BAUSTELLE - I Mistici dell’Occidente (Warner Italia, 2010)

Scritto da  Lunedì, 29 Marzo 2010 
BAUSTELLE - I Mistici dell'Occidente cdDopo quattro anni di silenzio tornano i Baustelle con “I mistici dell’Occidente”: un album né spirituale, né omogeneo, ma semplicemente un lavoro meraviglioso che sorpassa il puro concetto del fare musica.

 

 

 

Genere: New Wave

Voto: 9/10

Ascolta anche: Afterhours, Fabrizio De André

 

C’erano una volta… i mistici dell’Occidente.

Un inizio insolito, ma vero. Nei meandri delle caverne più nascoste, una manciata di persone cercavano di salvare il mondo filosofeggiandoci sopra in maniera allegramente eretica passando anche per matti o blasfemi. Persone coraggiose o solo fanfaroni? Solo il tempo poteva stabilirlo ed infatti, al giorno d’oggi, sono proprio loro i modelli a cui molti si rifanno. In un mondo privo di risposte e di pensiero che permette di assimilare il tutto senza accorgersi di ciò che è appena stato, giunge finalmente un album ricco di suoni: un caleidoscopio di forme e figurazioni astrali che apre la mente al di fuori di ogni concezione di spiritualismo per recuperare il contatto tra l’individuo e l’universo; questo e molto altro per il grande ritorno dei Baustelle con “I Mistici Dell’Occidente”.

Un album che giunge dopo due anni di “quasi” silenzio (a causa della colonna sonora di “Guglia Non Esce La Sera” e del singolo “La Cometa Di Halley” di Irene Grandi) e che, soprattutto, vuole mettere in luce due cose: il senso del misticismo e la direzione della band. Il riferimento alla Chiesa, per uno come Francesco Bianconi, a molti potrebbe risultare un tradimento nei confronti della poetica della band che, però, mette in chiaro che il titolo (oltre a essere un ovvio riferimento a un omonimo libro curato da Elémire Zolla) prende in considerazione il rapporto non con Dio, ma con tutto quello che c’è al di là di esso; perciò il senso del misticismo, in riferimento a questo cd, deve essere considerato esclusivamente come un guardare oltre ciò che ci viene presentato perché potrebbe essere soltanto mera illusione di un universo manipolato.

Parlando, invece, della direzione musicale dei Baustelle c’è da fare una breve digressione: partiamo da “Sussidiario Illustrato Della Giovinezza”, il loro primo album d’inediti; un insieme di tracce forti e concise dove Rachele Bastreghi aveva un diverso modo di cantare come Bianconi e l’intero progetto sembrava essere un’improvvisazione nata da un ensamble di suoni aggregati tra loro tra la crudezza e la sperimentazione del rock indipendente: un disco difficile, ma degno di nota per ogni sua parola (“Cinecittà”, “Sadik”, “Il Musichiere 999”, ecc.). Si passò, in seguito, a registrare un album che, vedendo i risultati successivi, risulta essere impeccabile in ogni sua forma: “La Moda Del Lento”. Da lì partirono i Baustelle arrivando nelle radio e nei cuori dei fans più lontani i quali verranno definitivamente conquistati da “La Malavita” (l’album più coraggioso). Ormai definiti i primi tre aspetti della band, in seguito accadde qualcosa che, tutt’ora, appare indecifrabile: la nascita di “Amen”; un album ben fatto con canzoni incantevoli (“Alfredo”, “L’Uomo Del Secolo” e “Aeroplano”), ma che  portano con se un suono più pulito e “commerciale”. Non che sia un problema, ma mancavano decisamente dei “pezzi” di nota e che, soprattutto, non ripetessero lo stesso concetto tra un brano e l’altro.

Arrivò, poi, “Piangi Roma” e lì nacque una speranza: avere più canzoni su quel genere, di quelle che aprono la mente parlando del generale in senso assoluto partendo da una preghiera umana rivolta all’uomo. Quindi, dopo aver esaminato il tutto, “I Mistici Dell’Occidente” dovrebbe configurarsi come l’album a metà strada tra “Amen” (ripetizione e commercialità) e il brano prima indicato, ma non è nulla di tutto questo poiché i Baustelle sapevano benissimo cosa volevano proporre per il loro nuovo progetto d’inediti e infatti, nonostante qualche pecca, il loro ultimo album è decisamente un lavoro ben riuscito che, tra l’altro, sembra trarre spunto non da “Amen”, ma da tutti i dischi precedenti.

