshow” di Slava Polunin, grande clown russo che ha fatto ridere generazioni di spettatori di tutto il mondo. I due arrivati, in tute bianche, raccolgono le cartacce disseminate ovunque, anche tra il pubblico in mezzo al quale i due finiscono per intrufolarsi.

 

STRANGE GAMES
di Vladimir Olshansky
con Vladimir Olshansky, Carlo Decio e Yury Olshansky
marionette: “Cigno" - Natalya Lazareva (Russia), "Ragno" e "Giraffa" - Paolo Baroni (Italia)
creazione e regia Vladimir Olshansky
scenografie Simon Pastukh (Usa)
scenografie e costumi Boris Petrushansky (Russia, Francia)
effetti speciali e olografie Johan Melin (Svezia)
disegno luci Ignazio Abbatepaolo e Paolo Baroni
Produzione Olshansky Art De La Joiе - Compagnie Théâtrale
In collaborazione con Yury Gertzman, Vladislav Druzhinin, Yury Olshansky

 

Peccato che fra poco tutta la cartaccia raccolta sarà nuovamente buttata addosso agli spettatori delle prime file che cominciano a capire di essere coinvolti fra luci stroboscopiche e musiche strane. Però sono quasi tutti giovani e sorridono, le gag sono ingenue, dal sapore infantile e ben architettate. In velocità cambia la storia: ora c’è un vecchio, anzi in realtà ce ne sono due e sono proprio i magnifici fratelli Olshansky, Vladimir e Yury, assieme al più giovane Carlo Decio, bravissimo nel far loro da spalla. Insomma c’è un uomo seduto su una sedia come fosse il suo normale letto, che non riesce ad addormentarsi perché sente troppo forte il rumore delle lancette di una sveglia, che sembrano battergli dentro al cervello. La gag prosegue e fa davvero ridere tanto, ma non racconto i dettagli perché certe cose vanno viste coi propri occhi. Altra scena: un uomo scopa il pavimento ma ecco, la scopa diventa un ramo, poi una canna da pesca, sempre sotto i nostri sguardi tornati bambini, perché in realtà non succede nulla ma la suggestione è totale…

Altro sketch: il nostro protagonista si trova in mezzo al traffico, in stazione; da lì sale delle scale, tante ma tante, girano e sembrano non finire più, tanto che al nostro uomo dai capelli grigi viene il fiatone e rallenta, ma finalmente è arrivato. Si mette in ordine perché si crede atteso per un colloquio di lavoro ed è tutto contento, però gli si dice di attendere. Dopo un po’ decide di provare ad andare avanti ma appena smuove la maniglia della porta dinanzi a lui una voce potente gli intima “Vietato entrare!”. Lui va avanti e indietro, non capisce finché la porta gli scappa… e cerca di trattenerla finché prova a uscire ma, appena tocca la maniglia ecco la voce potente: “Vietato uscire!”. Il nostro eroe è sconvolto e alla fine la farà contro il muro ma passano le ore, il tempo scorre e lui è infine invecchiato, è curvo e usa un bastone per camminare. Ma è ancora vietato entrare di là e uscire da lì e il disperato tentativo dell’uomo per forzare una porta fa scattare un allarme. Passa da lì uno struzzo dalle piume colorate, poi un albero di frutta e verdura varie, ovvero pere, arance, banane, carote, pomodori. Infine arriva una sposa che gli regala dei fiori e nasce un tema così poetico e struggente da richiedere i fazzoletti per raccontarlo.

Tutti questi elementi curiosi appartengono alla produzione della compagnia teatrale Olshansky Art De La Joiе. Gli effetti speciali e olografie sono di Johan Melin (Svezia), le scenografie e i costumi sono di Boris Petrushansky (Russia, Francia), altre scenografie sono di Simon Pastukh (Usa) ma soprattutto ci sono le marionette: il “Cigno" è di Natalya Lazareva (Russia), il "Ragno" e la "Giraffa" sono di Paolo Baroni (Italia). Tutto avviene con la collaborazione di Yury Gertzman, Vladislav Druzhinin e Yury Olshansky, un team creativo davvero fantastico nel far apparire che esistano solo due o tre attori in tutto, grazie alle maschere e ai trucchi.

