Prima prova narrativa, in versione lungometraggio, del giornalista Umberto Cutolo, Omicidi all’acqua pazza, è un gustoso giallo “tradizionale” che racconta un territorio evidentemente amato dall’autore che sembra uno specialista mai affettato, senza toni da erudizione. Divertito scrittore che prende in giro la cucina degli chef per rivendicare il valore dei cuochi, dipinge un affresco sociale dei vacanzieri in Costiera: pungente (au)ritratto, non solo italiano del turista, ironico e sinceramente spassoso, con una leggerezza che non è mai superficiale, riesce a pungere il lettore, a scendere nella storia e nelle storie senza mai farsene accorgere. E’ la rivendicazione del giallo classico in un mondo inondato di giallisti, oltre che di chef televisivi e turisti globalizzati.

“Madame Michel ha l’eleganza del riccio: fuori è protetta da aculei, una vera e propria fortezza, ma ho il sospetto che dentro sia semplice e raffinata come i ricci, animaletti fintamente indolenti, risolutamente solitari e terribilmente intelligenti.”

Un popolo affascinante come tutti i popoli misteriosi che unisce l’arcaicità e la vitalità, quel sentimento di resilienza e di permanenza nei secoli, millenni che lo rendono ancorato alle tradizioni eppure estremamente combattivo. Il più grande studioso di identità berbera ci restituisce un affresco estremamente approfondito eppure intriso del piacere della narrazione, una storia dove le tesi, soprattutto aprioristiche, non trovano posto. Mirabile il lavoro di umiltà continuamente sollecitato da domande più ce dalla voglia di dare risposte. Il testo è un tassello essenziale per capire il mondo mediterraneo oggi a prevalenza araba e per questo assume una valenza politica di estremo interesse.

Perché l’hai fatto?” gli chiese lei seria.
Me lo sto chiedendo anch’io. Per noia forse, per ribellione, o per vendicarmi perché non mi avevano ammesso agli esami…o magari solo perché sono scemo.

Quel periodo della storia del teatro italiano denominato del "Grande Attore" ha inizio con le rappresentazioni della compagnia Reale Sarda all'Esposizione Internazionale di Parigi del 1855. Le compagnie teatrali, in quella particolare temperie storica, erano solite appoggiarsi ad un attore di grande fama solitamente maschile, non necessariamente protagonista, per attrarre il proprio pubblico. Furono questi “interpreti di prima grandezza” a generare il teatro del Grande Attore.

Un testo poetico che rivela il Verlaine più intimo, contraddittorio, innovativo e rivoluzionario, nella lingua come nel sentire, in qualche modo dissacrante, con la sua lirica che oserei dire “sgrammaticata”, ironica, dove l’aulico e il popolare si intrecciano senza che l’uno riesca a prevalere sull’altro.

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