A denti stretti

Scritto da  Sabato, 03 Maggio 2014 

Avendo scelto di dedicare una rubrica alla lettura dell’attualità attraverso gli occhi dell’arte, non posso proprio esimermi dall’offrire la mia opinione (non richiesta) su quanto accaduto sul palco del concertone del primo maggio. La musica? Macché. Avete capito benissimo: mi riferisco alle parole di Piero Pelù.

Intanto vale la pena di ricordarle, quelle parole, visto che mezzo Paese ha colto l’occasione per tornare a misurarsi nello sport nazionale: discutere di ciò che non si conosce. Ecco ciò che il leader dei Litfiba ha pronunciato in piazza San Giovanni: «Il non eletto, il boy scout di Licio Gelli, deve capire che in Italia c’è un grande nemico, ma quel nemico è interno: si chiama disoccupazione, si chiama corruzione, si chiama voto di scambio, si chiama mafia, si chiama 'ndrangheta e si chiama camorra».


Tutto qui. Tanto è bastato per vedersi rovesciare addosso la bile degli stizziti lupetti del boy scout (che peraltro Pelù non ha nemmeno nominato: evidentemente ha la coda di paglia). Pina Picierno: «Mi dispiace che a dire no a questi 80 euro sia una persona fortunata e benestante grazie al suo talento. Ogni tanto però bisognerebbe uscire dai panni del rocker milionario e indossare quelli di chi vive con mille euro al mese». Alessandra Moretti: «Sarebbe bene che comici e cantanti si occupassero del loro mestiere».


Ora, cerchiamo di capire che cosa in queste parole abbia suscitato lo sdegno dei renzini (senza la “a”). Spero che non sia il richiamo alla disoccupazione, alla corruzione, al voto di scambio e alle mafie, problema del quale il presidente del Consiglio immagino sia ben conscio, visto che si è vantato a lungo di aver fatto approvare una legge in tal senso (decisamente buona, infatti non l’ha scritta lui). Penso che non siano gli appellativi di “non eletto” e “boy scout”, che sono dei puri e semplici dati di fatto sine iniuria.


Dunque immagino che lo scandalo venga dal richiamo a Licio Gelli. E qui c’è la sorpresa più grande, cioè che Pelù ha effettivamente ragione ad accostare il piano di rinascita democratica della fu P2 al programma del governo. Mi limito a citare i punti principali del documento gelliano: la nascita di due partiti al fine di semplificare il panorama politico, il controllo dei media (qual è il faccione che vediamo più spesso in televisione in questo periodo?), la ripartizione di fatto delle competenze tra le due Camere, la riduzione dei parlamentari, l’abolizione delle Province. Vi ricorda niente?


Tutte riforme promesse dal mostrino di Firenze, che per fortuna ha la buona abitudine di non tradurre quasi mai in fatti le follie che dichiara. Dalla P2 al Pd2, quindi. Ma, in realtà, penso che non sia nemmeno l’accostamento a Gelli ad aver fatto scaldare tanto i ragazzi di Happy Days. Penso che il punto sia quello che ha messo in luce la Moretti: cosa vogliono questi cantanti, cantino e basta. Come si permettono di criticare il caro leader? Ebbene, questa è una dimostrazione plastica della concezione malata che costoro hanno della cultura, per rendersi conto della quale del resto è sufficiente ascoltare i loro discorsi.


Spiacente di deluderli, ma il ruolo degli artisti e degli intellettuali, in qualunque paese evoluto, è ed è sempre stato anche quello di intervenire nel dibattito politico con le loro idee, le loro critiche, i loro suggerimenti, i loro sproni. E se in Italia non siamo abituati a questo è perché non siamo un paese evoluto o piuttosto perché molti di coloro che si fregiano dell’attributo di “artisti” non fanno nulla per meritarlo. Pelù non è uno di questi: infatti ha tutto il diritto, come qualsiasi cittadino, di esprimere il proprio parere su qualsiasi cosa, anzi, dalla sua posizione ne ha addirittura il dovere morale. E se i piddini ritengono che abbia torto, ribattano sui contenuti, invece di liquidarlo come un invidioso arricchito.


Certo, resta il fatto che le parole degli artisti poi vanno comprese. Altrimenti si rischia di scatenare una tempesta in un bicchiere d’acqua, come quella sorta per le parole di Paolo Villaggio su Radio Capital: «La banana di Dani Alves? Ma quale rivoluzione anti razzista. Noi fingiamo di essere buoni ma quella africana è una cultura inferiore». Prima di strapparsi le vesti, forse le anime belle avrebbero fatto meglio a studiarsi la storia del grande attore e scrittore ligure, che da anni coltiva (caso raro in Italia) il gusto per il paradosso e la provocazione intellettuale. Il fatto che molti abbiano creduto che quelle parole le pensasse davvero dimostra che ha colto ancora una volta nel segno.


E ha tanto più colto nel segno vedendo il successo che i selfie con la fatidica banana stanno riscuotendo in questi giorni sui social network e su tutti i giornali del mondo. L’ennesima trovata auto-assolutoria che ci permette, con un semplice scatto o un “Mi piace” su Facebook, di crederci attivisti per i diritti umani stando comodamente seduti sul divano del nostro salotto.

 

http://www.youtube.com/watch?v=SAJ6Pa7rq6A

 

 

Articolo di: Fabrizio Corgnati

 

 

 

 

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