Nuovo cambio di scena, senza che cambi proprio nulla in realtà: c’è un alieno su Marte? Sì e ha un’arma che spara… talco! Arriva un altro alieno mascherato e lo scaccia. Tanti suoni accompagnano la storia, un mix di musiche classiche con pianoforte e violini, portati da un angelo, trasformato poi in musica elettronica, da uccidere con un coltello… l’alieno rientra con un insetto gigante al guinzaglio, ha gli occhi rossi lampeggianti. Le lucette fiammeggianti ovunque sono davvero originali, poi entrano due col mitra e spruzzano acqua anche su di noi. Arriva un’anatra ma sarà l’uomo che la guarda a volare via nel cielo. Ora gli angeli sono due ma la vera guerra è già sulla Terra, non in cielo. E qui c’è chi dà gli ordini, gente che non rischia mai la morte come i tanti soldati che gli ordini devono eseguirli, eppure sarà lui a ricevere le medaglie.

Poi, i soldati sono tutti morti, lui nasconde le medaglie e fugge. Uno, ormai solo e disperato, pensa a suicidarsi e sceglie di impiccarsi, ma prima lo ferma il telefono, poi il campanello della porta, infine si ferma lui, guarda fuori dalla finestrella e chiede a voce alta: “Come stai?”. Nel pubblico in tanti gli rispondono “Bene!” e lui torna a sorridere… ecco uno scroscio di pioggia, si sente molto forte ma arrivano dei fiori che si trasformano in ombrelli, mentre ascoltiamo una versione davvero splendida di ‘Paloma’ cantata da Caetano Veloso e, mentre i due artisti sul palco danzano leggiadri, ecco arrivare le note di ‘La vie en rose’ cantata e suonata da Louis Armstrong. Uno spettacolo che fa bene al cuore, accolto giustamente da applausi a non finire.

 

Pacta Salone - via Ulisse Dini 7, 20142 Milano
Per informazioni e prenotazioni: mail biglietteria@pacta.org - promozione@pacta.org, telefono 0236503740 – ufficio scuole ufficioscuole@pacta.org
Orari biglietteria: dal lunedì al venerdì dalle ore 16 alle ore 19, nei giorni di spettacolo dal martedì al sabato dalle 16, domenica dalle 15
Biglietti: intero €24, under 25/over 60 €12, CRAL e gruppi €10 (min. 10 persone), gruppi scuola €9, prevendita €1,50
Orario spettacoli: ore 20.45
Durata: 75 minuti

Articolo di: Daniela Cohen
Grazie a: Giulia Colombo, Ufficio stampa iagostudio
Sul web: www.pacta.org

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daniela@cohen.bz (Daniela Cohen) TEATRO \ RECENSIONI Thu, 12 Jan 2017 21:23:37 +0000
Festival della Magia - Teatro Manzoni (Milano) http://www.saltinaria.it/recensioni/spettacoli-teatrali/festival-della-magia-2017-raul-cremona-teatro-manzoni-milano-recensione.html http://www.saltinaria.it/recensioni/spettacoli-teatrali/festival-della-magia-2017-raul-cremona-teatro-manzoni-milano-recensione.html Festival della Magia - Teatro Manzoni (Milano)

Torna il Festival della Magia voluto da Raul Cremona! Ecco un modo fantastico per iniziare l’anno nuovo e io l’ho scelto: assistere a una girandola di illusioni e divertimento al Teatro Manzoni di Milano che, in principio d’anno, propone il modo migliore per trascorrere una serata in serenità e allegria. Non appena il pubblico ha riempito il teatro fino a renderlo tutto esaurito, si spengono le luci e si accende un riflettore che punta verso il fondo della platea, dove vediamo caracollare lungo il corridoio che porta al palcoscenico un omone in frac e cilindro neri che ‘cavalca’ una specie di cammello con un fiore in bocca, il tutto ergendosi su trampoli che rendono la sua andatura assai problematica. E’ il primo momento di surrealismo, spazzato via dall’ingresso scalpitante di Raul Cremona che attacca subito a coinvolgere gli spettatori: “Ci sono tanti bambini, che bello, a me piacciono molto… ne ho tre nel frigorifero… sono le sue prime parole.

