Norah Jones - Day Breaks (Blue Note, 2016)

Scritto da  Mercoledì, 30 Novembre 2016 

Norah Jones finalmente ha pubblicato il suo nuovo disco: il sesto da solista e dopo quattro anni dal precedente “Little Broken Hearts”.Il nuovo album si avvicina molto, nello stile, al suo primo CD quello che conquistò milioni di ascoltatori che divennero suoi ammiratori: si chiamava “Come Away With Me”, uscì nel 2002 e vendette 25 milioni di copie in tutto il mondo. La sua canzone “Don’t Know Why” è ormai un classico e fra un dieci/venti anni potrà fregiarsi del titolo di “evergreen”.

Il nuovo disco si intitola “Day Breaks” e contiene dodici brani più, nella edizione deluxe, altri quattro, versioni live di tre canzoni già contenute in quella normale del disco, e infine, a conclusione, un’altra versione live di “Don’t Know Why”, giusto per agganciare una sorta di discorso con le origini e anche per far conoscere questa bellissima canzone ai giovanissimi che non ebbero la ventura di “scoprirla” a tempo debito. 

3 delle 12 canzoni sono cover di successi famosi di Horace Silver, Neil Young e Duke Ellington.
9 delle 12 canzoni inedite, cover a parte, sono state scritte da Norah Jones, 3 insieme a Sarah Oda, 3 con Peter Remm, 2 dalla sola Norah e una è stata composta soltanto da Sarah Oda.

Erroneamente definita cantante di musica jazz, Norah Jones è una cantante che proviene in realtà dal country e dal folk. Figlia del famoso suonatore di sitar Ravi Shankar, con cui non ebbe mai un buon rapporto, visse con la madre, cantante di musica soul. Pur apprezzando quel genere, il suo timbro vocale non le permetteva di seguirne l’esempio e si avvicinò alla musica blues e jazz (Billie Holiday e Bill Evans erano i suoi primi idoli). Iniziò a studiare pianoforte a quattro anni e proseguì gli studi fino alla laurea. La passione per il country l’apprese invece dalla nonna materna e Willie Nelson divenne uno dei suoi cantautori favoriti (non a caso nel nuovo disco ha inserito la cover della famosa “Don’t Be Denied”). All’epoca viveva nel Texas ma a venti anni era già a New York e iniziò a suonare nei locali del Village, sia con diversi gruppi musicali, sia da sola.

Fu grazie a queste esibizioni che entrò nel giro delle case discografiche esibendo i suoi provini di musica jazz a vari discografici, che però non riconobbero nella sua voce una vera vena jazzistica, finché un dirigente della Blue Note l’affidò al produttore Arif Mardin che cercò in lei uno stile più consono alla sua tonalità vocale e, dopo un anno di lavoro, nacque finalmente il disco “Come Away from me” che, senza alcuna produzione mirata, né pubblicità radiofonica, raggiunse, dopo un anno, la vendita di un milione di copie. Era il 2002, il disco fece il giro del mondo e Norah Jones divenne subito una star.
Adesso non possiamo ancora prevedere l’esito commerciale di questo nuovo disco perché contiene pro e contro. Innanzitutto il tornare a un genere musicale che spiazzò positivamente il pubblico 14 anni fa può essere rischioso se si mette in conto che l’epoca che stiamo vivendo corre quasi come la luce e i gusti musicali, specialmente quelli dei giovani, cambiano.
Dall’altra i collaboratori che la cantante ha scelto costituiscono una garanzia di alta qualità e lei stessa, specialmente con il piano, che suona in tutte le canzoni, ha fatto notevoli progressi. Inoltre qui, benché alcuni insistono nel considerarla una cantante jazz, è molto più vicina al nu-jazz e in tutti i brani, almeno in più casi, a un genere fusion che miscela pop e jazz. Solo in un paio di brani, che vengono citati, e in particolare nell’ultimo, si può realmente parlare di musica jazz.

