Non finire come la Russia

Scritto da  Giovedì, 23 Gennaio 2014 

Gli occhi del mondo sono tutti puntati verso la Russia. Tra due settimane, a Sochi, una città di 300 mila abitanti sul Mar Nero, al confine con la Georgia, cominceranno i ventiduesimi Giochi olimpici invernali. Un buon motivo per riportare all’attenzione della comunità internazionale il Paese più grande della Terra (17 milioni di chilometri quadrati), con tutte le sue inquietanti contraddizioni.

Non sono un profondo conoscitore della Russia, ma un aspetto di questa nazione mi ha sempre interrogato. Fino all’inizio dello scorso secolo, poteva a ragione essere definita il centro della cultura europea. Senza arrivare a citare i pionieri del cinema (ricordate la corazzata Potemkin di fantozziana memoria?), pensate soltanto ad alcuni tra i più grandi romanzieri di tutti i tempi (Gogol, Dostoevskij, Tolstoj, più il drammaturgo Cechov), per non parlare delle vette straordinarie raggiunte nella musica (Rimskij-Korsakov, Musorgskij, Stravinskij, Rachmaninov, Prokof’ev, fino ad arrivare al sublime Piotr Cajkovskij).


Cento anni dopo, ciò che resta della cultura russa è un gruppo di sgallettate poco vestite dal nome di Serebro (-lese?). E, meno pittorescamente, lo Stato più arretrato d’Occidente per quanto riguarda i diritti umani (la legislazione “contro la propaganda gay ai minori” si commenta da sé) e la libera espressione (il caso più emblematico è quello delle Pussy Riot, sul quale molto meglio di me può illuminarvi il libro, sempre attuale, di Alessandra Cristofari intitolato appunto “Free Pussy Riot”). E a poco vale il lifting superficiale del regime (leggasi, la liberazione di una manciata di oppositori) per mostrare una faccia minimamente presentabile in vista del grande evento.


Come è possibile che la Russia si sia ridotta così in meno di un secolo? Come è possibile che abbia sprecato un tale patrimonio culturale riducendosi a una sottospecie di enorme satrapia moderna? Io credo che la risposta sia di natura squisitamente socio-politica. Credo che sia il risultato di troppi decenni di una dittatura (sovietica e post) che ha avuto al primo punto del proprio programma quello di appianare le differenze, annientare il pensiero indipendente, ridurre i cittadini in sudditi. Un governo che non promuove la cultura, perché non ne sa riconoscere il valore o semplicemente perché ha interesse a ridurre il popolo in una mandria facilmente controllabile, produce a lungo andare la cancrena della propria nazione.


Ebbene, rischiando l’iperbole, voglio dire che vedo questo pericolo molto presente anche nella nostra Italia. Una nazione che, come la Russia moderna, ha una grande passione per i condottieri salvatori della patria (ne abbiamo tre esempi a capo dei principali partiti) e scarsa per i dissidenti, che ha il tarlo monomaniacale della crescita economica e non si cura minimamente della crescita culturale (perché, del resto, “con la cultura non si mangia”, vero Tremonti?). L’Italia ha già dilapidato da tempo tutto il suo glorioso passato di culla della civiltà. Oggi, un Paese che non riesce nemmeno ad accettare serenamente che uno dei suoi ministri abbia la pelle di un colore diverso e di cui uno dei rappresentanti parlamentari arriva a paragonare l’omosessualità alla pedofilia è davvero ad un passo dalla barbarie putiniana.


Forse, più che preoccuparci di non finire come la Grecia, dovremmo preoccuparci di non finire come la Russia.

 


http://www.youtube.com/watch?v=gLhC2eTkVCM

 

 

 

Articolo di: Fabrizio Corgnati

 

 

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