La traduzione simultanea di uno spettacolo teatrale, “Figli di un dio minore” al Franco Parenti di Milano è il rigoglio di un compromesso, una testimonianza d'amore. Lo spettacolo ha radici antiche: la resa teatrale di Mark Medoff e la versione cinematografica di grande successo interpretata da William Hurt e Marlee Matlin.

Dal 12 al 17 aprile. "La palestra della felicità" è una tragicommedia nonsense alla ricerca di un senso: la ricerca della felicità di un’umanità in cammino. Che cerca l’amore per poi trovare la morte, perché la morte “buca”, lo schermo si sottintende. Teatro nel teatro al tempo dei videogiochi dove gli esseri umani diventano marionette tecnologiche. Il testo di Valentina Diana, interpretato da Elena Russo Arman e Cristian Giammarini, è un gioco violento e ironico, perfino autoironico, ma non per questo clemente. Una regia che mette tutto in mano agli attori, soprattutto all’interprete femminile, notevole.

Il Teatro Filodrammatici di Milano rende omaggio, a suo modo, al genio teatrale di Shakespeare, in occasione dei quattrocento anni dalla sua morte. Non aspettatevi però di incontrare sul suo palco Amleto, Re Lear o Puk; anche quest'anno infatti, lo storico teatro milanese si vanta di essere “Shakespeare-free”. Troverete però, come in Shakespeare, spettacoli che prendono ispirazione dalla contemporaneità, capaci di far ridere e pensare, che introducono il dubbio, la malinconia, che incrinano la visione del mondo in ordine e sicuro, proprio come quelli del bardo di Avon, che frantumavano la vecchia visione del mondo medievale.

All’Elfo Puccini, dentro ad una giungla addomesticata, dal 20 gennaio al 1 febbraio è tornato in scena “Improvvisamente, l’estate scorsa” di Tennesee Williams con la regia di Elio De Capitani, il quale per la seconda volta, dopo l’avventura di Un tram chiamato desiderio, interroga l’universo di Williams. “Qui ho messo in scena Williams da un punto di vista molto interno della sua scrittura teatrale, esasperandone e portandone fino in fondo il lirismo disperato” scrive il regista.

Dal 31 ottobre al 9 novembre. La corsa come metafora della vita in cui si va avanti a fare una cosa senza sapere il perché, ma sapendo che si deve farla fino in fondo, uno sforzo senza senso, sotto un cielo muto e privo di dei; ma anche un personale modo per gabbare quell’incubo che è il destino, uno sforzo rabbioso e vitale di dare un senso, un ordine di marcia – in senso letterale, anche – alla propria esistenza. In un’atmosfera onirica e sospesa, su un palco scevro di oggetti scenici ma ricco di evocazioni, si racconta la vicenda di due ragazzi, due amici, presi in quel momento della vita, circa trent’anni, in cui si ha già un passato su cui rimuginare, e di cui tentare un bilancio, ma ancora tanto futuro davanti, forse possibilità.

La discesa di Orfeo

Sono immagini sbiadite per noi, quelle di una vita vissuta in grandi spazi, con un profondo senso di disumanità al punto da indossare cappucci bianchi forati e trasformarsi in una setta ricordata come Ku Klux Klan. Qui, al centro di un’America da brivido, senza radici né cultura, si sviluppano i drammi di intere generazioni, quelle che hanno portato alla ‘gioventù bruciata’ e alla disperata, ipocrita alienazione di un mondo moderno per lupi travestiti da umani. E’ la storia di “La discesa di Orfeo”, che Elio De Capitani riscrive e dirige con una compagnia numerosa e perfetta per il Teatro Puccini, dal 16 ottobre fino al 4 novembre.

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