Il primo brano, “Burn” è già una preziosità, grazie al perfetto connubio tra la batteria di Brian Blade, il sax soprano di Wayne Shorter, il basso acustico di John Patitucci e il piano della stessa Norah. La voce della cantante, a un primo ascolto, può apparire quasi distaccata, come se essa voglia meglio concentrarsi sulla tastiera del pianoforte. Ma la cosa è giustificata, considerando che la parte migliore della canzone è costituita dall’intermezzo dove si possono ascoltare solo i quattro strumenti. E qui possiamo dire che siamo in pieno territorio jazzistico.
Nel secondo brano, “Tragedy”, malgrado una malcelata somiglianza con un celebre pezzo del ‘71 di Gilbert ‘O Sullivan (“Alone Again, Naturally”), la voce di Norah diventa più calda e meglio aderente alle parole. La presenza dell’Organo Hammond di Pete Remm e le percussioni di Danny Sadownick conferiscono un ritmo che è la giusta introduzione alla track successiva, “Flipside”, dove ci troviamo addirittura in una dimensione di up tempo, sia per la strumentazione elettronica usata, che ben si amalgama con il piano di Norah, sia grazie alla sua stessa voce che sale di tonalità.
Con “It’s a Wonderful Time For Love” ritroviamo la batteria di Brian Blade, a cui si uniscono, come unici due strumenti, il piano di Norah e il Basso acustico di Chris Thomas. Il sound, grazie alla strumentazione minima, è molto vicino al jazz, anche se non completamente. La Jones non rinuncia ad alcuni virtuosismi con la tastiera del piano.
Finalmente arriviamo a una delle più belle canzoni del disco: la ballata “And Then There Was You”, nella quale primeggiano gli strumenti ad arco. Anche il testo è molto bello: “E poi c’eri tu / e poi c’eri tu, mio caro / Io pensavo che l’amore fosse una gara / una volta puoi vincere / una volta puoi perdere / fino a quando trovai te”; questa potrebbe diventare una seconda “Don’t Not Way”.
Alla sesta track incontriamo la prima cover: “Don’t Be Denied”, di Neil Young in stile country. Qui Norah ha girato le parole al femminile, però non in prima persona ma in terza: “When she was a young girl / Her mama said to her…” invece di “When I was a little boy / My mother said to me…). Tuttavia, nonostante la partecipazione di tutta l’ensemble musicale e la voce carezzevole della cantante, che suona anche la chitarra elettrica, non possiamo fare a meno di rimpiangere la versione originale.
Segue, nella scaletta, il brano che dà il titolo al CD: “Day Breaks”, un’altra ballata, accompagnata da una leggera ritmica delle percussioni e un accenno di archi. Canzone che non si “acchiappa” al primo ascolto.
“Peace” di Horace Silver è una delle canzoni preferite da Norah Jones che secondo certe fonti ne scrisse il testo, in quanto Silver l’aveva composta come brano esclusivamente musicale. In realtà le parole furono composte nel 1970 da Doug Carm.
Norah l’aveva già incisa nel suo primo EP nel 2001, un anno prima del suo album d’esordio. La EMI Australia ne pubblicò un singolo nel 2003. La versione attuale, anche grazie agli assoli di Shorter al sax soprano, a Patitucci al basso acustico, a Blade alla batteria e, naturalmente al piano Norah con un’altra buona prestazione jazzistica. Ma provate ad ascoltare la prima versione originale del 1959 di Horace Silver con Blue Mitchell alla tromba, Eugene Taylor al basso, Junior Cook al sax tenore, Louis Hayes alla batteria e, naturalmente, Horace Silver al piano. Non siamo solo in un’altra epoca, bensì in un’altra dimensione.

Ancora altre due canzoni: una lenta “marching band” sostenuta prevalentemente dai fiati, “Once I Had A Laugh” e una ballata, quasi una lentissima beguine, “Sleeping Wild” precedono l’undicesima brano, “Carry On” scelto come singolo promozionale: un pop-jazz orecchiabile che ci riporta alla prima Norah Jones. Canzone ruffiana quanto basta perché venga considerata non una canzonetta qualsiasi ma un brano di buono spessore.
Alla fine delle track da studio troviamo la cover del lungo brano di Duke Ellington “Fleurette Africaine” che il compositore scrisse nel 1963 e il titolo fa riferimento a un tipo particolare di fiori che crescono solo nella giungla africana. Qui siamo in una vera session di jazz costituita dal trio di lusso: Wayne Shorter, John Patitucci, Brian Blade e naturalmente Norah Jones con il suo piano. E per rendere al meglio il brano, che non possiede un testo, lei modula la melodia con una voce che in certi punti diventa quasi impercettibile.
Le quattro canzoni “live” dell’edizione Deluxe sono state registrate da Chris Rabold al 2016 Newport Jazz Festival.

In conclusione un disco “agreable” anche se non perfetto è comunque superiore alle sue ultime incisioni che l’avevano un po’ allontanata dal genere con il quale si era fatta conoscere e che si era dimostrato vincente.
Il CD è prodotto da Norah Jones e Eli Wolf in co-produzione con Sarah Oda e registrato al Sear Sound Studios di New York, mixato da Tom ElmHirst all’Electric Lady Studio di New York e masterizzato da Greg Calbi allo Sterling Sound di New York.
Edizione in digipack con booklet contenente i testi delle canzoni.
Esiste anche in versione vinile con copertina apribile.
Disco Blue Note, 7 ottobre 2016

TRACKLIST:
1. Burn
2. Tragedy
3. Flipside
4. It’s A Wonderful Time For Love
5. And Then There Was You
6. Don’t Be Denied
7. Day Breaks
8. Peace
9. Once I Had A Laugh
10. Sleeping Wild
11. Carry on
12. Fleurette Africaine

-Bonus track in edizione deluxe:

13. Carry On
14. Flipside
15. Peace
16. Don’t Know Why

Articolo di: Carlo Tomeo
Sul web: www.norahjones.com

Commenti   

 
#2 norah jonesGuest 2016-12-02 12:34
bella recensione, Bravo!
 
 
#1 Norah JonesGuest 2016-12-01 18:21
Complimenti al Sig. Tomeo, per la recensione del nuovo CD di Norah Jones "Blue Note", completissima nei suoi dettagli. Applausi!
 

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