Romanzo dal ritmo incalzante, una vena noir che diventa claustrofica senza che la capacità di mantenere alta la tensione possa classificare il libro solo come un giallo. C’è il romanzo di formazione, l’attenzione all’attualità sociale sul fenomeno del bullismo, lo scavo psicologico. Con questo testo Giovanni Floris crea una sintesi armonica tra l’esperienza della scrittura giornalistica e lo spirito del romanziere. Colpisce soprattutto il ritmo, la capacità di non essere mai retorico, di non scivolare nel sentimentale, di realizzare una vera e propria sceneggiatura con un richiamo al senso della responsabilità prima che al senso di colpa in un mondo nel quale tutti siamo almeno in una piccola percentuale sia vittime sia carnefici e dove la memoria gioca un ruolo centrale e beffardo al contempo.

Letteralmente sogno di essere tunisino, ovvero libero, perché la Tunisia appare al giornalista e scrittore algerino – consacrato al successo internazionale con il romanzo Mersault, contre-enquête – il paese della possibilità, di chi ha il coraggio di guardare avanti e di non vivere in nome del passato, dei morti e dei martiri. Autocritica dell’Algeria che non ha curato le proprie ferite, il testo – presentato alla recente fiera del libro a Tunisi – è una raccolta di “cronache”, commenti e analisi dell’attualità del mondo arabo, lucida, a tratti poetica, con una disamina del terrorismo che condivido pienamente: i djihadisti non sono figli delle rivoluzioni ma delle dittature che le hanno precedute.

Traduzione di Andrea Di Gregorio

Dalle indagini del commissario Charitos in Grecia, a quelle del suo collega Murat sulle infiltrazioni mafiose in Germania, dalle rotte dei migranti a un prete ortodosso che mette a rischio la sua vita per aiutarli, dal fallito attentato a Hitler alle persecuzioni contro i greci nella Turchia degli anni ‘50, Petros Markaris raccoglie in questo libro tutte le sfumature del suo Mediterraneo: il giallo, la critica sociale, il racconto autobiografico.

Per la prima volta in Italia gli ultimi taccuini del grande poeta maledetto, l’ultimo Verlaine giudicato minore. Una traduzione che entra in empatia con l’autore e ci restituisce la vivezza delle emozioni e quella lingua di rottura del grande poeta, colto, raffinato ma anche utilizzatore della lingua popolare, attento ai dialetti e alla canzone, che gioca con la rima e con registri diversi. Pagine di “miseria nera” eppure ironiche, con uno spirito bozzettistico, dedicate ai ricoveri frequenti e al viaggio in Olanda, situazioni ambivalenti perché costituiscono, rispettivamente, un confinamento e una fuga, ma anche un momento di recupero e di cura.
Il libro ha il merito di restituire Verlaine al lettore moderno che scopre scritti godibili, freschi e di grande attualità nel suo plurilinguismo e vivezza pittorica, oltre il poeta per addetti ai lavori.

Un libro storico che racconta storie di uomini dando voce a persone per troppo tempo dimenticate, “oggetti” nell’antichità ma spesso preziosi. Una ricostruzione appassionata, precisa eppure di facile lettura e grande sintesi che parla e dialoga con la storia di oggi: le nuove schiavitù e la schiavitù come categoria dell’umanità.

Il Saggiatore pubblica per la prima volta Non finché vivo – Poesie inedite 1942/1996 di Allen Ginsberg (prefazione di Rachel Zucker, edizione e cura di Bill Morgan), che raccoglie opere del grande poeta beat quasi tutte ancora inedite nel nostro paese e inedite (ma soltanto in parte) anche negli Stati Uniti.

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