Incredibile quanto oggi, ancora, si parli dei Rolling Stones, la più vitale, versatile, organizzata (e redditizia) rock ‘n’roll band al mondo di sempre. Le occasioni per parlare di loro sono sempre le più varie: l’uscita di un disco (come l’ultimo Blue and lonesome, in cima al gradimento del pubblico e della critica), di un film (come il documentario di Martin Scorsese sulla band, Shine a light, uscito nel 2008), di un libro (come Life, lavoro autobiografico di Keith Richards), oppure un concerto del gruppo rimasto memorabile (come quello tenutosi davanti a centinaia di migliaia di persone a L’Avana, poco più di un anno fa) ed anche altre. Oggi parliamo di Jagger, Richards & Co perché su di loro è uscito l’ennesimo libro.

La critica letteraria esce dall’accademia per ricostruire senza la rigidità della cronologia o delle tematiche la figura a tutto tondo di un premio Nobel d’eccezione troppo presto dimenticata: Grazia Deledda. Attraverso un carteggio inedito, a 80 anni dalla morte della scrittrice nuorese e a 90 dal Nobel, il libro e la ricerca appassionata di Rossa Dedola conferma il respiro europeo di una grande donna sarda. Un testo che restituisce un affresco della cultura italiana e dei suoi intrecci internazionali, fino alla lontana india del poeta Tagore e del letterato Angelo De Gubernatis: di come il Paese legge il mondo e di come l’Italia viene letta nel primo Novecento. Al centro un ritaglio psicologico del quale l’autrice del libro evidenzia come il premio e la condanna della Deledda sia stata la sua “invenzione”, la Sardegna, un’isola sui generis, eppure fortemente mediterranea, tra culti ancestrali e aperture verso il futuro, proprio come la sua protagonista. Catalizzatrice di problemi sociali e di un’emancipazione femminile tra le righe che non aveva bisogno di ideologie e proclami e che sapeva far convivere in sé la società maschilista sarda con quella matriarcale per necessità. Il libro è anche l’occasione per riflettere sul tema della corrispondenza come stile di vita.

Israele e il suo terreno di gioco minato è l’altrove di questa scrittrice alla sua seconda prova letteraria, che la trova più matura, in un libro articolato e complesso dove c’è la stoffa del romanziere per una storia ben congeniata, non a tesi e nella quale l’autore si mantiene alla giusta distanza senza innamorarsi di nessuno dei personaggi. Nessun lieto fine o finale tragico ma un’evoluzione costante e sorprendete com’è la vita, fatta di svolte e di tante sfumature. Al centro Gerusalemme città amata e i suoi conflitti che sono metafora, simbolica e particolarmente acuta di ogni vita ed essere umano: arabo ed ebreo; americani con l’anima newyorkese o ebrea; ebrei religiosi o laici: tutti sono lacerati spesso nell’impasse di non poter conciliare i propri poli opposti. Un libro sull’amicizia e sul dialogo difficile, talora impossibile tra libertà e responsabilità, anche della propria libertà, stretto tra voglia di affermarsi e appartenenza alla famiglia, all’ambiente sociale, al paese, a qualcosa che comunque si sceglie.

Romanzo dal ritmo incalzante, una vena noir che diventa claustrofica senza che la capacità di mantenere alta la tensione possa classificare il libro solo come un giallo. C’è il romanzo di formazione, l’attenzione all’attualità sociale sul fenomeno del bullismo, lo scavo psicologico. Con questo testo Giovanni Floris crea una sintesi armonica tra l’esperienza della scrittura giornalistica e lo spirito del romanziere. Colpisce soprattutto il ritmo, la capacità di non essere mai retorico, di non scivolare nel sentimentale, di realizzare una vera e propria sceneggiatura con un richiamo al senso della responsabilità prima che al senso di colpa in un mondo nel quale tutti siamo almeno in una piccola percentuale sia vittime sia carnefici e dove la memoria gioca un ruolo centrale e beffardo al contempo.

Letteralmente sogno di essere tunisino, ovvero libero, perché la Tunisia appare al giornalista e scrittore algerino – consacrato al successo internazionale con il romanzo Mersault, contre-enquête – il paese della possibilità, di chi ha il coraggio di guardare avanti e di non vivere in nome del passato, dei morti e dei martiri. Autocritica dell’Algeria che non ha curato le proprie ferite, il testo – presentato alla recente fiera del libro a Tunisi – è una raccolta di “cronache”, commenti e analisi dell’attualità del mondo arabo, lucida, a tratti poetica, con una disamina del terrorismo che condivido pienamente: i djihadisti non sono figli delle rivoluzioni ma delle dittature che le hanno precedute.

Traduzione di Andrea Di Gregorio

Dalle indagini del commissario Charitos in Grecia, a quelle del suo collega Murat sulle infiltrazioni mafiose in Germania, dalle rotte dei migranti a un prete ortodosso che mette a rischio la sua vita per aiutarli, dal fallito attentato a Hitler alle persecuzioni contro i greci nella Turchia degli anni ‘50, Petros Markaris raccoglie in questo libro tutte le sfumature del suo Mediterraneo: il giallo, la critica sociale, il racconto autobiografico.

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