 

AGIDI e SHOWLAB presentano
Raul Cremona
il primo
FESTIVAL DELLA MAGIA
a Milano
II edizione
da un’idea di Raul Cremona
con Christopher Castellini (Italia), Dion (Olanda), Alberto Giorgi (Italia), Hannah (Giappone), Charlie Mag (Spagna), Vittorio Marino (Italia) e Andrea Piccolini (Italia)
con la partecipazione di Felipe
e con altri ospiti magici a sorpresa

 

Poi disquisisce sul fatto che qui si fanno magie bianche, non quelle nere, quelle cattive. “Noi facciamo magie buone come quelle che arrivano dall’Olanda con Dion!” e si apre il sipario sul primo intervento, raccontato come quello di uno che faceva da assistente a un altro mago ma che voleva esibirsi pure lui in prima persona. Ci ritroviamo un gigantesco cappello a cilindro nero, enorme, di cartapesta, poggiato a rovescio sul palco e da questo esce di colpo Dion vestito da coniglio. Attorno a lui tutti gli oggetti presenti sono fuori misura, grandissimi, e c’è pure una grandissima valigia che il coniglio apre per tirarne fuori oggetti di ogni sorta e con cui inizia le sue magie, quelle vere che lasciano tutti a bocca aperta. Il suo obiettivo finale era quello di riuscire a prendersi una carota gigante che stava molto in alto e ci riuscirà. Sketch dolcissimo, adorato da tutti i bambini presenti.

Torna Raul Cremona che, come accadde pure lo scorso anno con la Prima Edizione di questo Festival, presenta i personaggi che vedremo susseguirsi coi loro numeri, permettendo al contempo ai tecnici di togliere tutto il materiale precedente dal palco per introdurre quanto sarà utilizzato dal prossimo mago, senza perdere l’occasione per farci divertire e stupire almeno un po’. In questa occasione ci ricorda di essere il presidente del club dei Maghi di Milano che ha lavorato moltissimo per creare questo evento portando non solo giovani ma anche artisti internazionali. Il prossimo però è italiano e ha soltanto 20 anni, si chiama Andrea Piccolini e fa il prestigiatore. Tra le dita delle sue mani palline oppure tantissime carte colorate appaiono o scompaiono mentre lui ci guarda con degli occhioni grandi spalancati verso il pubblico. Il suo numero è perfetto e si dimostra già bravissimo nonostante la giovane età. Il sipario si chiude fra lo scrosciare degli applausi.

Ecco ancora Raul, con fazzoletto rosso che diventa bianco nelle sue mani, giochino già visto ma sempre d’effetto specie se condito da battute comiche, tipo il cartomante che dice a un giovane: “Non farai nulla fino ai 40 anni, né lavoro, né famiglia, niente donne, proprio nulla”. “E poi?” chiede il malcapitato. “Dopo ti abitui”. E siamo introdotti a Christopher Castellini, un mentalista. Il primo impatto col pubblico è molto forte perché Christopher è un giovane molto magro, seduto su una sedia a rotelle che si muove elettricamente e gli permette di avvicinarsi o allontanarsi dal pubblico o dal tavolo su cui stanno i suoi giochi. Parla di Teofrasto, filosofo e botanico dell’ antica Grecia, che aveva teorizzato come un messaggio infilato in una bottiglia potesse attraversare millenni e giungere fino a noi. Nulla accade per caso” ci dice il nostro mentalista, che ha l’attenzione di tutto il pubblico, a cui chiede aiuto. Salgono due uomini sul palco e grazie a loro si compie un numero davvero incredibile! Il mentalismo ha reso abilissimo questo artista sbalorditivo che si merita fino in fondo il lungo applauso tributatogli dal pubblico milanese.

