San Cesare del pallone

Scritto da  Giovedì, 12 Giugno 2014 

Per la stragrande maggioranza degli italiani di sesso maschile esistono due argomenti che ricorrono in modo privilegiato, quasi monomaniacale, in ogni dialogo: il calcio e la donna. O, per essere precisi, una specifica parte di essa. È chiaro che, in confronto al secondo, il pallone diventi quasi un esercizio intellettuale.

  

Se ne sente parlare in ogni bar, in ogni ufficio, in ogni strada. Al punto che chiunque, come il sottoscritto, assuma istantaneamente, al solo citare il nome di una squadra, l’inconfondibile sguardo della mucca quando passa il treno viene tagliato fuori da ogni discussione. Quello stesso popolo di cui nella storia non si ricorda alcun moto rivoluzionario è in grado di manifestare un indomito fermento insurrezionale alla sola idea che quel cornuto dell’arbitro abbia assegnato un rigore inesistente agli avversari.

Quella stessa gente che si interrompe alla terza riga di qualsiasi articolo di analisi politico-economica (che non contempli insulti verso l’opposta fazione) è in grado di snocciolare a memoria anche i commi e i sotto-commi delle più astruse regole del fuorigioco. Quella stessa nazione che lamenta un giorno sì e l’altro pure i morsi della crisi non pensa nemmeno lontanamente a risparmiare sull’imprescindibile abbonamento alla pay-tv, che ci consente di non perderci neppure una delle partite giocate nell’intero orbe terracqueo.

Per il calcio si riempiono le prime pagine dei giornali, non solo di rosa dipinti (ricordate il caso di Genny ‘a Carogna che tenne impegnato l’intero arco costituzionale per settimane?). Per il calcio si consumano litigi, scontri, faide, guerre. Per il calcio si può addirittura ammazzare un tifoso della squadra avversaria. Poi, una volta ogni due anni, i tifosi di tutte le squadre, perfino delle più odiate, ritrovano romanticamente l’unità sotto l’unica bandiera della propria nazionale.

Quelli che “chissenefrega dello Stato” si riscoprono improvvisamente patriottici e riempiono i balconi di tutte le case d’Italia di tricolori di ogni dimensione. E perfino i più informati, quelli che “questi politici che guadagnano trentamila euro al mese devono andarsene tutti a casa” non hanno il benché minimo sussulto critico verso il commissario tecnico Cesare Prandelli. Che ha appena rinnovato il contratto a 1,65 milioni di euro all’anno, a fronte di risultati ottenuti che francamente mi sfuggono (ma sarà perché non me ne intendo, l’ho ammesso).

La spesa non pesa al suo amico Matteo Renzi (che pure ha imposto il tetto massimo degli stipendi per i manager pubblici a 239 mila euro lordi all’anno), amato dagli italiani ormai quasi quanto l’allenatore azzurro. I politici sanno bene che, quando gioca l’Italia, agli italiani non gliene frega niente, ma proprio niente, di quello che combinano nel palazzo. Quindi vai pure con la stangata della Tasi, che tanto tra poco c’è il fischio d’inizio. E nessuno se ne accorge. 

Articolo di: Fabrizio Corgnati

 

 

 

 

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