Prove tecniche di rivoluzione

Scritto da  Venerdì, 18 Aprile 2014 

Prima la manifestazione per il diritto alla casa del 12 aprile, poi ancora tafferugli il 16, durante lo sgombero di un edificio occupato all’Eur. E i video, quelli in cui compare l’agente (“un cretino”, l’ha definito il capo della polizia Alessandro Pansa) che calpesta una ragazza stesa a terra per la strada e quello del manifestante inerme colpito con pugni, calci e manganellate. La crisi inasprisce la tensione sociale e con questa si rinnovano gli episodi di guerriglia.

Con l’immancabile codazzo al seguito dei dibattenti. Di quelli che “i poliziotti sono tutti bastardi” e di quelli che “i manifestanti provocano, sono rivoluzionari da salotto, non era inerme perché aveva in mano una bottiglia”. Li riconoscete spesso perché amano citare la famosa poesia di Pasolini che sta dalla parte dei poliziotti “figli dei poveri” invece che dei contestatori “figli di papà”. Che peraltro aveva alle spalle un concetto un po’ più approfondito di questo, poi con il tempo dimenticato e strumentalizzato. E che comunque resta, in ultima analisi, una solenne cazzata, anche se firmata da uno dei più grandi intellettuali che l’Italia abbia mai avuto (ebbene sì, sbagliava anche lui).


Qui non si tratta di far gara a chi ha più torto. Il messaggio sarà banale, ma alla fine si riduce tutto a questo: la violenza è sbagliata, sempre. È sbagliata quella dei manifestanti, che facendovi ricorso tradiscono le loro idee anche quando queste sono giuste e condivisibili, e ne vanificano la portata rivoluzionaria (oltre ad impedirne la penetrazione nell’opinione pubblica: voi che leggete vi ricordate le ragioni del corteo o piuttosto le immagini dei pestaggi?). Per questo le manifestazioni dovrebbero sempre avere un adeguato servizio d’ordine e buttare fuori le mele marce.


Ma è sbagliata altrettanto quella delle forze dell’ordine che, pur facendo un lavoro non invidiabile e mal pagato, ricoprono un ruolo sociale fondamentale: a loro è riservato il monopolio della violenza, che non può mai trasformarsi in arbitrio, in tortura. Per questo i poliziotti dovrebbero indossare dei caschi numerati e riconoscibili, perché scovare e punire chi va oltre il limite consentito dalle regole civili è interesse prima di tutto di quegli agenti che svolgono il loro lavoro bene e coscienziosamente.


Ma in ultima analisi c’è un’altra responsabilità in ogni escalation di violenza, ed è quella che rimanda alla politica. Tutte le volte in cui la Lega Nord evoca i milioni di fucili, tutte le volte in cui Grillo incita alla rivolta armata contro le istituzioni, tutte le volte in cui si cavalcano i mal di pancia, si soffia sul fuoco sociale, si aizza una categoria contro l’altra, il tutto per un becero tornaconto elettorale di una manciata di voti, non andrebbe dimenticato che passare dalle parole ai fatti è un’operazione molto più semplice e rapida di quanto si creda. E irreversibile.

 


http://www.youtube.com/watch?v=lWIeVTs94rI

 

 

Articolo di: Fabrizio Corgnati

 

 

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