Cremona arriva e lancia un coniglietto fra il pubblico per scegliere uno spettatore a caso, ma in realtà scopriremo che non ci si sta propriamente affidando al caso, poiché sale sul palco la sua spalla comica, l’amico Gianluca Beretta. Tutte le battute e i giochini servono per dare tempo al cambio di palco, spiega ancora Raul, che tenta di sapere dalla regia quando potrà annunciare il prossimo intervento e infine ci presenta un grande illusionista, Alberto Giorgi. Logico che ci volesse più tempo, sul palco ci sono oggetti stranissimi, grandi e strutturati in legno e metallo, molto strani ma ne capiremo l’uso. Col primo oggetto gli vedremo far comparire una bellissima ragazza, che gli fa da assistente e poi scompare per riapparire poco dopo in un posto assolutamente imprevedibile, molto lontano da dove si è svolto l’inizio del gioco. Dopodiché il sipario si chiude per mettere in scena altri esperimenti, e intanto Alberto Giorgi, un uomo dalla barba brizzolata e dall’aspetto giovanile seppure severo, ci diletta con un fazzoletto che sembra possedere vita propria. Finché si riapre il sipario che mostra un grande parallelepipedo nel quale si rinchiude lo stesso mago che, utilizzando carrucole, taglieri e marchingegni vari, sembra spezzarsi in due, letteralmente. Ci mostra i pezzi di sé aprendo sportellini vari ma finalmente si ricompone e lo scatolone è nuovamente un rettangolo verticale. Senonché è vuoto, l’illusionista è scomparso e, suscitando applausi e grandi “Ooohh” dopo nemmeno due secondi riappare dall’ingresso e percorre l’intero corridoio centrale che conduce al palco, in molto più tempo di quanto ne sia passato dall’istante in cui è scomparso a quando è riapparso, lontano una quarantina di metri all’indietro! Geniale.

Cremona ritorna a dominare e domanda: “Quando tornerà di moda la mente?” mentre il primo tempo si chiude con il grandissimo Carlo, l’uomo sui trampoli sempre in frac e cilindro che ci regala un bel momento di spettacolo per bambini. L’intervallo permette a tutti di sgranchirsi e, col secondo tempo, torna il clown che prima era sui trampoli: ora si chiama Victor ed è molto più minuto ma farà sempre ridere i più piccoli. Raul lo sostituisce e saluta non solo il pubblico in generale ma anche i diversi artisti presenti in sala, dopodichè presenta ancora Dion, dall’Olanda, che propone nuovi giochi con ventagli e candele accese che appaiono e scompaiono dalle sue mani; perfino getta a terra la giacca, esibendosi così con meno possibilità di nascondere eventuali trucchi, per intenderci, ma continua a moltiplicare oggetti con grande abilità. Altro intermezzo comico ed ecco arrivare Hannah, un’artista proveniente dal Giappone che ha appena 15 anni. Balla e fa apparire carte colorate, ma poi lancia due bastoni che si mettono a ballare con lei, seguendo la musica e ruotandole attorno. Hannah è più bella di un personaggio dei cartoni animati giapponesi, sembra una bambina deliziosa e si veste da ragazzina come solo le giovanissime del Sol Levante sanno fare. Pare che viaggi sempre in compagnia della mamma ed è bravissima, come dimostra l’accoglienza del pubblico.

E’ il momento di Charlie Mag, dalla Spagna, che ci propone giochi con colombe bianche che appaiono dove prima c’era solo un fazzoletto o proprio niente. Vengono messe in una gabbietta e, mentre gli spettatori seguono affascinati le varie apparizioni, ecco che ora al suo posto c’è una vasca di pesciolini rossi e le colombe non ci sono più… anche la colomba rosa lascia il posto a tantissime carte colorate ma i pesciolini sono il motivo di sgomento maggiore. Torna Alberto Giorgi col suo Cabaret du Monde e, dopo essersi infilato una maschera sul viso, maneggia un altro strano marchingegno, sempre bellissimo, dall’aspetto antico, in cuoio, legno e metallo col quale si taglia a metà. Poi entra la ragazza di bianco vestita e cambiano il curioso oggetto, all’interno del quale entra lei. Qui la ragazza scopre di essere stata inserita in una scatola che prenderà fuoco ma ormai siamo al gran finale: la ragazza si chiama Laura e tornano tutti sul palco per gli applausi meritatissimi. Dion dall’Olanda, Andrea Piccolini, Christopher Castellini, Alberto Giorgi e Laura, Hannah Chan dal Giappone, Charlie Mag dalla Spagna, Felipe l’assistente un po’ scemo, Vittorio Marino il clown su trampoli o senza, tutti hanno contribuito a regalarci due ore e mezza di spensieratezza e sorrisi grazie alla forte volontà di Raul Cremona a cui si deve l’ideazione di questo magnifico Festival.