Fin dall’inizio ci troviamo immersi in un mondo puramente orchestrale alla Morricone (con un massiccio e insolito uso dei flauti per dei brevi assolo in sottofondo) determinato da “Indaco”: un brano che rimane fermo e non s’innalza più di tanto, mostrando subito un duetto tra Rachele e Bianconi, per poi esplodere nell’incantevole “San Francesco” che mette in mostra molte cose anomale: la presenza di musica da Chiesa nonché di cori; niente ritornello, ma soprattutto (finalmente) il ritorno di alcuni riferimenti alla letteratura nei testi (d’altro canto il progetto era partito da un libro e non poteva essere altrimenti). A questo punto era inevitabile non mettere la title-track la quale porta con se il messaggio del cd: perfino la religione, anche se è convinta di avere tutte le risposte, non sa salvarsi dal mondo (da notare anche le prime allusione dirette al Presidente). Un’altra cosa balza all’orecchio: un Francesco Bianconi decisamente migliorato, ma di Rachele, invece, nessuna traccia. Dopo queste tre pietre miliari l’album perde il sound iniziale per addentrarsi in brani che, tra citazioni cinematografiche e autobiografia, cerca di riprendere un contatto con “La Malavita”: si sta parlando dei brani “Le Rane” e “Gli Spietati” (il quale cerca di ricalcare l’impronta di “Charlie Fa Surf” come formula vincente per il singolo di lancio). Il tutto, però, sembra arrestarsi all’arrivo di un brano indefinito come “Follonica” (una canzone d’amore che parte da un ricordo di Bianconi) il quale lascia spazio a un’altra pietra miliare dell’album: “La Canzone Della Rivoluzione”, un brano cantato in maniera distorta che ricerca la sua grandezza nella musica che, invece, vuole tornare al sound del loro primo album; quest’ultima canzone pare collegarsi, a livello di ritmica, con la successiva “Groupies”. Poi, all’improvviso, giunge la voce di Rachele in completa solitudine con “La Bambolina” (una sorta di seconda parte de “A Vita Bassa”, brano dell’album “La Malavita”), una canzone che tratta della dura vita delle modelle schiave del loro corpo e dei loro sogni facilmente sgretolabili (da collegarsi con la ghost track per la versione di I-Tunes: “L’ultima Notte Felice Del Mondo”). Infine si giunge ad un brano interamente autobiografico (cosa molto singolare per i Baustelle) che traccia un profilo malsano e decadente dello stesso Bianconi: si tratta di “Il Sottoscritto” il quale subitamente c’introduce a “L’Estate Enigmistica” che altri non è che il seguito di “Arriva Lo Ye Ye”.

In tutto questo c’è qualcosa che da fastidio: la produzione dell’album, come già si sapeva, è stata curata da Pat McCarthy (produttore R.E.M., Madonna e U2), ma è stato anche lo stesso Bianconi a “mettere i soldi” per l’uscita del disco. Questo fattore, aggiunto al fatto che le canzoni sono state quasi tutte scritte da lui e che Rachele canti veramente poco in “I Misteri Dell’Occidente”, risulta preoccupante perché è pur vero che i Baustelle sono un prodotto di uno degli ultimi poeti decadenti, ma credo che nessuno vorrebbe, un domani, che questa mania di protagonismo  possa portare a qualcosa di fin troppo spiacevole.

In conclusione: un disco omogeneo? Un disco spirituale? Un cambio di direzione? Niente di tutto questo, ma semplicemente un lavoro ben fatto che non solo ha saputo superare ogni aspettativa, ma che va realmente al di là del concetto del fare musica.

 

 

 

 

TRACKLIST

1. Indaco

2. San Francesco

3. I Mistici Dell’Occidente

4. Le Rane

5. Gli Spietati

6. Follonica

7. La Canzone Della Rivoluzione

8. Groupies

9. La Bambolina

10. Il Sottoscritto

11. L’Estate Enigmistica

12. L’ultima Notte Felice Del mondo (per la versione I-Tunes)

 

BAUSTELLE sono:

Francesco Bianconi: voce, chitarre, synth, organo

Rachele Bastreghi: voce, synth, piano elettrico, clavinet, organo, percussioni

Claudio Brasini: chitarre

 

Articolo di: Simone Vairo

Grazie a: Ufficio Stampa Warner

 

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