La resistibile ascesa di Beppe Grillo

Scritto da  Venerdì, 07 Febbraio 2014 

“Ma perché te la prendi sempre con il Movimento 5 stelle? Non saranno esperti e preparati, ma sono dei ragazzi di buone intenzioni, che vogliono davvero cambiare l’Italia”. Quante volte abbiamo sentito questo ragionamento? Proverò a darvi la mia risposta: me la prendo tanto con il Movimento 5 stelle proprio perché le buone intenzioni e la voglia di cambiamento oggi sono merce rara. E non possiamo davvero permetterci di sciuparle rincorrendo l’ennesimo capopopolo urlante.

In altre parole, chi nel 2014 crede ancora a Berlusconi o al Berluschino (più noto con il nome di Renzi) probabilmente è perso senza speranza. Invece, credo realmente (e lo dico per conoscenza diretta) che la maggior parte dei simpatizzanti e persino dei militanti a cinque stelle non siano fascistoidi o peggio, come spesso vengono dipinti. Il loro errore, piuttosto, è quello di tapparsi gli occhi, di accontentarsi di quella manciata di idee condivisibili e rivoluzionarie che pure Beppe Grillo ha proposto, decidendo di tralasciare completamente tutto il resto. Cioè, il cancro che mina alle fondamenta il loro non-partito e lo rende sterile, incapace di poter mai essere una forza di autentico cambiamento.


Se è vero come è vero che i pentastellati non sono fascisti, infatti, come possono accettare di buon grado il linguaggio sempre più fascista che i loro rappresentanti stanno assumendo? Dalla provocatoria esortazione “italiani” urlata da Grillo nei suoi comizi al “vincere e vinceremo” ripetuto sempre dal guru genovese, dal “boia chi molla” pronunciato nientemeno che nell’aula del Parlamento da Angelo Tofalo al rogo dei libri, dagli espliciti inviti al linciaggio verbale verso i giornalisti non graditi fino ai flirt con Casa Pound. Tutti esempi che riportano a galla solo i ricordi più inquietanti seppelliti nella fogna della storia.


Ma è soprattutto il metodo del Movimento 5 stelle ad essere intrinsecamente dittatoriale. Per quanto si riempia la bocca della parola d’ordine “uno vale uno”, Grillo è in realtà il “capo politico” (sua autodefinizione) e addirittura il proprietario effettivo del partito e del suo logo. È lui a dettarne l’agenda attraverso il suo blog. È lui, in ultima analisi, a concedere o meno l’utilizzo del marchio a qualsiasi lista locale o nazionale. È lui a decidere se e quando consultare una manciata di iscritti online o quando invece (come per l’impeachment a Napolitano) può bypassare impunemente la democrazia diretta. È lui, soprattutto, ad arringare le folle dal palco urlando slogan che i suoi sostenitori poi ripetono a pappagallo.


Lo cantava Daniele Silvestri nella sua “Voglia di gridare” (prima che vi scagliate anche contro questo nuovo nemico, sappiate che è stata scritta nel 1994, più o meno quando Grillo i computer li spaccava ancora): “Non mi devi giudicare male/ anch'io ho tanta voglia di gridare/ ma è del tuo coro che ho paura/ perché lo slogan è fascista di natura”. Sto esagerando? Ricordatevi di quei giornalisti che durante l’ascesa di Mussolini derubricavano i suoi atti peggiori a innocui e trascurabili incidenti di percorso. I Travagli e i Travaglini (più noti con il nome di Scanzi), che oggi spernacchiano e prendono in giro chiunque si permetta di criticare Grillo, saranno anche loro considerati corresponsabili di ogni futura deriva.


Perché, per citare di nuovo Silvestri, “Il numero è importante, dà peso alle parole/ per questo tu ogni volta prima pensale da sole/ e se ci trovi il minimo indizio di violenza/ ricorda che si eleverà all'ennesima potenza”. Qual è il vostro limite di accettazione? Quando direte finalmente basta a questa orrida escalation di insulti razzisti e maschilisti e di inneggiamenti furbetti e impliciti alla violenza contro chiunque non la pensi come voi? Se è vero, come dice Grillo, che “il Movimento ama i libri”, ve ne consiglio uno. È un dramma composto da un noto scrittore morto (probabilmente perché vicino ai partiti, non si sa) di nome Bertolt Brecht nel 1941, quando Grillo non era ancora nato, e si intitola “La resistibile ascesa di Arturo Ui”.

 

All’apparenza si tratta di una parodia del regime hitleriano, ma in realtà è un lucido racconto dei meccanismi utilizzati dai tiranni e tirannetti di ogni tempo. Dalle maledizioni all’informazione (“Tutta colpa della stampa/ questa spina nella zampa”) fino al contributo dei professionisti della comunicazione (i Casaleggio ante litteram) che insegnano i segreti della dizione al balbuziente protagonista. E se pensate che siano storie d’altri tempi, che oggi dopotutto non valgono più, leggetevi con attenzione anche il finale. “E voi, imparate che occorre vedere e non guardare in aria; occorre agire e non parlare. Questo mostro stava, una volta, per governare il mondo! I popoli lo spensero, ma ora non cantiamo vittoria troppo presto : il grembo da cui nacque è ancor fecondo”.


http://www.youtube.com/watch?v=xkkCje38UmA

 

 

Articolo di: Fabrizio Corgnati

 

 

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