 

Teatro Manzoni - via Alessandro Manzoni 42, 20121 Milano
Per informazioni e prenotazioni : telefono 800914350, mail: info@teatromanzoni.it
Orario spettacoli: feriali ore 20,45 - 6 gennaio e domenica ore 15,30
Biglietti: Poltronissima Prestige € 27,00 - Poltronissima € 25,00 - Poltrona € 18,00 - Under 26 € 13,50

Articolo di: Daniela Cohen
Grazie a: Rita Cicero Santalena Ufficio stampa Teatro Manzoni
Sul web: www.teatromanzoni.it

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daniela@cohen.bz (Daniela Cohen) TEATRO \ RECENSIONI Mon, 09 Jan 2017 21:14:49 +0000
Cleopatràs - Sala La Cavallerizza, Teatro Litta (Milano) http://www.saltinaria.it/recensioni/spettacoli-teatrali/cleopatras-sala-la-cavallerizza-teatro-litta-milano-recensione-spettacolo.html http://www.saltinaria.it/recensioni/spettacoli-teatrali/cleopatras-sala-la-cavallerizza-teatro-litta-milano-recensione-spettacolo.html Cleopatràs - Sala La Cavallerizza, Teatro Litta (Milano)

Nel piccolo spazio bohémien de La Cavallerizza, all’interno del cortile del Teatro Litta, oggi MTM, si è radunato il pubblico desideroso di assistere a una nuova proposta testoriana, offerta da una brava Marta Ossoli in assolo con la regia di Mino Manni e l’assistenza di Serena Lietti. C’è il tutto esaurito e una luce rossa illumina i muri sbrecciati di mattoni a vista finché entra la protagonista, una giovane donna avvolta da un mantello rosso corallo che la ricopre tutta. Quando getta il mantello a terra, mostra un abbigliamento tipico delle donne da strada: calze malconce di nylon nero, reggicalze, poco altro, tanto trucco e un turbante colorato mal messo. Il vero contrasto è che lei sarebbe dovuta sembrare una finta regina egizia, ormai donna di strada, ma Marta Ossoli ha il difetto di essere troppo bella e di avere un contegno naturalmente elegante, il che fa a pugni col resto. Ma in effetti il pubblico pare apprezzare.

 

Manni/Ossoli presenta
CLEOPATRÀS
di Giovanni Testori
regia Mino Manni
con Marta Ossoli
assistente alla regia Serena Lietti
disegno luci Alberto Gualdoni
spettacolo prodotto con il sostegno e la collaborazione di Amministrazione Comunale di Castel San Giovanni, Diana Ceni, Giulio Fassina, Francesco Paladino, Angelo Sordi, Nuccia Zuterni

 

Parlando per dar vita al suo monologo, l’attrice snocciola le belle e spietate parole di Giovanni Testori, che la proiettano in uno dei tipici personaggi femminili dell’universo inventato dallo storico e critico d’arte, autore teatrale e pittore: la visione di una donna un po’ stracciona, sempre perdente, colma di malinconia e profondi rimpianti “per aver perso il treno della vita. Nonostante non somigli fisicamente al personaggio, la Ossoli ci sta entrando dentro in pieno e affascina sempre più gli spettatori. Ultima opera dell'autore milanese, Cleopatràs è parte, con Erodiàs e Mater Strangosciàs, della trilogia Tre Lai con la quale Testori ha chiuso la propria produzione letteraria e lasciato quello che costituisce a tutti gli effetti un testamento spirituale ed artistico. Una vita in fondo dedicata davvero a riportare gli ultimi, i disperati, i morenti e gli esclusi a una dignità d’amore giusto, valido, meritevole d’attenzione.

E qui racconta come una donna che fu regina d’Egitto, in un impero durato tre millenni, più a lungo di qualunque altro nella storia dell’umanità, dopo aver perso la guerra veda infrangersi completamente il suo universo; Testori dunque la immagina trasformarsi da potentissima imperatrice in ‘bagascia’ di paese. La scelta di inserire brani musicali di vario genere provoca sconcerto, come l’improvviso e gioioso ‘Abbronzatissima’ che introduce il secondo tempo. Le parole continuano a raccontare storie sempre più intime e dolorose mentre la musica sorprende ma accompagna. Si giunge alla terza parte con un treno che parte al capolinea. “Avrei voluto che mi chiamassero ‘L’assass’ e non ‘Cleopatràs’’” afferma Marta, mentre una voce fuori campo recita senza rispettare la lingua di Testori facendo da contraltare alla protagonista, sempre più capace di dare vita all’essenza del personaggio.

Quando di spalle si spoglia lentamente, si toglie infine il foulard e si scioglie i capelli, il foulard diventa gonna e i lunghi capelli le coprono il petto. La stoffa del mantello, avvoltolata e tenuta fra le braccia, si trasforma in un figlio da stringere a sé. Ci viene regalato tutto il dramma di una donna che non ha più nulla, spogliata di ogni bene ma non del suo dolore. Grande il pathos offerto dalla performance di Marta Ossoli e, quando il lungo braccialetto si trasforma in serpente, capace di morderle il seno per ucciderla, una musica africana accompagna la scena, con una esibizione di danza frenetica conclusa con la morte. Ma Cleopatràs non è davvero morta e, tutta rivestita, se ne va a piedi, lentamente. Tantissimi applausi salutano il finale, seguito da un incontro col pubblico che rimane per ascoltare Andrea Bisicchia, scrittore e critico d’arte oltre che amico personale di Testori, il quale racconta aneddoti e propone una riflessione storica, necessaria per comprendere come mai Testori creò un linguaggio nuovo.

Ecco il motivo: “Quando negli anni ’70 Testori prende a scrivere per il teatro” spiega Bisicchia, “i teatri stabili erano in crisi, il linguaggio pure e l’unica soluzione era inventare un nuovo linguaggio. La crisi del teatro è stata una crisi del linguaggio, adoperato da un regista nell’interpretazione dei testi. Tutto in crisi. Occorreva che un regista riscrivesse i testi ormai in crisi. Questo lo capirono sia Giovanni Testori che Dario Fo. E se Testori resiste ancora oggi è grazie alla sua invenzione di un linguaggio rivoluzionario”. La lunga dissertazione sarà forse pubblicata dal bravissimo Andrea Bisicchia che per anni, in qualità di ufficio stampa del Teatro oggi noto come Franco Parenti, visse assieme a Testori la presentazione di numerosi testi teatrali alla presenza dell’autore, amico di Franco Parenti quando il teatro che questi conduceva assieme a Andrée Ruth Shammah si chiamava ‘Salone Pier Lombardo’. E’ bello vedere che i giovani ancora oggi ricordino di mettere in scena testi così coinvolgenti, profondi e capaci di far emozionare e riflettere.

 

Teatro Litta (Sala La Cavallerizza) - corso Magenta 24, 20123 Milano
Per informazioni e prenotazioni: telefono 02/86454545, mail biglietteria@mtmteatro.it
Orario spettacoli: da martedì a sabato ore 21, domenica ore 17
Biglietti: intero 14 €, ridotto under35 e over65 10 €
Durata: 55 minuti

Articolo di: Daniela Cohen
Grazie a: Maddalena Peluso, Ufficio stampa MTM
Sul web: www.mtmteatro.it

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daniela@cohen.bz (Daniela Cohen) TEATRO \ RECENSIONI Sun, 08 Jan 2017 20:58:52 +0000